“Cibo non prende già, ché de’ suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete”

TORQUATO TASSO

QUANDO IL CIBO DIVIENE NEMICO

Il cibo è energia, è il “combustibile” necessario per la vita. Nutrirsi costituisce un bisogno primario, funzionale alla sopravvivenza. Se vi è carenza protratta di nutrimento, il corpo rallenta le proprie funzioni, limitando così il dispendio energetico (il metabolismo basale, ovvero a riposo, si abbassa).

Oltre a garantire la vita, per le persone il cibo acquista molteplici valenze: mangiare può divenire un piacere, un’occasione di aggregazione e condivisione.

All’interno della cultura occidentale, l’interesse per l’alimentazione si sta diffondendo in modo capillare: sono sempre più numerosi i programmi televisivi, i libri e le riviste dedicate al cibo.

Parallelamente a questa focalizzazione sempre maggiore sull’alimentazione, si registra una crescente consapevolezza circa l’esistenza di rapporti alterati con il cibo. Il cibarsi si accompagna sempre più frequentemente a sofferenza,  ansia, colpa, vergogna, paura e vuoto. Ciò favorisce la messa in atto di comportamenti disfunzionali relativi al consumo e all’assorbimento di cibo, che si possono strutturare in veri e propri disturbi alimentari.

Secondo il DSM-5 (APA, 2013), ciò che contraddistingue i disturbi della nutrizione o dell’alimentazione è proprio la presenza di anomalie comportamentali riguardanti il consumo e/o l’assorbimento di cibo e il controllo del peso in grado di interferire in modo significativo con la salute e il funzionamento psicosociale dei soggetti che ne soffrono.

I DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE, UN’EPIDEMIA SOCIALE

Tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, anoressia nervosa, bulimia nervosa e binge eating disorder (BED o disturbo da alimentazione incontrollata, divenuto una categoria diagnostica a sé stante proprio con il DSM-5) hanno catalizzato grande interesse sociale e scientifico.

La risonanza di tali psicopatologie è sicuramente in larga parte attribuibile alla loro diffusione. All’interno del mondo occidentale, infatti, tali disturbi rappresentano un’importante ed allarmante emergenza sanitaria: si  stima che in Italia il 5,3% delle persone soffra di un disturbo alimentare; mentre la prevalenza nel corso di vita si attesta intorno all’11% (Dalla Ragione, 2005; Favaro, Ferrara & Santonastaso, 2003).

Per quanto riguarda l’anoressia, i dati sottolineano come sia proprio la fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni a presentare i maggiori tassi di incidenza, con due picchi di insorgenza intorno ai 14 e ai 18 anni (dati AIDAP; Gigantesco, 2010). In tale fase di vita, gli adolescenti stanno affrontando sfide e compiti di sviluppo fondamentali per il raggiungimento dell’autonomia e per la costruzione della propria identità personale.

L’esacerbazione di disturbi dell’alimentazione durante questa delicata fase di vita rischia di compromettere lo sviluppo armonico della persona.

Si sottolinea come l’anoressia nervosa, così come gli altri disturbi dell’alimentazione sopra citati, colpisca più frequentemente le donne, con un rapporto femmine-maschi di 10:1.

COME SI MANIFESTA L’ANORESSIA NERVOSA

Nucleo principale: l’eccessiva importanza attribuita al peso e alla magrezza

L’anoressia nervosa si insinua nella vita di chi ne soffre in modo progressivo, arrivando a governarne dispoticamente la quotidianità, con pesanti ripercussioni sia psicologiche che fisiche. Chi presenta tale disturbo si confronta costantemente con un ideale perfezionistico di magrezza e forma fisica, cui mira con dedizione, rinuncia e sforzo estremi.

Come nel caso della bulimia nervosa, le persone che soffrono di anoressia sembrano valutarsi principalmente, se non addirittura esclusivamente, sulla base del controllo che riescono ad esercitare sul proprio peso e sul corpo (Fairburn, 2010; Garner & Bemis, 1982; Murphy et al., 2010).

