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L’evitamento come strategia di regolazione dell’ansia: un’arma a doppio taglio

da | Mag 26, 2025 | Ansia Generalizzata | 0 commenti

L’EVITAMENTO: UNA DEFINIZIONE

Con il termine evitamento si fa riferimento a qualsiasi comportamento che permette all’individuo di ridurre al minimo la propria esposizione a stimoli e situazioni che egli percepisce come pericolose e minacciose (Ball & Gunaydin, 2022) o comunque come possibili teatri di un’esperienza ansiosa. Sebbene in alcune occasioni l’evitamento risulti necessario per la propria sopravvivenza, diventa una strategia maladattiva quando viene messa in atto in maniera coercitiva, limitando così le varie possibilità di esplorazione (Sassaroli et al., 2006). L’intento di questo articolo è quello di analizzare nel dettaglio l’evitamento come strategia di regolazione emotiva e come in realtà sia essa stessa a mantenere alto il grado di intensità di ansia percepito.

ANSIA ED EVITAMENTO

L’ansia è un’emozione fondamentale per l’essere umano. Si attiva soprattutto quando percepiamo una minaccia, e prepara il nostro corpo e la nostra mente ad affrontarla.
Dal punto di vista evolutivo, l’ansia ha una funzione importante: ci aiuta ad essere più attenti, pronti a reagire e a proteggerci da possibili pericoli (Clark & Beck, 2010). Tuttavia, può capitare che l’ansia si presenti anche quando non c’è un vero pericolo, oppure che sia molto più intensa del necessario. In questi casi, può diventare un problema.
Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5; APA, 2013) definisce i disturbi d’ansia come condizioni in cui la paura o la preoccupazione diventano persistenti e pervasivi  tanto da ostacolare la vita di tutti i giorni.
L’ansia può manifestarsi non solo con pensieri di allarme o preoccupazione, ma anche attraverso diversi sintomi fisici. Tra i più comuni ci sono: battito cardiaco accelerato, palpitazioni, sudorazione eccessiva, respiro affannoso, tensione muscolare, disturbi allo stomaco, vertigini, brividi o vampate di calore e secchezza delle fauci. Anche se queste reazioni del corpo sono normali e servono a prepararci ad un possibile “attacco o fuga”, possono essere vissute come molto spiacevoli o addirittura spaventose. Per questo motivo, chi soffre spesso di ansia può iniziare a evitare certe situazioni: tenta così di scongiurare il realizzarsi dell’evento temuto oppure di tenersi lontano dall’esperienza sgradevole di ansia acuta (Lorenzini et al., 2006).

IL PARADOSSO DELL’EVITAMENTO

L’individuo che adotta un comportamento di evitamento di fronte a una situazione percepita come minacciosa può sperimentare un immediato sollievo dall’ansia, con un apparente miglioramento psicofisico. Tuttavia, questa riduzione temporanea del disagio può generare un effetto paradossale: il soggetto può attribuire l’assenza dell’evento temuto all’atto stesso di evitare, rafforzando così l’idea che l’evitamento sia necessario per “mettersi in salvo”. Questo meccanismo di “rinforzo negativo”, come evidenziato da alcuni studi (Craske et al., 2008), contribuisce al mantenimento del disturbo ansioso. Inoltre, l’evitamento cronico limita la possibilità di apprendere che la minaccia percepita è spesso sovrastimata o infondata, alimentando l’ansia nel tempo. In questo senso, sebbene evitare determinate circostanze possa sembrare utile nel breve periodo, si rivela nel lungo termine una strategia disfunzionale, un’arma a doppio taglio che finisce per perpetuare e amplificare l’ansia stessa.
Ridurre al minimo l’esplorazione a favore dell’evitamento, inoltre, limita drasticamente gli interessi di una persona, la quale entrando raramente in contatto con stimoli positivi potrebbe anche avere conseguenze negative sul proprio umore (Ferster, 1973).

Evitamento

TECNICHE DI ESPOSIZIONE: L’ANTIDOTO EFFICACE CONTRO L’ANSIA

Le tecniche di esposizione sono tra gli strumenti più efficaci usati nella psicoterapia cognitivo-comportamentale per affrontare i disturbi d’ansia. La loro validità è ben dimostrata, soprattutto nei casi in cui l’evitamento gioca un ruolo centrale nel mantenere il disagio (Marks, 1987).
L’obiettivo principale è aiutare la persona ad abituarsi gradualmente a ciò che teme, in modo da ridurre l’ansia e correggere le previsioni catastrofiche che spesso accompagnano questi vissuti.

Ecco alcune delle modalità più comuni con cui si applicano queste tecniche (Betti & Melli, 2018):

  • Esposizione graduale in vivo: consiste nell’affrontare, passo dopo passo, le situazioni che generano ansia, partendo da quelle meno spaventose fino ad arrivare a quelle più intense. Insieme al terapeuta si costruisce una gerarchia degli stimoli temuti e ci si allena ad affrontarli uno alla volta a partire da quello meno ansiogeno. Quando l’ansia si abbassa, si passa al livello successivo.
  • Esposizione in immaginazione: è una tecnica molto simile a quella precedente, ma in questo caso, invece di affrontare direttamente la situazione temuta, la si immagina. È utile soprattutto all’inizio del percorso, per cominciare a familiarizzare con ciò che fa paura o ansia, durante la seduta, prima di passare all’esposizione i vivo.
  • Flooding (o esposizione non graduata): è la tecnica meno utilizzata, prevede di esporsi direttamente alla situazione più ansiogena senza gradualità. Per essere efficace — e non dannosa — richiede una solida relazione terapeutica e una forte motivazione da parte della persona.

Evitare ciò che fa paura può sembrare la soluzione più semplice, ma spesso nel tempo peggiora la situazione, limitando la libertà e rinforzando l’ansia. Se ti rendi conto che evitare è diventata la tua principale strategia per gestire il malessere, potresti trarre grande beneficio da un percorso psicoterapeutico: con il supporto di un professionista, puoi imparare a fronteggiare l’ansia in modo più sano e duraturo.

Chiara Maroso Psicologa Saronno

Articolo scritto dalla dott.ssa Chiara Maroso Psicologa a Saronno

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BIBLIOGRAFIA

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). American Psychiatric Publishing.
  • Ball, T. M., & Gunaydin, L. A. (2022). Measuring maladaptive avoidance: From animal models to clinical anxiety. Neuropsychopharmacology, 47(5), 978–986. https://doi.org/10.1038/s41386-021-01154-4
  • Clark, D. A., & Beck, A. T. (2010). Cognitive theory and therapy of anxiety and depression: A practitioner’s guide. Guilford Press.
  • Craske, M. G., Kircanski, K., Zelikowsky, M., Mystkowski, J., Chowdhury, N., & Baker, A. (2008). Optimizing inhibitory learning during exposure therapy. Behaviour Research and Therapy, 46(1), 5–27. https://doi.org/10.1016/j.brat.2007.10.003
  • Ferster, C. B. (1973). A functional analysis of depression. American Psychologist, 28(10), 857–870.
  • Marks, I. M. (1987). Fears, phobias, and rituals: Panic, anxiety, and their disorders. Oxford University Press.
  • Sassaroli, S., Lorenzini, R., & Ruggiero, G. M. (a cura di). (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia: Rimuginio, controllo ed evitamento. Raffaello Cortina Editore.
  • Sica, C., & Melli, G. (a cura di). (2018). Fondamenti di psicologia e psicoterapia cognitivo-comportamentale: Modelli clinici e tecniche d’intervento. Erickson.
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