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Il corpo tra memoria e relazione: uno sguardo sistemico alla psicosomatica

di content | Ott 30, 2026 | Articoli di Psicologia, Trauma e Dissociazione | 0 commenti

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Trauma, emozioni e legami: comprendere il corpo attraverso la storia della persona e le relazioni che la attraversano è uno degli aspetti fondamentali della psicosomatica.

Quando parla il corpo

Ci sono momenti in cui il corpo sembra esprimere qualcosa che le parole non riescono ancora a raccontare.

Una tensione muscolare persistente, un mal di testa ricorrente, disturbi gastrointestinali o una stanchezza che sembra non trovare spiegazione possono accompagnare periodi di forte stress, cambiamenti significativi o difficoltà relazionali. In queste circostanze, il corpo diventa una dimensione importante attraverso cui osservare il rapporto tra esperienza fisica, vissuto emotivo e ambiente.

Ma che cosa significa, davvero, quando diciamo che il corpo parla?

Non significa che ogni sintomo fisico nasconda necessariamente un conflitto psicologico, né che sia possibile attribuire a ogni manifestazione corporea un significato simbolico preciso. I sintomi possono avere cause organiche, multifattoriali o ancora non completamente comprese e richiedono, quando indicato, un'adeguata valutazione medica.

Significa, piuttosto, riconoscere che la salute non riguarda soltanto il funzionamento di un organismo, ma anche il modo in cui una persona vive, sente, si relaziona e attraversa le proprie esperienze.

La psicosomatica si colloca in questo spazio di intersezione. Invita a considerare le possibili connessioni tra processi fisiologici, emozioni, stress, storia personale e condizioni relazionali e sociali.

Da una prospettiva sistemico-relazionale, il corpo appartiene a una persona che non esiste isolatamente: è un corpo che cresce all'interno di relazioni, apprende modalità di comunicazione, attraversa cambiamenti e risponde alle richieste dei contesti in cui vive.

La domanda, allora, non riguarda soltanto il sintomo, ma anche le circostanze in cui compare, il posto che occupa nella vita della persona e il modo in cui viene accolto, interpretato e affrontato.

Il sintomo non nasce nel vuoto

Nel 1977, lo psichiatra George L. Engel propose un nuovo modello di comprensione della malattia: il modello biopsicosociale. L'idea centrale era superare una concezione esclusivamente biomedica della salute, riconoscendo che i processi biologici interagiscono con fattori psicologici e sociali.

Questa prospettiva non riduce la malattia alla dimensione emotiva. Al contrario, amplia il campo di osservazione, riconoscendo che una condizione fisica può essere influenzata da molteplici fattori e che l'esperienza della malattia assume significati diversi a seconda della storia e del contesto della persona.

Pensiamo, per esempio, a qualcuno che attraversa un periodo prolungato di tensione lavorativa e familiare. La riduzione del sonno, l'aumento dello stato di allerta e la difficoltà a recuperare energie possono influire sul benessere fisico. Se compare un dolore persistente, questo può limitare le attività quotidiane, ridurre la disponibilità emotiva e aumentare i conflitti nelle relazioni. I conflitti, a loro volta, possono contribuire a mantenere lo stress.

Si crea così una dinamica circolare in cui diversi fattori si influenzano reciprocamente.

Il sintomo non è necessariamente il risultato di un'unica causa, ma può inserirsi in un sistema complesso di interazioni.

La prospettiva sistemica invita proprio a spostarsi dalla ricerca di una spiegazione lineare — «che cosa ha provocato questo sintomo?» — verso domande più articolate: «quali condizioni lo accompagnano?», «che cosa cambia nella vita della persona quando compare?» e «quali processi possono contribuire ad alleviarlo o mantenerlo?».

Questo spostamento non sostituisce l'indagine medica, ma può affiancarla, contribuendo a una comprensione più completa dell'esperienza.

Quando non si riesce a dire, il corpo può diventare uno spazio di espressione

Non sempre è semplice riconoscere ciò che proviamo.