Ciò si riflette in un pervasivo timore di “ingrassare”, che persiste nonostante l’oggettiva condizione di sottopeso (indice di massa corporea, kg/m2<18,5). Chi soffre di anoressia nervosa è profondamente insoddisfatto del proprio aspetto fisico. Alcune persone presentano vere e proprie dispercezioni corporee: nonostante siano sottopeso continuano a percepirsi “in carne” o addirittura “grasse”,  sperimentando una forte dissonanza tra il peso significativamente basso indicato dalla bilancia e l’esperienza percettiva che hanno del proprio corpo.

In alcuni casi le dispercezioni riguardano peculiari aree del corpo (per esempio l’addome, i glutei, le cosce) e si accompagnano a canoni estetici  inflessibili e singolari (come ad esempio: “quando sono in posizione eretta e a piedi uniti le mie cosce non devono toccarsi”). Vi sono anche persone che non presentano alcuna dispercezione corporea: il corpo viene visto come emaciato, ma ciò viene interpretato come un successo (Garner & Garfinkel, 1981).

Comportamenti di body checking o di evitamento

L’eccessiva importanza attribuita al peso e alla forma corporea può dar origine a:

  • comportamenti di body checking, ovvero di controllo ossessivo del corpo (guardarsi allo specchio prestando attenzione alle aree maggiormente detestate, pesarsi ripetutamente anche nell’arco della stessa giornata ecc.)

o, per contro

  • un evitamento del confronto con la propria immagine corporea, per la quale si nutre profondo disprezzo (Fairburn, 2010).

Dieta e comportamenti finalizzati al controllo del peso e della forma corporea

Alla luce di quanto detto, appare evidente come le persone che soffrono di anoressia siano portate a compiere costanti sforzi per esercitare un irrealistico e non salutare controllo sul corpo. La loro quotidianità è scandita dalla preoccupazione relativa al cibo e dall’estrema tendenza alla restrizione cognitiva, definita come il tentativo di limitare la quantità di cibo ingerita.

Viene portato avanti un estenuante conteggio delle calorie (Fairburn, 2010). Molto tempo viene speso rimuginando su ciò che si è mangiato e programmando il pasto successivo: quando, quanto e cosa consumare. Alcuni cibi vengono completamente eliminati dalla dieta, poiché considerati troppo “grassi”, “cattivi”. Le regole alimentari adottate divengono, con il progredire del disturbo, sempre più inflessibili.


Un’ulteriore modalità di controllo del peso e della forma corporea molto frequente è
l’eccessiva attività fisica o l’esercizio fisico compulsivo (Dalle Grave, Calugi e Marchesini, 2008; Fairburn, 2010). Questi pazienti mostrano una forte tendenza a tenere programmi di allenamento rigidi e inflessibili, considerando l’esercizio fisico come prioritario rispetto ad altre attività. Inoltre, qualora si trovassero costretti a rinunciarci, sperimentano un alto grado di disagio.

Le due tipologie di anoressia nervosa

Sulla base delle strategie cui le persone ricorrono pe raggiungere il loro ideale di magrezza, possiamo distinguere tra due forme di anoressia nervosa (APA, 2013):

  • Anoressia di tipo restrittivo: La perdita di peso è ottenuta ricorrendo a pesanti restrizioni caloriche o imponendosi lunghi periodi di digiuno. In queste persone si riscontrano sovente tratti perfezionistici e ossessivo-compulsivi (Murphy et al., 2010).
  • Anoressia con abbuffate/condotte di eliminazione:  Il digiuno o l’ipoalimentazione vengono interrotti da episodi di abbuffata (il soggetto sperimenta la sensazione di perdita di controllo e ingerisce, in un arco di tempo ristretto, più cibo di quanto farebbe normalmente un altro soggetto), seguiti da condotte compensatorie (anche dette “purging”: vomito autoindotto, uso di lassativi e/o diuretici).
    Le condotte di eliminazione sono volte ad esorcizzare il senso di colpa e a prevenire l’aumento di peso. Va tenuta in considerazione la possibilità che le
    abbuffate non siano oggettive, bensì soggettive: in questi casi la quantità di cibo ingerita non è in realtà eccessiva, ma risulta tale agli occhi della persona che soffre di anoressia.

