Clinicamente il rimuginio viene definito come l’autoripetizione continua e ossessiva di previsioni e valutazioni negative e pessimistiche con scarsa rappresentazione di scenari concreti. In breve, chi rimugina ha sempre paura che le cose possano andare male, ritiene di dover tenere tutto sotto controllo al fine di evitare che le cose vadano male; si prefigura delle scene temute e continua a ripetere a se stesso che si tratta di possibilità negative, catastrofiche, da evitare assolutamente, non rimediabili o affrontabili in alcun modo.

In che misura e in che cosa consista precisamente questa irreparabilità del danno non si è capaci di rappresentarselo con chiarezza, ma è proprio questa indeterminatezza che attribuisce all’agente minaccioso tutta la sua elevata carica ansiogena e terrifica. Questo è ciò che accade nei disturbi d’ansia e in particolare nel disturbo di ansia generalizzato.

Gli inganni del rimuginio

rimugino e pensiero ingannevoleEbbene sì, il rimuginio ci inganna. Questo perché pensiamo che sia utile anche se non è così. Esattamente sono diversi i modi in cui il nostro pensiero ci inganna:

  • attenua lo stato d’animo sgradevole che immediatamente soggiunge nel momento in cui pensiamo a qualcosa che ci preoccupa;
  • può essere scambiato per una strategia efficace di soluzione dei problemi;
  • può essere ritenuto una strategia di distrazione da preoccupazioni ancora peggiori;
  • anche se non risolve i problemi pensiamo che possa servire a sopportarli meglio quando arrivano.

La verità è che il rimuginio non è utile affatto e questo per diverse ragioni. Anzitutto non aiuta ad affrontare il problema ma è solo una strategia fallace e vuota che comporta solo uno spreco di tempo ed energie; è infatti diverso dal problem solving, ovvero l’elaborazione di piani efficaci orientati alla risoluzione del problema. Inoltre quando rimuginiamo non esiste un problema concreto di cui preoccuparci, in quanto ci si preoccupa in maniera generica di possibili ed eventuali catastrofi future; tuttavia il futuro non lo conosciamo, per cui non sappiamo né se mai ciò che temiamo accadrà realmente né esattamente che cosa accadrebbe se le cose effettivamente andassero male.

Perché il rimuginio è fonte di sofferenza

Sebbene talvolta ci si lasci “felicemente” ingannare dal rimuginio, ovvero si resta convinti che svolga una funzione utile e quindi si continua a metterlo in atto senza ulteriori conseguenze, altre volte rimuginare diventa fonte di sofferenza; questo avviene quando si diventa consapevoli di quali siano le conseguenze negative di questa attività mentale (sofferenza emotiva, scarsa efficacia nella risoluzione dei problemi, spreco di tempo libero, danni alle relazioni e al rendimento lavorativo). Il problema è che spesso queste idee negative, invece di essere utilizzate come motivazione a smettere di rimuginare, diventano motivo di altri rimuginii: questa attività mentale si chiama metarimuginio, ovvero rimuginio sul rimuginio. Le convinzioni negative sul rimuginio sono:

  • non ho il controllo sul mio rimuginio;
  • rimuginare è pericoloso;
  • rimuginare può condurre alla follia;
  • potrei non riuscire più a smettere di rimuginare;
  • potrei essere sopraffatto dalle rimuginazioni.

Queste convinzioni portano a provare ulteriore ansia e a sentirci in balia dei nostri pensieri, sentendoci impotenti davanti ad essi.

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Efficacia della terapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitivo comportamentale è molto efficace per imparare a ridurre o eliminare il comportamento di rimuginio (Hearn, Donovan, Spence, March 2018): ha infatti l’obiettivo di mettere in dubbio l’idea che la preoccupazione sia un atteggiamento utile e adattivo e di aiutare chi rimugina a distinguere tra quanto è reale e quanto non lo è. Aiuta a stare maggiormente in contatto con la realtà, a dedicarsi maggiormente al tempo presente, ad adottare un approccio maggiormente positivo alla vita e ai suoi eventi quotidiani.

Inoltre aiuta a disconfermare le credenze negative sul rimuginio fonte di sofferenza, permettendo di riacquistare controllo sul proprio pensiero. Aiuta infatti a conoscere il fenomeno e a facilitare l’individuazione della sua messa in atto, aiuta a disconfermare l’idea che il rimuginio non si possa controllare e a vederlo come uno stato almeno parzialmente volontario, insegna strategie per diminuire e talvolta interrompere lo stato rimuginativo, insegna a costruire modi alternativi e più funzionali di vedere le cose e incoraggia all’uso di tali alternative.

Il grado in cui riusciamo a sospendere aspettative, giudizi e preconcetti nell’esperienza di tutti i giorni può renderci più abili ad entrare in contatto con quanto è reale, invece di vivere meramente quello che crediamo essere vero. Sarà così possibile scoprire che gli eventi negativi raramente si manifestano e, anche qualora accadessero, si riesce a farvi fronte meglio di quanto non ci si aspetti.

Bibliografia

Hearn, C.S., Donovan, C.L., Spence, S.H., March, S. (2018), “Do worry and its associated cognitive variables alter following CBT treatment in a youth population with Social Anxiety Disorder? Results from a randomized controlled trial”. In Journal of Anxiety Disorders, 53, pp. 46-57.

Dott.ssa Annarita Scarola

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