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Il ruolo del terapeuta: tra “saper essere” e “saper fare”

di Centro Interapia | Mag 27, 2026 | Articoli di Psicologia, Supervisione Clinica | 0 commenti

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Nel lavoro psicologico e psicoterapeutico il ruolo del terapeuta non si riduce mai a una semplice applicazione di tecniche. È piuttosto un equilibrio dinamico tra competenze professionali e qualità personali. In altre parole, tra ciò che il terapeuta sa fare e ciò che il terapeuta è.

Questa distinzione è utile per capire il modello, ma nella pratica clinica le due dimensioni sono intrecciate in modo continuo. Il cambiamento terapeutico nasce sempre dall’incontro tra una relazione significativa e un intervento clinicamente competente.

Il “saper essere”: la qualità della presenza terapeutica

Il saper essere riguarda tutto ciò che rende possibile una relazione autentica con il paziente. Non si tratta di “buone doti caratteriali”, ma di competenze relazionali profonde che si costruiscono nel tempo.

In questa prospettiva, il contributo di Carl Rogers è centrale per comprendere la qualità della presenza terapeutica. Rogers individua diverse condizioni fondamentali del lavoro clinico: empatia, accettazione incondizionata, autenticità, presenza clinica.

  • empatia, intesa come comprensione emotiva reale dell’esperienza dell’altro; è la capacità del terapeuta di comprendere e percepire il mondo interno del cliente dal suo punto di vista, senza giudizio. Questo atteggiamento permette di creare un clima relazionale in cui la persona si sente realmente compresa e riconosciuta.
  • accettazione incondizionata, riguarda invece la disponibilità del terapeuta ad accogliere il cliente senza condizioni o valutazioni. Il paziente viene accolto nella sua interezza, anche nelle parti più difficili o conflittuali, all’interno di un contesto non giudicante che favorisce l’esplorazione personale e il cambiamento.
  • autenticità (o congruenza) indica la capacità del terapeuta di essere genuino nella relazione, in contatto con i propri vissuti e in grado di esprimerli in modo appropriato. Questa trasparenza contribuisce a costruire una relazione più reale e significativa.
  • presenza clinica, ovvero la capacità di restare nel “qui e ora” della relazione.

Tuttavia, oggi, possiamo leggere questo aspetto in modo ancora più ampio. La relazione terapeutica non è solo un contenitore empatico: è uno spazio che attiva sistemi profondi di regolazione emotiva e di attaccamento.

Da questo punto di vista, la prospettiva di Giovanni Liotti aiuta a comprendere come il terapeuta non si limiti a “essere presente”, ma partecipi attivamente alla regolazione dei sistemi emotivi e relazionali del paziente. La relazione diventa così un luogo in cui si attivano schemi di sicurezza, protezione, distanza o allarme che appartengono alla storia del paziente.

Il saper essere, quindi, non è solo empatia: è anche capacità di reggere e modulare questi sistemi relazionali complessi.

Il “saper fare”: tecnica, metodo e flessibilità

Accanto alla dimensione relazionale, il terapeuta deve possedere una solida competenza tecnica.

Il saper fare include:

  • conoscenze teoriche dei modelli psicologici;
  • capacità di formulare il caso;
  • uso flessibile delle tecniche terapeutiche;
  • definizione di obiettivi e monitoraggio del percorso.

Tuttavia, nella pratica clinica non esiste mai un’applicazione rigida delle tecniche. Ogni intervento deve essere adattato alla persona concreta che abbiamo davanti considerando la sua storia, i suoi vissuti e la sua individualità. 

Il punto centrale non è “usare la tecnica giusta”, ma saperla utilizzare nel momento giusto, nella relazione giusta e con la persona giusta.

L’alleanza terapeutica: dove tutto si incontra

fiducia alla base del rapporto con il terapeuta

Il punto di incontro tra saper essere e saper fare è l’alleanza terapeutica, come descritta da Edward Bordin.