Alcune persone riescono a individuare con facilità le proprie emozioni e a comunicarle. Altre hanno imparato a contenerle, minimizzarle o metterle da parte per rispondere alle aspettative familiari, lavorative o sociali.

«Non è niente».

«Devo farcela».

«Non posso fermarmi proprio adesso».

«Ci sono persone che stanno peggio di me».

Queste frasi, considerate singolarmente, non indicano necessariamente una difficoltà psicologica. Tuttavia, quando diventano modalità abituali di rapporto con sé stessi, possono contribuire a rendere meno accessibili i propri bisogni e segnali di disagio.

In alcuni casi, la persona può accorgersi di essere in difficoltà soltanto quando il malessere interferisce con la vita quotidiana. Il corpo può diventare allora uno degli spazi in cui si manifesta una condizione di sovraccarico, senza che questo implichi un rapporto causale automatico tra emozione e sintomo.

Possiamo ricorrere alla metafora di una casa con alcune stanze chiuse. La persona continua a viverci, a svolgere le proprie attività e a occuparsi degli altri, ma alcune esperienze rimangono difficili da avvicinare. Forse non si sente pronta ad affrontarle, oppure non ha mai avuto uno spazio sicuro in cui poterle esplorare.

Quelle stanze rappresentano, metaforicamente, esperienze difficili da avvicinare, emozioni non riconosciute o bisogni che non hanno trovato uno spazio adeguato.

La metafora non suggerisce che il sintomo nasconda sempre un contenuto psicologico preciso. Ci invita, piuttosto, a considerare che il rapporto con il corpo può essere influenzato anche dalla possibilità di riconoscere e comunicare la propria esperienza.

Il lavoro terapeutico può aiutare la persona a sviluppare un linguaggio emotivo più articolato, a riconoscere i propri limiti e a trovare modalità di espressione che non richiedano necessariamente di arrivare a una condizione di esaurimento.

Non si tratta di insegnare al corpo a tacere, ma di creare maggiori possibilità di ascolto, comprensione e cura.

Dal singolo individuo alla relazione

Uno degli elementi centrali della prospettiva sistemico-relazionale è l'idea che il disagio individuale possa essere compreso anche attraverso le relazioni in cui prende forma.

Questo non significa che la famiglia o il partner causino necessariamente un disturbo fisico. Significa riconoscere che le condizioni relazionali possono influenzare il benessere, le strategie di gestione dello stress e il modo in cui una persona affronta la propria sofferenza.

Quando un sintomo compare, infatti, non riguarda soltanto chi lo sperimenta direttamente. Può modificare l'organizzazione della vita familiare, la distribuzione delle responsabilità e le modalità attraverso cui le persone si avvicinano o si allontanano.

Un dolore persistente può portare un partner ad assumere maggiori responsabilità. Un genitore può diventare più protettivo nei confronti di un figlio che manifesta frequenti malesseri. Un altro familiare può reagire minimizzando il problema, magari perché spaventato o incapace di tollerare l'incertezza.

Queste reazioni possono convivere nella stessa famiglia e produrre incomprensioni.

La persona che soffre può sentirsi poco creduta, mentre chi le sta vicino può sentirsi impotente o sopraffatto. Il tentativo di aiutare può trasformarsi in controllo; il bisogno di autonomia può essere interpretato come rifiuto; il desiderio di protezione può diventare, involontariamente, una limitazione.

Si sviluppa così una sequenza relazionale che merita di essere esplorata.

La metafora del sintomo come un campanello d'allarme può essere utile: il campanello segnala che qualcosa richiede attenzione, ma non indica automaticamente dove si trovi il problema né quale sia la sua causa.

Per comprendere ciò che accade, occorre osservare il contesto, le circostanze e le interazioni che accompagnano l'esperienza.

In terapia, alcune domande possono aprire nuove possibilità:

Che cosa succede nelle relazioni quando il sintomo compare?

Come reagiscono le persone significative?

Che cosa cambia nella vita quotidiana?

Quali forme di sostegno risultano utili e quali, pur nascendo da buone intenzioni, possono aumentare la tensione?

