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Indice
- Un disagio che non si sa raccontare
- Che cos'è l'alessitimia
- Le tre componenti principali
- Quante persone ne sono coinvolte
- Da dove viene: le origini nello sviluppo
- Il corpo che parla al posto delle emozioni
- Alessitimia e regolazione emotiva
- Le conseguenze nella vita quotidiana
- SI può lavorare sull'alessitimia in psicoterapia?
- Conclusioni
- Bibliografia
- Autore
Un disagio che non si sa raccontare
“Non so cosa provo, so solo che sto male.”
È una frase che capita di sentire spesso in un contesto clinico, pronunciata da persone visibilmente in difficoltà ma incapaci di andare oltre. Non riescono a dire se si tratta di tristezza, rabbia o paura. Non riescono nemmeno a distinguere, con chiarezza, un'emozione da un sintomo fisico: il petto chiuso è ansia o è solo stanchezza? Il nodo alla gola è dispiacere o è qualcos'altro?
Questo tipo di difficoltà non riguarda una minoranza marginale di persone né descrive necessariamente un disturbo psichiatrico conclamato. È un tratto, presente in misura diversa in ognuno di noi, che ha un nome preciso in psicologia: alessitimia.
Comprenderlo meglio permette di guardare con più chiarezza a comportamenti spesso fraintesi come freddezza, disinteresse o scarsa empatia, quando in realtà nascondono qualcosa di diverso: non l'assenza di emozioni, ma la difficoltà ad accedervi consapevolmente.
Che cos'è l'alessitimia
Il termine, dal greco a- (mancanza), lexis (parola) e thymos (emozione), significa letteralmente "mancanza di parole per le emozioni". Fu introdotto nel 1973 dallo psichiatra Peter Sifneos, che insieme al collega John Nemiah aveva osservato, già a partire dal 1970,un pattern ricorrente in pazienti con disturbi psicosomatici seguiti al Beth Israel Hospital di Boston: queste persone manifestavano un disagio evidente, ma quando veniva chiesto loro di descriverlo si limitavano a elencare sintomi fisici, senza riuscire ad articolare un vero racconto emotivo di sé (Sifneos, 1973; Nemiah, Freyberger & Sifneos, 1976).
Un punto va chiarito subito: l'alessitimia non è una malattia. Non compare né nel DSM-5 né nell'ICD-11 come categoria diagnostica autonoma. È piuttosto un tratto dimensionale, distribuito nella popolazione lungo un continuum che va da livelli molto bassi a livelli molto alti, proprio come accade per tratti di personalità quali l'introversione o il nevroticismo. Questo significa che non esiste una linea netta tra "chi ce l'ha" e "chi non ce l'ha": si tratta di una questione di grado, e la maggior parte delle persone si colloca in una fascia intermedia.
Le tre componenti principali
La ricerca ha individuato tre caratteristiche cardine, oggi misurate attraverso lo strumento più utilizzato in ambito clinico e di ricerca, la Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), sviluppata da Bagby, Parker e Taylor (1994):
● Difficoltà a identificare le proprie emozioni (difficulty identifying feelings), spesso confuse con sensazioni corporee generiche: un nodo allo stomaco può essere interpretato come fame, stanchezza o disturbo digestivo, senza riconoscere che si tratta di ansia.
● Difficoltà a descrivere verbalmente ciò che si prova ad altre persone (difficulty describing feelings), anche quando l'emozione viene in qualche modo percepita.
● Pensiero orientato verso l'esterno (externally oriented thinking): l'attenzione si concentra su fatti concreti, dettagli pratici e circostanze esterne, piuttosto che sul proprio mondo interno, con una vita immaginativa e fantasia ridotte.
Queste tre componenti non si presentano necessariamente tutte insieme con la stessa intensità: una persona può avere, ad esempio, buone capacità di identificare ciò che prova ma grande difficoltà a metterlo in parole di fronte a un'altra persona.
