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Dipendenza Affettiva: Capire un Amore Tossico

da | Ott 6, 2025 | Dipendenza Affettiva | 0 commenti

“Io non ti chiedo che una cosa: anche se non mi ami più, lasciati amare.”

Queste parole sono tratte dal film “Adele H. – una storia d’amore” del regista Truffaut; in questo film troviamo una protagonista in grado di descrivere perfettamente il ruolo della dipendente affettiva, una persona che per l’amore tossico e malato verso l’altro arriva a perdere se stessa. 

Nelle dipendenze comportamentali un comportamento o un’attività diventano necessità irrefrenabili per l’individuo, il quale esperisce perdita di controllo, attribuisce eccessiva importanza all’oggetto della dipendenza e persiste nell’esecuzione del comportamento pur riconoscendone le conseguenze dannose. 

Tra le dipendenze comportamentali la love addiction, o dipendenza affettiva, è una forma di amore ossessiva, simbiotica e fusionale in cui la relazione con l’altra persona diventa oggetto di brama e investimento patologici, i quali compromettono il funzionamento in molteplici ambiti di vita della persona. L’oggetto della dipendenza affettiva consiste in una modalità patologica di vivere la relazione: chi soffre di dipendenza affettiva arriva a negare i propri bisogni e a sacrificare la propria vita per non perdere l’altro. 

“Perché non riesco a lasciarl*? Come ho fatto a non accorgermi di chi avevo davanti? Perché mi sono lasciat* umiliare, in questo modo?” 

Interrogativi di questo tipo, estremamente frequenti in chi è affetto da dipendenza affettiva, ben descrivono il dolore e lo sconforto provati dalle vittime. Tuttavia, come accade per le tossicodipendenze, anche la dipendenza affettiva è spesso interpretata come una debolezza morale: chi soffre di dipendenza affettiva è visto come debole, inadeguato, sbagliato, colpevole. “Se l’è cercata, è una persona debole, non vuole cambiare, forse le/gli sta bene così.” Se non si conoscono i meccanismi neurobiologici nella dipendenza si giudica il comportamento in base ai concetti di giusto o sbagliato, rischiando di incolpare chi è già vittima e soffre. 

Neurobiologia nella Dipendenza Affettiva

La neurobiologia nella Dipendenza Affettiva e nelle relazioni tossiche è quindi fondamentale per capire ed inquadrare cosa accade in queste dinamiche relazionali e individuali; la spiegazione della scienza è ben diversa e molto meno giudicante nei confronti della vittima: il legame con un partner abusante modifica la nostra biochimica cerebrale.

Nella fase iniziale dell’innamoramento nel nostro cervello vengono prodotte grandi quantità di neurotrasmettitori, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da stupefacenti; se la relazione amorosa è una relazione disfunzionale, i livelli di queste sostanze aumentano in maniera esponenziale.  

Molteplici i neurotrasmettitori coinvolti nella fase dell’innamoramento e del rafforzamento del legame affettivo tossico. 

L’Ossitocina, l’ormone dell’amore, promuove attaccamento e fiducia. In particolare, viene rilasciata durante l’attività sessuale. Nelle relazioni tossiche il sesso, soprattutto nella fase iniziale di idealizzazione, è molto intenso e presente, contribuendo a determinare un legame sessuale importante e profondo che concorre a produrre ulteriore ossitocina, creando così un attaccamento sempre più intenso tra la vittima ed il partner abusante.

La Dopamina, con le conseguenti sensazioni di piacere e benessere generale, è la principale responsabile del meccanismo della dipendenza. L’effetto della dopamina è a sua volta collegato con i centri della memoria, della motivazione e del controllo: essendo i centri della gratificazione collegati con i centri della memoria, le esperienze legate alle sostanze vengono memorizzate, portando il cervello a funzionare dipendendo dalla sostanza. Quando questa viene a mancare, il cervello genera la sensazione spiacevole di astinenza, che induce la persona a ripetere l’assunzione per ripristinare lo stato di benessere. 

La Serotonina è la sostanza che regola l’umore ed è coinvolta in funzioni fisiologiche come il sonno, le funzioni cognitive e la sessualità. Nell’innamoramento avviene una forte caduta dei livelli di serotonina e se l’innamoramento perdura, come nel caso delle relazioni tossiche, questa caduta ha conseguenze dannose per la persona: un basso livello di serotonina è associato a disturbi del tono dell’umore e del sonno, ma soprattutto ad un eccessivo coinvolgimento sessuale che causa a sua volta rilascio di dopamina e ossitocina, responsabili del rafforzamento del legame con il partner abusante. Un circolo vizioso totalmente nocivo per la vittima. 

L’Adrenalina è rilasciata in situazioni di pericolo: promuovendo la risposta di attacco o fuga, l’adrenalina garantisce l’attivazione dell’organismo accelerando la frequenza cardiaca e preparandolo alla difesa per la sopravvivenza. Condividere violenza, panico e pericoli con il partner abusante contribuisce a far sì che il legame tossico diventi ancora più forte e saldo: la paura crea un forte legame biochimico tra persone che vivono esperienze paurose, quindi, più abbiamo paura del partner, più la produzione di adrenalina ci lega a lui.

La Feniletilamina induce effetti simili alle anfetamine e viene rilasciato nei momenti di euforia, in particolare, nella fase iniziale dell’innamoramento. Tale rilascio spiega le sensazioni tipiche di questa fase, come tachicardia, insonnia, eccitazione, la cosiddetta love drug. Tale effetto è solitamente temporaneo, tuttavia, nelle relazioni tossiche caratterizzate da un continuo rinforzo intermittente e da una perenne oscillazione tra amore e disprezzo, la vittima è perennemente sotto l’effetto di questo neurotrasmettitore. Il rilascio di Feniletilamina nel nostro cervello spiega quindi il motivo per cui la persona dipendente desidera intensamente la persona amata e allo stesso momento vorrebbe interrompere il rapporto. 

Pertanto,la neurobiologia della dipendenza affettiva spiega come i circuiti cerebrali coinvolti nel piacere e nella ricompensa possano portare a comportamenti compulsivi e disfunzionali, rendendo così molto difficile distaccarsi dai legami emotivi malsani, indipendentemente dalla forza di volontà. Esattamente come nella dipendenza da stupefacenti, la vittima vorrebbe smettere ma nello stesso tempo non è in grado di farlo a causa della dipendenza cerebrale indotta. 

Quando ascoltiamo storie di vita in cui una persona rimane incastrata in una relazione violenta e maltrattante, è fondamentale abbandonare il giudizio morale; la dipendenza affettiva è una patologia, non una debolezza. Non è  “è una persona debole, non vuole cambiare, forse le/gli sta bene così, se l’è andata a cercare”, è una condizione legata a profonde alterazioni biochimiche cerebrali, fonti di dolore e sentimenti di inefficacia personale, indipendenti dalla forza di volontà. 

È questa la lente con cui leggere tali dinamiche e curare queste ferite. 

Autore

Isabella Enargelico Psicologa Saronno

Articolo scritto dalla Dott.ssa Isabella Enargelico Psicologa e Psicoterapeuta a Saronno

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