Come è possibile prendersi cura della persona senza ridurla alla sua condizione fisica?

L'obiettivo non è individuare un responsabile, ma comprendere le dinamiche e costruire modalità relazionali più sostenibili.

La famiglia psicosomatica: uno sguardo che non cerca colpevoli

Nel campo della terapia familiare, il lavoro di Salvador Minuchin e dei suoi collaboratori ha contribuito a sviluppare una riflessione sulle relazioni familiari in presenza di alcune condizioni psicosomatiche, in particolare attraverso il volume Psychosomatic Families: Anorexia Nervosa in Context, pubblicato nel 1978.

Questi studi hanno introdotto strumenti per osservare l'organizzazione familiare, i confini tra i membri, le modalità di gestione dei conflitti e i processi attraverso cui le relazioni possono influenzare la vita delle persone.

È importante collocare tali contributi nel loro contesto storico. Le descrizioni della cosiddetta famiglia psicosomatica non devono essere utilizzate come una spiegazione universale della malattia, né come prova che determinate caratteristiche familiari provochino inevitabilmente sintomi fisici.

La famiglia non è un sistema immutabile e nessuna configurazione relazionale consente, da sola, di spiegare la complessità di una patologia.

La prospettiva sistemica contemporanea può recuperare da questi contributi soprattutto una domanda clinica: come si organizza la vita relazionale intorno alla sofferenza e quali possibilità di cambiamento possono emergere?

In alcune famiglie, parlare apertamente di rabbia o disaccordo può risultare difficile. I membri possono privilegiare il mantenimento dell'armonia, evitare il conflitto o assumersi responsabilità eccessive per proteggere gli altri.

In altri contesti, invece, la difficoltà può riguardare la mancanza di sostegno, l'instabilità delle relazioni o l'esposizione a condizioni di stress persistente.

Non esiste un'unica forma di famiglia, così come non esiste un'unica modalità attraverso cui le relazioni influenzano il benessere.

La domanda terapeutica non è: «Quale famiglia ha prodotto questo sintomo?».

È piuttosto: «Quali risorse, difficoltà e modalità relazionali possiamo riconoscere per comprendere meglio ciò che sta accadendo?».

Questo cambiamento di prospettiva consente di superare la ricerca di colpevoli e di restituire a ciascun membro la possibilità di partecipare alla costruzione di nuove modalità di relazione, senza attribuire responsabilità causali non dimostrate.

Il corpo come confine tra la persona e il contesto

Donna assorta davanti a una finestra, immagine che richiama il rapporto tra corpo, emozioni e ambiente nella psicosomatica.

Il corpo è il luogo attraverso cui entriamo in contatto con il mondo. Attraverso di esso percepiamo la vicinanza, la distanza, la fatica, il piacere, la paura e la sicurezza.

È anche il luogo in cui sperimentiamo concretamente i limiti: quanto possiamo fare, quanto riusciamo a sostenere, quando abbiamo bisogno di fermarci e quando una situazione diventa troppo intensa.

Possiamo immaginare il corpo come una membrana permeabile, un confine che separa e, contemporaneamente, mette in relazione l'individuo con l'ambiente.

Questa immagine permette di considerare un aspetto importante: non siamo semplicemente soggetti che subiscono passivamente il contesto, ma nemmeno individui completamente indipendenti dalle condizioni in cui vivono.

Le richieste lavorative, la precarietà economica, le responsabilità di cura, le discriminazioni e l'assenza di sostegno possono incidere sul benessere. Anche la qualità delle relazioni, la possibilità di chiedere aiuto e il riconoscimento dei propri limiti contribuiscono al modo in cui una persona affronta le difficoltà.

Pensiamo a chi si sente costantemente responsabile del benessere degli altri. Può diventare difficile riconoscere la stanchezza, chiedere collaborazione o concedersi un tempo di recupero.

In questi casi, esplorare il rapporto con il corpo significa anche interrogarsi sui confini personali e relazionali.

Dove finisce la responsabilità verso gli altri e dove comincia quella verso sé stessi?

