Nel nostro immaginario, il lutto è qualcosa che segue la morte: un evento chiaro, definitivo, che segna la perdita di una persona cara. Ma cosa accade quando la perdita non è netta, quando il corpo della persona è ancora presente ma la sua mente, i suoi tratti identitari, il suo ruolo nella relazione sembrano dissolti? Questo è ciò che si intende per lutto ambiguo (ambiguous loss, P. Boss).
Nel caso di gravi cerebrolesioni acquisite (ad es. un grave ictus, un trauma cranico importante) o condizioni neurologiche invalidanti (dalla SLA allo stato vegetativo), i familiari si trovano a confrontarsi con una perdita difficile da definire. La persona amata è lì, ma non è più “quella di prima”. È un tipo di perdita senza chiusura, che lascia spazio a emozioni contrastanti e a un dolore spesso non riconosciuto socialmente, che può restare sospeso per anni.
La sospensione emotiva: dolore e speranza che coesistono
Una caratteristica centrale del lutto ambiguo è la coesistenza, a volte logorante, di dolore e speranza. I familiari oscillano tra il desiderio di mantenere vivo il legame e la consapevolezza che qualcosa di irrimediabile è accaduto. Non poter nominare chiaramente la perdita significa non poterla elaborare pienamente: il processo del lutto resta sospeso, come se qualcosa impedisse di iniziare davvero a “lasciare andare”. Spesso, ci si sente come in “stand by”.
Questa ambivalenza può generare stati di stress cronico, senso di colpa (perché si prova tristezza o rabbia verso qualcuno che è ancora vivo), oppure confusione identitaria nel ruolo che si ricopre. Un figlio che diventa genitore del proprio padre cerebroleso; un coniuge che continua ad accudire il partner ma senza più sentirne reciprocità affettiva. Si vive una relazione, ma svuotata del riconoscimento emotivo che prima la rendeva significativa.
Stare di fronte all’ambiguità
Nel lutto ambiguo, la difficoltà più grande è riuscire a dare un senso a ciò che sta accadendo.
Quando viviamo una perdita, spesso cerchiamo di raccontarla a noi stessi e agli altri per poterla affrontare: ma in questi casi, in cui la persona è presente fisicamente ma non è più come prima, trovare le parole giuste è complicato. Ciò che non è detto, che non è chiaro o che non viene riconosciuto come una vera perdita, rende difficile costruire una storia coerente che ci aiuti a elaborare il dolore. L’obiettivo di una terapia, in questi casi, non può quindi consistere nel “chiudere” il lutto, perché spesso non c’è nulla da chiudere in modo definitivo.
L’obiettivo diventa invece quello di aiutare la persona a dare un nome a questa ambiguità, a riconoscere la validità del proprio dolore, e a trovare modalità nuove di relazione con la persona che non è più la stessa.
Costruire significati alternativi, che permettano di vivere in modo meno doloroso ciò che non può essere cambiato.
Uno spazio per il riconoscimento emotivo
Uno degli aspetti più dolorosi per chi vive un lutto ambiguo è l’invisibilità. La società riconosce il lutto per una morte, ma spesso fatica a riconoscere il dolore di chi assiste un familiare gravemente compromesso. Il terapeuta può offrire uno spazio in cui questo dolore riceva finalmente legittimità. Dove non è necessario giustificare la propria tristezza o la propria rabbia, dove si può raccontare la fatica quotidiana senza sentirsi “sbagliati”.
In questo senso, il ruolo terapeutico si avvicina a quello di un testimone: qualcuno che può restare presente e accogliente anche davanti a una sofferenza che non ha soluzioni immediate o lineari. Nella stanza di terapia, anche ciò che non può essere risolto può essere detto. E questo, già di per sé, è un passo verso la ricostruzione di significato.
Ridefinire i legami
Uno dei passaggi più delicati del percorso terapeutico è aiutare la persona a ridefinire la propria relazione con il familiare compromesso. In alcuni casi, ciò significa trovare nuove modalità di comunicazione — magari solo corporee o emotive — che consentano comunque una forma di contatto. In altri, si tratta di accettare la trasformazione della relazione, senza viverla come un tradimento del passato. L’obiettivo non è dimenticare com’era la persona, ma riconoscere che il legame può cambiare forma, pur mantenendo valore.
Autore

Articolo scritto dalla dott.ssa Fossati Marina Psicologa a Saronno
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