COME SI MANTIENE IL DISTURBO

Gli aspetti illustrati:

  • Valore eccessivo attribuito a peso, forma corporea e al controllo dell’alimentazione (Fairburn, 2010; Murphy et al. 2010).
  • Preoccupazioni relative alla forma corporea e all’alimentazione (Sassaroli et al., 2005),
  • Impostazione di un regime alimentare rigido (riduzione delle porzioni, salto dei pasti, evitamento di particolari cibi)
  • Comportamenti di body checking o di evitamento del proprio corpo
  • Eccessivo esercizio fisico
  • Episodi di perdita del controllo alimentare (abbuffate soggettive o oggettive)
  • Condotte compensatorie

costituiscono i principali fattori di mantenimento del disturbo, ovvero sono quei fattori che permettono al disturbo di auto-perpetuarsi, imprigionando il soggetto nelle anguste maglie della psicopatologia.
In aggiunta, il
ritiro sociale e l’isolamento fanno sì che i soggetti non entrino in contatto con stimoli altri e non sperimentino gratificazioni che esulino dal raggiungimento della magrezza.

CAUSE DEL DISTURBO

Fattori predisponenti

trattamento della patologia alimentareAd oggi risulta evidente come l’insorgenza di disturbi dell’alimentazione sia dovuta all’interazione di svariati fattori, alcuni dei quali devono essere ancora chiariti. Quello che risulta assodato è che alla base si trovi una combinazione tra fattori di rischio genetici e psicologi, contesto socioculturale e familiare di appartenenza ed eventi di vita stressanti.

Tra i principali fattori di vulnerabilità, che creano terreno fertile per lo strutturarsi del disturbo, troviamo la predisposizione genetica, l’appartenenza al genere femminile e l’età adolescenziale (Striegel-Moore & Bulik, 2007).

Non è trascurabile, inoltre, l’influenza di fattori socioculturali: all’interno delle società occidentali la magrezza viene proposta ed enfatizzata in quanto simbolo di valore e successo (Garner & Dalle Grave, 2008; Garner & Garfinkel, 1981).

Tra le caratteristiche personali che paiono giocare un ruolo chiave nel facilitare l’insorgenza del disturbo troviamo: perfezionismo, tendenza al controllo, bassa autostima, tendenza ad evitare o sopprimere le emozioni disturbanti. Negli anni passati la famiglia, in particolar modo la madre, è stata additata come principale causa del disturbo, generando inutili sofferenze e sensi colpa.

Una posizione così radicale risulta poco utile ad una comprensione articolata del problema. Tuttavia, è importante tener presente di come alcune caratteristiche del nucleo familiare possano potenziare la vulnerabilità individuale.

Fattori precipitanti

I fattori precipitanti vanno ad impattare sulla vulnerabilità individuale, favorendo l’insorgenza del disturbo. Gli eventi che si associano all’esordio dell’anoressia nervosa possono variare molto di caso in caso.

Tra i più frequenti possiamo indicare:

  • periodi caratterizzati da forte stress (Sassaroli & Ruggiero, 2005),
  • separazione o rottura degli equilibri familiari,
  • trasferimenti,
  • perdita di relazioni significative,
  • abusi,
  • importanti cambiamenti associati al timore di perdere il controllo o di non possedere adeguate strategie di coping,
  • lutti,
  • traumi,
  • esperienze di fallimento scolastico o lavorativo (Garner & Dalle Grave, 2008).

TRATTAMENTO DELL’ANORESSIA NERVOSA

Intervento cognitivo comportamentale

Spesso, chi soffre di anoressia nervosa,  pur riportando una profonda sofferenza, si trova in una situazione di ambivalenza rispetto al cambiamento (Garner & Dalle Grave, 2008).