Quando la disponibilità diventa rinuncia sistematica ai propri bisogni?

È possibile dire di no senza sentirsi in colpa o temere di perdere l'affetto dell'altro?

Queste domande non spiegano automaticamente un sintomo fisico, ma possono contribuire a comprendere le condizioni di vita della persona e a individuare cambiamenti utili al suo benessere.

Il corpo, in questa prospettiva, non è soltanto un organismo da osservare, ma una dimensione dell'esperienza attraverso cui incontriamo i nostri limiti e il nostro modo di stare in relazione.

Il trauma e la memoria corporea: il contributo di Bessel van der Kolk

Nel libro Il corpo accusa il colpo, lo psichiatra e ricercatore Bessel van der Kolk approfondisce gli effetti che le esperienze traumatiche possono avere sul funzionamento psicofisiologico, sulla memoria, sulla percezione del pericolo e sulla capacità di costruire relazioni sicure.

Il trauma può modificare il modo in cui una persona reagisce agli stimoli, riconosce le sensazioni corporee e interpreta ciò che accade nel presente.

Dopo un'esperienza traumatica, alcune persone possono sperimentare ipervigilanza, difficoltà nel sonno, reazioni intense a stimoli associati al pericolo o una sensazione persistente di insicurezza. Altre possono provare distacco emotivo, difficoltà a riconoscere le sensazioni corporee o una percezione di estraneità rispetto a sé stesse.

Le risposte al trauma sono eterogenee e non tutte le persone esposte a eventi traumatici sviluppano un disturbo. Inoltre, questi fenomeni non consentono di dedurre automaticamente l'esistenza di un trauma a partire da un sintomo fisico.

Un aspetto rilevante del lavoro di van der Kolk riguarda il fatto che l'elaborazione dell'esperienza traumatica non si esaurisce necessariamente nella comprensione razionale di ciò che è accaduto.

Una persona può sapere di trovarsi in una situazione sicura e, allo stesso tempo, sperimentare reazioni di allarme difficili da controllare. Il sistema nervoso può continuare a rispondere a stimoli che ricordano, anche implicitamente, esperienze precedenti.

La metafora del corpo come archivio vivente può aiutarci a immaginare questo processo, purché non venga interpretata letteralmente. Il corpo non conserva ogni esperienza come un documento da recuperare, ma le esperienze possono contribuire a modellare risposte fisiologiche, abitudini, aspettative e modalità di regolazione emotiva.

In una prospettiva sistemico-relazionale, diventa importante osservare anche il contesto in cui la persona cerca di ritrovare sicurezza.

Quali relazioni favoriscono un senso di protezione? Quali situazioni riattivano l'allarme? È possibile costruire legami nei quali i confini siano rispettati e i bisogni possano essere comunicati senza paura?

La relazione terapeutica può offrire uno spazio in cui esplorare gradualmente queste domande, nel rispetto dei tempi e delle risorse individuali.

Il contributo degli studi sul trauma va integrato con attenzione: non ogni sintomo è una manifestazione traumatica e non ogni difficoltà relazionale è riconducibile a un'esperienza passata. Il significato clinico emerge dall'incontro tra la storia della persona, la valutazione dei sintomi e il contesto attuale.

Le metafore del corpo: ascoltare senza tradurre

Nel linguaggio quotidiano utilizziamo frequentemente espressioni corporee per raccontare le nostre emozioni.

Diciamo di avere un peso sullo stomaco, di sentirci schiacciati dalle responsabilità, di avere il cuore spezzato o di non riuscire a digerire una situazione.

Queste espressioni mostrano quanto il linguaggio del corpo sia intrecciato al modo in cui raccontiamo le nostre esperienze.

Tuttavia, è importante distinguere la metafora dall'interpretazione clinica.

Avere un dolore allo stomaco non significa necessariamente non riuscire a digerire una situazione emotiva. Una tensione alle spalle non dimostra che la persona stia portando il peso di una responsabilità familiare. Un sintomo fisico non possiede un significato simbolico universale.