Quante persone ne sono coinvolte
I dati epidemiologici disegnano un fenomeno più diffuso di quanto si immagini. Uno studio condotto da Salminen e colleghi (1999) su un campione rappresentativo di 1.285 persone della popolazione finlandese ha rilevato una prevalenza di alessitimia del 13%, con una distribuzione quasi doppia negli uomini (17%) rispetto alle donne (10%). Lo stesso studio ha inoltre trovato un'associazione tra alessitimia e genere maschile, età più avanzata, basso livello di istruzione e basso status socioeconomico.
Studi successivi, condotti in diversi Paesi, hanno confermato stime comprese tra il 10% e il 19% nella popolazione generale. Il dato sale in modo significativo quando si considerano popolazioni cliniche: la letteratura riporta tassi elevati di alessitimia in presenza di disturbi dello spettro autistico (circa il 50%, secondo la meta-analisi di Kinnaird, Stewart & Tchanturia, 2019), disturbi post-traumatici da stress (circa il 40%), disturbi alimentari (fino al 63% nell'anoressia nervosa) e disturbo depressivo maggiore (circa il 45%).
Questi numeri non vanno letti come prova di un legame causale diretto, ma indicano con chiarezza che l'alessitimia rappresenta un fattore transdiagnostico: un tratto che attraversa condizioni cliniche molto diverse tra loro, aumentando la vulnerabilità psicologica complessiva della persona.
Da dove viene: le origini nello sviluppo
Non esiste una causa unica dell'alessitimia, ma un insieme di fattori che interagiscono nel tempo.
Un ruolo centrale è attribuito alle prime esperienze relazionali. Il modo in cui un bambino impara a riconoscere e nominare ciò che prova dipende in larga parte dalla capacità delle figure di accudimento di rispecchiare, validare e mettere in parole i suoi stati interni. Se un genitore fatica a sintonizzarsi sulle emozioni del figlio, o se in famiglia le emozioni vengono sistematicamente minimizzate, ignorate o punite, il bambino può non sviluppare pienamente quel "vocabolario emotivo" che normalmente si costruisce attraverso migliaia di piccole interazioni quotidiane.
A questo si affiancano fattori neurobiologici. Studi di neuroimaging hanno osservato, in persone con punteggi elevati di alessitimia, pattern di attivazione atipici in aree coinvolte nell'elaborazione emotiva e una minore integrazione funzionale tra corteccia prefrontale e strutture limbiche, in particolare l'amigdala e l'insula — regioni centrali nella traduzione delle sensazioni corporee in esperienza emotiva cosciente.
Infine, non va escluso un contributo di temperamento e predisposizione individuale, che può rendere alcune persone più orientate fin dall'infanzia verso uno stile cognitivo concreto e meno introspettivo.
Il corpo che parla al posto delle emozioni

Uno degli aspetti più interessanti — e clinicamente più rilevanti — dell'alessitimia riguarda il rapporto tra emozione e corpo.
Quando un'emozione non può essere riconosciuta e nominata, non per questo smette di generare attivazione fisiologica: il cuore accelera, i muscoli si tendono, la respirazione cambia. Ciò che manca non è la reazione emotiva in sé, ma la capacità di leggerla e
interpretarla come tale.
È questo il meccanismo che, secondo diversi autori, spiega il legame storicamenteosservato tra alessitimia e disturbi psicosomatici: l'emozione non elaborata a livello mentale continua comunque a esprimersi a livello corporeo, e nel tempo questa attivazione fisiologica ripetuta può contribuire a disturbi come cefalea, disturbi gastrointestinali funzionali o dolore cronico. Uno studio condotto nell'ambito della Hisayama Study, su un ampio campione della popolazione generale giapponese, ha rilevato che livelli più elevati di alessitimia erano associati a un rischio significativamente maggiore di dolore cronico, a una peggiore affettività negativa e a una minore soddisfazione di vita.