La Cognitive Behavioral Therapy-Enhanced, CBT-E, (Murphy, Straebler & Fairburn, 2010; Fairburn, 2010) promuove una maggiore consapevolezza circa i circoli viziosi in cui si è intrappolati, al fine di favorire la motivazione al trattamento e la creazione di un rapporto basato su fiducia ed empatia tra chi chiede aiuto e il terapeuta. Assieme si stabilisce un piano di intervento che affronti, passo dopo passo, i fattori di mantenimento.

La persona arriva ad acquisire una migliore gestione della sintomatologia e a sviluppare una valutazione di sé integrata e maggiormente stabile, che includa diverse aree di vita (lavoro, relazioni, scuola, hobby) e non solo la forma fisica.

Intervenire sui fattori che hanno determinato la vulnerabilità

Come si è visto, l’anoressia si associa di frequente ad esperienze di vita stressanti o traumatiche, oltre che a bassa autostima e a difficoltà nel sviluppare relazioni intime e di fiducia.

Pertanto, all’intervento sui fattori cognitivi e comportamentali di mantenimento, è utile affiancare un lavoro finalizzato a rielaborare gli eventi di vita che hanno minato lo sviluppo della fiducia in sé o negli altri e che hanno creato una vulnerabilità allo sviluppo del disturbo. Il trattamento di questi aspetti non solo facilita il cambiamento, ma costituisce un importante fattore protettivo per il futuro.

In quest’ottica si rivela utile l’integrazione dell’intervento cognitivo-comportamentale con la metodologia EMDR.

Va sottolineato come, essendo l’anoressia nervosa un disturbo psicologico con un importante impatto a livello organico, è fondamentale valutare e monitorare eventuali complicazioni mediche grazie alla collaborazione con altri professionisti sanitari (medico, dietologo ecc.).

BIBLIOGRAFIA

APA, American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Fifth Edition). Washington, D.C.: American Psychiatric Association (DSM5)

Dalla Ragione, L. (2005). La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi disturbi del comportamento alimentare. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore.

Della Grave, Calugi, S., Doll, H.A, Fairburn, C.G. (2013). Enhanced cognitive behaviour therapy for adolescents with anorexia nervosa: An alternative to family therapy? Behaviour Research and Therapy, 51, R9-R12.

Dalle Grave, R., Calugi, S. & Marchesini, G. (2008). Compulsive exercise to control shape or weight in eating disorders: prevalence, associated features, and treatment outcome. Comprehensive Psychiatry, 49, 346-352.

Fairburn, C.G. (2010). La terapia cognitiva comportamentale dei disturbi dell’alimentazione. Firenze: ed Eclipsi.

Favaro, A., Ferrara, S., Santonastaso, P. (2003). The spectrum of eating disorder in young women: A prevalence study in a general population sample. Psychosomatic Medicine, 65, 701-708.

Garner, D.M. & Bemis, K.M. (1982). A cognitive approach to anorexia nervosa. Cognitive Therapy and Research, 6, 123-150.

Garner, D.M. & Dalle Grave, R. (2008). Terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione. Verona: Positive Press.

Garner, D.M. & Garfinkel, P.E. (1981). Body image in anorexia nervosa: Measurement, theory and clinical implications. International Journal of Psychiatry in Medicine, 11, 263-284.

Gigantesco, A., Masocco, M., Picardi, A., Lega, I., Conti, S., Vichi, M. (2010). Hospitalization for anorexia nervosa in Italy. Rivista di Psichiatria, 45, 154-162.

Murphy, R., Straebler, S. & Fairburn, C.G. (2010). Cognitive Behavioral Therapy for eating disorders. Psychiatric Clinic of North America, 33, 611-627.

Sassaroli, S. & Ruggiero, G.M. (2005). The role of stress in the association between low self-esteem, perfectionism, and worry, and eating disorders. International Journal Eating Disorders, 37, 135-141.

Striegel-Moore, R.H., Bulik, C.M. (2007). Risk factors for eating disorders. American Psychologist, 62, 182-198.

Articolo scritto dalla dott.ssa Verdiana Valagussa psicologa e psicoterapeuta, riceve presso la sede di Saronno e Monza del centro di Psicologia Interapia.

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