Le metafore possono essere utili quando vengono proposte come strumenti esplorativi, non come verità da imporre.

Se una persona dice: «Mi sento soffocare», il terapeuta può chiedere che cosa significhi per lei questa sensazione, in quali situazioni emerga e come venga vissuta nelle relazioni.

Non è il terapeuta a dover stabilire che cosa il corpo stia dicendo. È la persona, accompagnata in un processo di esplorazione, a poter attribuire significati alla propria esperienza.

Possiamo pensare alla terapia come a una mappa costruita insieme. La mappa non coincide con il territorio e non contiene in anticipo tutte le risposte. Si modifica man mano che emergono nuove informazioni, ricordi, sensazioni e possibilità.

Ascoltare il corpo significa allora restare curiosi, senza trasformare ogni manifestazione fisica in un messaggio da decifrare.

Significa anche rispettare ciò che ancora non si comprende.

Il sintomo tra genere, aspettative sociali e ruoli relazionali

Il corpo non vive al di fuori della società.

Le aspettative culturali influenzano il modo in cui impariamo a riconoscere le emozioni, chiedere aiuto, esprimere la sofferenza e prenderci cura di noi stessi.

In molti contesti, le donne sono ancora socializzate a sostenere il lavoro emotivo e di cura, a essere disponibili e a mantenere l'equilibrio delle relazioni. Gli uomini possono incontrare maggiori pressioni a mostrarsi autonomi, controllati e poco vulnerabili. Le persone che non si riconoscono nelle aspettative di genere dominanti possono sperimentare ulteriori forme di stress, esclusione o mancato riconoscimento.

Queste sono tendenze sociali, non caratteristiche innate o universali: le esperienze variano in funzione della storia individuale, della cultura, della classe sociale, dell'identità e delle condizioni materiali.

Una prospettiva sistemico-relazionale attenta al genere permette di esplorare come i ruoli sociali entrino nelle relazioni e influenzino il rapporto con il corpo.

Una persona che ha imparato a occuparsi di tutti può sentirsi in colpa quando ha bisogno di riposo. Un'altra può aver interiorizzato l'idea che chiedere aiuto sia un segno di debolezza. Un'altra ancora può vivere un conflitto tra i propri bisogni e le aspettative della famiglia o della comunità.

Queste condizioni possono incidere sul benessere psicologico e contribuire allo stress, senza costituire di per sé una spiegazione sufficiente di una specifica patologia.

È importante, inoltre, non confondere l'adattamento individuale con la responsabilità esclusiva della persona. Non sempre è possibile ridurre lo stress modificando il proprio atteggiamento: talvolta sono necessarie trasformazioni concrete delle condizioni di lavoro, della distribuzione delle responsabilità o dell'accesso alle risorse.

Il corpo diventa così un punto di osservazione anche delle disuguaglianze e delle richieste che attraversano la vita quotidiana.

Chiedersi come una persona vive il proprio corpo significa interrogarsi non soltanto sulla sua storia privata, ma anche sulle condizioni che le consentono, o le impediscono, di prendersi cura di sé.

La terapia sistemico-relazionale: costruire nuove possibilità

In una terapia sistemico-relazionale, il sintomo viene accolto senza essere ridotto a un'etichetta e senza attribuirgli preventivamente una causa psicologica.

Il lavoro terapeutico può partire dalla ricostruzione della storia del problema: quando è comparso, in quali circostanze si manifesta, che cosa lo allevia o lo intensifica, quali cambiamenti si sono verificati nella vita della persona e quali risorse sono già disponibili.

L'attenzione si estende poi alle relazioni significative, alle modalità con cui vengono comunicati i bisogni, ai confini personali e alle aspettative che possono rendere più difficile affrontare la sofferenza.

Alcune domande possono essere particolarmente utili:

Che cosa stava accadendo nella tua vita quando hai iniziato a stare male?

In quali momenti noti un cambiamento nel modo in cui ti senti?

Come reagisci quando il corpo ti segnala stanchezza o disagio?

Che cosa temi possa accadere se chiedi aiuto o metti un limite?