Essa si basa su tre elementi:

  • condivisione chiara ed esplicita degli obiettivi tra paziente e terapeuta;
  • accordo e definizione di compiti reciproci;
  • qualità del legame emotivo che si costruisce tra paziente e terapeuta, caratterizzato su rispetto e fiducia.

Il legame emotivo appartiene soprattutto al saper essere, mentre obiettivi e compiti riguardano più direttamente il saper fare.

Ma nella realtà clinica queste componenti non sono separabili. L’alleanza è un processo vivo, che si costruisce e si modifica nel tempo attraverso l’interazione.

In riferimento alla teoria dell’attaccamento, l’alleanza può essere considerata una base sicura temporanea, al cui interno il paziente sperimenta nuove modalità di relazione e regolazione emotiva.

Il terapeuta come strumento di lavoro

Una caratteristica unica della psicoterapia è che il terapeuta utilizza sé stesso come strumento clinico.

Le proprie emozioni, reazioni e intuizioni non sono “rumore di fondo”, ma parte del processo terapeutico.

Questo implica:

  • consapevolezza di sé;
  • capacità di riconoscere le proprie risonanze emotive;
  • uso del controtransfert come informazione clinica.

In quest’ottica le reazioni emotive del terapeuta non sono solo qualcosa da gestire, ma anche segnali utili per comprendere ciò che sta accadendo nella relazione.

Con un linguaggio vicino a Liotti, possiamo dire che le emozioni del terapeuta spesso indicano quale sistema motivazionale interpersonale si sta attivando nel qui e ora della seduta.

Quando il saper essere e il saper fare si sbilanciano

Se una delle due dimensioni prevale troppo sull’altra, il processo terapeutico si impoverisce.

Un eccesso di tecnica può rendere la terapia rigida, distante o poco sensibile alla soggettività del paziente.

Un eccesso di relazione non strutturata, invece, può portare a perdita di direzione, confusione nei confini e difficoltà nel guidare il percorso.

Il lavoro del terapeuta sta proprio nel mantenere questo equilibrio dinamico, che cambia a seconda delle fasi della terapia.

La formazione del terapeuta: un processo continuo

Diventare terapeuta non è mai un punto di arrivo.

La formazione continua attraversa:

  • aggiornamento teorico;
  • supervisione clinica;
  • esperienza pratica;
  • lavoro personale.

Col tempo, ciò che conta non è solo accumulare conoscenze, ma integrare sempre meglio il proprio modo di essere con il proprio modo di lavorare.

È proprio questa integrazione che rende la pratica clinica efficace e autentica.

Conclusione

Il lavoro psicoterapeutico non è mai solo tecnica e non è mai solo relazione. È un intreccio continuo tra competenza e presenza, tra sapere e incontro umano.

Il terapeuta non applica semplicemente strumenti: costruisce uno spazio relazionale in cui il paziente può sperimentare nuove forme di esperienza di sé e degli altri.

In questo senso, la psicoterapia non è soltanto un metodo di cura, ma un processo relazionale complesso in cui due menti lavorano insieme per trasformare il modo in cui si dà significato all’esperienza. È nell’incontro tra una presenza autentica e una competenza tecnica solida che si crea uno spazio terapeutico capace di sostenere il cambiamento psicologico.

Bibliografia

Carl Rogers. (1961). On becoming a person. Houghton Mifflin.

Edward Bordin. (1979). The generalizability of the psychoanalytic concept of the working alliance. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 16(3), 252–260.

Irvin D. Yalom. (2002). The gift of therapy: An open letter to a new generation of therapists and their patients. Harper Collins.

Giovanni Liotti. (2001). Le opere della coscienza: Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista. Cortina.

Autore

Articolo scritto dalla dott.ssa Arianna Mariniello Psicologa e Psicoterapeuta.

Mariniello Arianna Psicoterapeuta Legnano

Articolo scritto dalla dott.ssa Mariniello Arianna Psicologa e Psicoterapeuta a Legnano.

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