Alessitimia e regolazione emotiva
Un filone di ricerca più recente si è concentrato su un aspetto specifico: come le persone con alessitimia gestiscono concretamente le proprie emozioni, una volta che in qualche modo emergono.
Uno studio pubblicato sul Journal of Affective Disorders (Preece et al., 2023), condotto su un campione di 501 adulti della popolazione generale statunitense, ha confrontato le strategie di regolazione emotiva utilizzate da persone con livelli alti, medi e bassi di alessitimia. I risultati mostrano che le persone con alessitimia elevata fanno un uso significativamente minore di strategie generalmente considerate adattive — come la ristrutturazione cognitiva, la ricerca attiva di soluzioni ai problemi e la richiesta di supporto sociale — e un uso maggiore di strategie meno funzionali, come la soppressione espressiva, il ritiro comportamentale e l'evitamento.
Questo dato aiuta a comprendere perché l'alessitimia non sia "solo" una questione di linguaggio: la difficoltà a nominare un'emozione limita anche la possibilità di scegliere consapevolmente come gestirla, spingendo la persona verso risposte più automatiche e meno efficaci nel tempo.
Va anche detto, per completezza, che la ricerca più recente ha ridimensionato alcune assunzioni iniziali: contrariamente a quanto ipotizzato nei primi studi, diverse evidenze comportamentali indicano che le capacità di riconoscere le emozioni altrui e di provare empatia nelle persone alessitimiche sono spesso più intatte di quanto si pensasse, spostando l'attenzione dal deficit sociale generico a una difficoltà più specifica: quella di accedere consapevolmente al proprio, e non necessariamente all'altrui, mondo interno.
Le conseguenze nella vita quotidiana
Non riuscire a riconoscere e comunicare ciò che si prova ha un costo concreto, che si osserva in diversi ambiti della vita:
● Vulnerabilità psicologica: l'alessitimia è associata a tassi più elevati di ansia, depressione e disturbi da uso di sostanze, oltre a rappresentare un fattore di rischio trasversale per numerose condizioni cliniche, come indicato sopra.
● Salute fisica: la difficoltà a distinguere emozioni da sensazioni corporee può favorire una maggiore attenzione ansiosa ai sintomi fisici, oltre a un possibile ruolo nel mantenimento di condizioni di dolore cronico.
● Relazioni interpersonali: comunicare bisogni, preoccupazioni e stati d'animo a un partner, a un amico o a un familiare richiede, prima di tutto, di riconoscerli in se stessi. Questo passaggio, se compromesso, può generare incomprensioni, distanza emotiva percepita dall'altro o dinamiche di dipendenza relazionale.
● Strategie di coping meno funzionali: come visto, la tendenza a ricorrere a evitamento e soppressione, piuttosto che a strategie più attive, può mantenere nel tempo il disagio anziché risolverlo.
È importante sottolineare, ancora una volta, che si tratta di correlazioni e non di rapporti di causa-effetto automatici: l'alessitimia costituisce un fattore di vulnerabilità, non una condizione che determina in modo deterministico un esito clinico.
SI può lavorare sull'alessitimia in psicoterapia?
Sì, ed è forse l'aspetto più incoraggiante di questo tema. Non essendo una patologia da "curare" in senso stretto, il lavoro terapeutico si concentra sul costruire, spesso gradualmente, una competenza che normalmente si sviluppa nell'infanzia attraverso le relazioni con le figure di riferimento.
La ricerca clinica offre alcune indicazioni utili:
● Un percorso di cambiamento è possibile. Studi qualitativi e longitudinali condotti su pazienti in psicoterapia hanno osservato che le persone alessitimiche, pur presentando inizialmente un linguaggio più orientato al fisico e descrizioni più vaghe del proprio disagio, sono in grado di raggiungere miglioramenti significativi nel corso del trattamento, con un progressivo aumento della consapevolezza e della differenziazione emotiva.