Come reagiscono le persone vicine quando esprimi un bisogno?

Quali relazioni ti permettono di sentirti più al sicuro?

Che cosa potrebbe cambiare nella tua quotidianità per rendere la situazione più sostenibile?

Queste domande non hanno lo scopo di dimostrare che il sintomo sia causato da un conflitto. Servono ad ampliare la comprensione dell'esperienza e a individuare eventuali aree di intervento.

A volte, il cambiamento può riguardare la capacità di riconoscere e comunicare le emozioni. Altre volte può essere necessario rivedere responsabilità e confini nelle relazioni, affrontare una condizione di stress persistente o cercare sostegno concreto nel proprio ambiente.

Quando è presente una patologia fisica, il percorso psicologico può affiancare le cure mediche, nel rispetto delle competenze professionali e delle necessità della persona.

L'obiettivo non è trovare una spiegazione psicologica a tutti i costi, ma creare nuove possibilità di comprensione, regolazione e cambiamento.

La terapia non insegna necessariamente a eliminare il sintomo attraverso la parola. Può, piuttosto, aiutare a ridurre la sofferenza, migliorare il rapporto con sé stessi e con gli altri e costruire condizioni di vita più favorevoli al benessere.

Conclusioni: il corpo tra memoria e relazione

Il corpo non è un nemico da controllare, un enigma da risolvere o un contenitore passivo delle emozioni.

È una dimensione fondamentale dell'esperienza umana, attraversata da processi biologici, relazioni, memorie, condizioni materiali e significati personali.

Uno sguardo sistemico alla psicosomatica permette di allargare la prospettiva: dal singolo sintomo alla persona, dalla persona alle relazioni, dalle relazioni al contesto sociale.

Il contributo di Bessel van der Kolk ci aiuta a riflettere sul modo in cui le esperienze traumatiche possono influenzare il rapporto con il corpo e il senso di sicurezza. Il modello biopsicosociale ricorda che salute e malattia si sviluppano attraverso l'interazione di più dimensioni. La prospettiva sistemico-relazionale, infine, invita a considerare come le relazioni possano rappresentare sia una fonte di stress sia una risorsa fondamentale per affrontare la sofferenza.

Queste prospettive non ci autorizzano a cercare necessariamente un conflitto nascosto o ad attribuire alla famiglia la responsabilità della malattia. Ci invitano, piuttosto, a riconoscere la complessità dell'esperienza e a evitare spiegazioni riduttive.

Forse, allora, la domanda terapeutica non è soltanto: «Che cosa ha il mio corpo?».

È anche: «Come sto vivendo? Quali condizioni mi fanno stare male? Che cosa sto cercando di sostenere? Quali risorse posso attivare? In quali relazioni posso sentirmi accolto senza dover rinunciare a me stesso?».

Non sempre queste domande conducono a una spiegazione immediata. Talvolta, però, aprono uno spazio nuovo: quello in cui la persona può iniziare a riconoscere i propri bisogni, distinguere ciò che dipende da sé da ciò che appartiene al contesto e costruire modalità differenti di stare in relazione.

Ascoltare il corpo non significa presumere di sapere che cosa stia dicendo. Significa creare le condizioni per comprendere meglio ciò che la persona sta vivendo, senza separare il suo corpo dalla sua storia e dalle relazioni che attraversano la sua vita.

Bibliografia

Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. Chandler Publishing Company. Edizione italiana: Verso un'ecologia della mente. Adelphi.

Engel, G. L. (1977). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science, 196(4286), 129–136. https://doi.org/10.1126/science.847460

Minuchin, S., Rosman, B. L., & Baker, L. (1978). Psychosomatic Families: Anorexia Nervosa in Context. Harvard University Press.

Van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Viking.

Edizione italiana: Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore, 2015.

Edizione spagnola: El cuerpo lleva la cuenta: cerebro, mente y cuerpo en la superación del trauma. Editorial Eleftheria

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Articolo scritto dalla Dott.ssa Giulia Agnese, Psicologa e psicoterapeuta presso la sede di Saronno

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