L’ESPERIMENTO DELLA PRIGIONE DI STANFORD DEL PROF. PHILIP ZIMBARDO
INQUADRAMENTO: LA COSTRUZIONE DELLA PRIGIONE DI STANFORD
Uno degli esperimenti più impressionanti e controversi della psicologia sociale è quello del Prof. Zimbardo, un’indagine circa il modo in cui i ruoli sociali possono influenzare la personalità e il comportamento delle persone. La progettazione di questo esperimento fu articolata e riguardava innanzitutto la riproduzione di una vera e propria vita carceraria nel seminterrato dell’edificio della Facoltà di Psicologia dell’Università di Stanford ove Zimbardo insegnava, in California.
Fu così costruita una prigione aperta h24, composta da celle per reclusi, cella di isolamento, spazio comune, locale per guardie. Ogni detenuto aveva un numero identificativo, un materasso, una coperta e un cuscino. Le uniformi erano identiche per prigionieri e per detenuti, al fine di amplificare l’anonimia e il distacco da qualsiasi individualizzazione o riconoscimento. I detenuti non potevano essere chiamati per nome, avevano una catena alla caviglia, una retina elastica a coprire la testa e sandali ai piedi. Nella prigione non c’erano finestre né orologi e un impianto di citofoni permetteva di ascoltare tutto e dare informazioni generali ai detenuti. Lo stesso prof. Zimbardo ha preso parte all’esperimento ponendosi quale Direttore della prigione. Ogni ambiente era dotato di videocamera per osservare quanto accadeva a guardie e prigionieri.
Le guardie avevano invece una divisa ufficiale, possedevano fischietto e sfollagente e tutte indossavano occhiali a specchio, sempre per favorire anonimato e massimizzare gli elementi contraddistintivi di un ruolo di potere e controllo. All’interno di questa prigione si cercò di replicare quanto più possibile la vita di un carcere dell’epoca.
AVVIO DELL’ESPERIMENTO
I partecipanti all’esperimento furono 24 studenti universitari maschi, selezionati tra 75 volontari per la loro stabilità psicologica e fisica e per l’assenza di conoscenza reciproca. I partecipanti furono reperiti mediante un’inserzione pubblicata su un giornale locale che prometteva il pagamento di 15 dollari al giorno in seguito all’adesione di un esperimento sulla vita carceraria. I prigionieri furono arrestati a sorpresa nelle loro abitazioni dalla vera Polizia, ammanettati e condotti nel “carcere”, dove vennero spogliati, perquisiti e assegnati a una cella. Lì erano attesi dalle “guardie”, con l’incarico di mantenere per due settimane l’ordine senza usare violenza fisica e di eseguire turni, rapporti giornalieri, dettagli amministrativi. Furono concesse visite da parte del cappellano di un carcere, parenti e amici.
Nonostante l’ambiente fosse simulato, in pochi giorni i partecipanti cominciarono a interiorizzare i ruoli assegnati: le guardie iniziarono infatti a esercitare il proprio potere in modo crescente, imponendo punizioni arbitrarie, umiliazioni e privazioni. Alcuni prigionieri mostrarono segni di stress emotivo, pianti, crisi di ansia e dissociazione. Uno di loro fu rilasciato già al secondo giorno per motivi psicologici. Tali dinamiche degenerarono rapidamente. Le guardie intensificarono le punizioni psicologiche e alcune adottarono comportamenti sadici. I prigionieri, invece, divennero passivi, rassegnati o ribelli. L’ambiente in poco tempo fu malsano e fuori controllo, tanto che lo stesso Zimbardo perse momentaneamente la sua obiettività di ricercatore. Fu così che dopo soli 6 giorni, invece dei 14 inizialmente previsti, l’esperimento fu interrotto nell’estate del 1971 dalla psicologa Christina Maslach, una dottoranda che era sopraggiunta per intervistare i partecipanti all’esperimento, spaventata dalla mancanza di controllo sull’indagine e dalle condizioni abusanti createsi.
Seguì pertanto un’intera giornata di debriefing su quanto accaduto, poiché anche gli stessi sperimentatori avevano perso di lucidità e l’esperimento stava producendo gravità etiche sempre più evidenti. Lo scopo dei colloqui di debriefing fu di condividere le esperienze di tutti i partecipanti dell’esperimento, esternando le sensazioni di ognuno, il crollo emotivo e recuperando le proprie identità.

IMPLICAZIONI E CONCLUSIONI
L’esperimento dimostrò quanto l’assunzione di ruoli socialmente riconosciuti e il contesto (in questo caso, un carcere) possano influenzare profondamente il comportamento umano, anche in persone considerate “ordinarie”, comuni, senza problematiche psicologiche evidenti.
Tuttavia, l’esperimento è stato ampiamente criticato per problemi etici e metodologici. Alcuni partecipanti hanno successivamente dichiarato di aver recitato il loro ruolo più di quanto non si credesse, mettendo in dubbio la spontaneità dei comportamenti osservati. Inoltre, l’intervento minimo dei ricercatori davanti a evidenti sofferenze sollevò interrogativi sul rispetto dei diritti umani dei partecipanti.
Nonostante ciò, l’esperimento della Prigione di Stanford continua a essere un punto di riferimento fondamentale per comprendere le dinamiche di potere, conformismo e deumanizzazione nei contesti sociali strutturati. Zimbardo coniò il concetto di Effetto Lucifero: durante l’esperimento, persone comuni e ordinarie, sentendosi legittimate da una istituzione positiva (l’Università, la Scienza in generale), si percepirono come gli esecutori di una giusta causa. Se dunque qualcosa o qualcuno che loro riconoscevano come “il Bene” richiedeva loro di conseguire azioni anche lesive pur di garantire il rispetto delle regole e l’adeguatezza dell’esperimento, sentivano di avere piena legittimità a farlo, anche a costo di causare dolore altrui.
Questa è l’inquietante ipotesi che porta con sé l’Effetto Lucifero: quando ci troviamo coinvolti in forze sociali che percepiamo come valide, quando la situazione e i ruoli sono considerati legittimi e socialmente riconosciuti, ognuno di noi potrebbe esserne influenzato, al punto da subire modifiche nella propria individualità, concorrendo all’esecuzione anche delle peggiori forme di disumanizzazione e prevaricazione.

Dott.ssa Silvia Bosio, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale riceve a Saronno.
Rivolge la propria attività lavorativa a genitori, adolescenti e adulti e si occupa di erogare percorsi formativi presso realtà territoriali.
È co-didatta presso Scuola di specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale. È formata in DBT, TMI, ACT.
Se stai cercando un supporto psicologico o un trattamento di psicoterapia, contattaci La tua salute mentale è importante: prenditi cura di te stesso oggi.
BIBLIOGRAFIA
- Zamperini A. (2014), Prigioni della mente. Relazioni di oppressione e resistenza. Einaudi.
- Zimbardo, P. G. (2007). The Lucifer Effect: Understanding how good people turn evil. New York: Random House.