● Gli interventi centrati sul corpo e sulla sensazione fisica risultano spesso più efficaci di un lavoro che richieda fin da subito un'introspezione diretta sullo stato emotivo, particolarmente difficile da sostenere per queste persone. Partire dal dato corporeo, più concreto e accessibile, permette di costruire gradualmente un ponte verso il riconoscimento emotivo.
● Le pratiche di consapevolezza corporea ed emotiva, inclusi approcci mindfulness-based, aiutano ad allenare l'attenzione ai segnali interni senza la pressione di doverli immediatamente verbalizzare.
● La qualità della relazione terapeutica gioca un ruolo particolare: il terapeuta può offrire nel tempo un vocabolario emotivo condiviso, aiutando la persona a costruire connessioni tra eventi, corpo e stati affettivi che prima non riusciva a stabilire autonomamente.
Anche in condizioni cliniche specifiche, come il disturbo post-traumatico da stress, la presenza di alessitimia non preclude l'efficacia del trattamento: uno studio di Putica e colleghi (2024) sulla terapia dell'esposizione prolungata in persone con PTSD ha esaminato proprio come l'alessitimia influenzi gli esiti terapeutici, offrendo indicazioni utili su come adattare l'intervento quando questo tratto è presente.
Conclusioni
L'alessitimia ci ricorda che le emozioni non sono soltanto qualcosa che si prova, ma anche qualcosa che si impara a riconoscere, nominare e comunicare. Chi fatica a farlo non è privo di vita emotiva, né necessariamente distaccato o poco empatico verso gli altri: semplicemente, non ha ancora sviluppato pienamente gli strumenti linguistici e introspettivi per accedere con chiarezza al proprio mondo interno.Ed è proprio questo il dato più importante da portare con sé: questi strumenti, con un percorso adeguato e con il tempo necessario, si possono costruire
Bibliografia
- Sifneos, P.E. (1973). The prevalence of 'alexithymic' characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262.
- Nemiah, J.C., Freyberger, H., & Sifneos, P.E. (1976). Alexithymia: a view of the psychosomatic process. In O.W. Hill (Ed.), Modern Trends in Psychosomatic Medicine, Vol. 3. Butterworths.
- Bagby, R.M., Parker, J.D.A., & Taylor, G.J. (1994). The twenty-item Toronto Alexithymia Scale: I. Item selection and cross-validation of the factor structure. Journal of Psychosomatic Research, 38(1), 23–32.
- Taylor, G.J., Bagby, R.M., & Parker, J.D.A. (1997). Disorders of Affect Regulation: Alexithymia in Medical and Psychiatric Illness. Cambridge University Press.
- Salminen, J.K., Saarijärvi, S., Äärelä, E., Toikka, T., & Kauhanen, J. (1999). Prevalence of alexithymia and its association with sociodemographic variables in the general population of Finland. Journal of Psychosomatic Research, 46(1), 75–82.
- Kinnaird, E., Stewart, C., & Tchanturia, K. (2019). Investigating alexithymia in autism: A systematic review and meta-analysis. European Psychiatry, 55, 80–89.
- Preece, D., Mehta, A., Petrova, K., Sikka, P., Bjureberg, J., Boyes, M., & Gross, J.J. (2023). Alexithymia and emotion regulation. Journal of Affective Disorders, 324, 232–238.
- Mattila, A.K. et al. Alexithymia Is Associated with Greater Risk of Chronic Pain and Negative Affect and with Lower Life Satisfaction in a General Population: The Hisayama Study. PLOS ONE.
- Putica, A., Van Dam, N.T., Felmingham, K.L., & O'Donnell, M.L. (2024). Alexithymia and treatment response for prolonged exposure therapy: An evaluation of outcomes and mechanisms. Psychotherapy.
Autore
Articolo scritto dalla Dott.ssa Brenda Invernizzi, Psicologa nella sede di Monza

