Fino a pochi anni fa, parlare di sofferenza psicologica, attacchi di panico, depressione disturbi di personalità, rischio suicidario ecc. era un tabù da confinare nel segreto della stanza di terapeuta. Oggi basta aprire TikTok, Istagram per trovare migliaia di video in cui ragazzi e adulti condividono i loro crolli emotivi, piangendo davanti alla telecamera o ironizzando sulle proprie diagnosi. Il tema della salute mentale e social oggi è diventato centrale nel dibattito pubblico.
Se da un lato questo fenomeno ha squarciato il velo del silenzio, rompendo il tabù, dall'altro ha trasformato la salute mentale in qualcosa di nuovo: un contenuto da scrollare.Il tema del dolore sui social apre così una riflessione delicata sul confine tra condivisione, bisogno di ascolto e ricerca di visibilità.
Indice
- Perché il dolore diventa un "trend"? L'attrazione della vulnerabilità
- Il rischio invisibile: spettacolarizzazione e banalizzazione
- Gli effetti collaterali della viralità: dalla cura all'intrattenimento
- L'altra faccia della medaglia: riduzione dello stigma e community
- Educazione digitale: come sviluppare uno sguardo critico
- Il ruolo degli adulti
- Bibliografia
- Autore
Perché il dolore diventa un "trend"? L'attrazione della vulnerabilità
L'algoritmo premia l'autenticità grezza. I video patinati in stile Instagram stanno lasciando il posto alla vulnerabilità senza filtri, in qualche modo alla “vista reale”. Vedere una persona che mostra la propria fragilità genera empatia e rispecchiamento: ci fa sentire meno soli nelle nostre fatiche quotidiane, meno soli nella sofferenza.
Il problema sorge quando questa vulnerabilità si trasforma in una metrica di successo. Algoritmicamente, il crollo emotivo "paga" in termini di visualizzazioni, commenti e like. Si crea così una perversa "fame d'approvazione" — un concetto sviscerato dalla saggista Giulia Campanale nel suo volume del 2025 Fame d'approvazione - Gen Z, DCA e social media — in cui il riconoscimento sociale passa attraverso la pubblica ostentazione del proprio malessere. Per la Gen Z, in particolare, il confine tra l'identità personale e la performance digitale si fa incredibilmente sottile. Il rischio diventa quindi di identificarsi con il malessere, “io sono il mio dolore” e non “io ho un malessere X”. Essere e avere diventano la stessa cosa.
Il rischio invisibile: spettacolarizzazione e banalizzazione

Quando la sofferenza si adatta ai formati di social (video brevi, musiche accattivanti, trend ironici), il rischio di banalizzazione è alto. Complessi quadri clinici vengono ridotti a brevi liste di sintomi in cui chiunque può immedesimarsi: "Se fai queste 3 cose, allora hai l'ADHD o un trauma da attaccamento".
Questa eccessiva semplificazione trasforma la diagnosi psicologica in un'etichetta, utile solo a categorizzarsi, svuotando di significato e perdendo tutti i fattori più complessi e articolati di una diagnosi (fattori contestuali, personali, genetici, sociali, storici), si perde dunque il reale percorso clinico.
Gli effetti collaterali della viralità: dalla cura all'intrattenimento
Quando un contenuto sul dolore diventa virale, si attivano dinamiche psicologiche e relazionali complesse:
- Da sofferenza a intrattenimento: Il dolore altrui rischia di diventare un contenuto d’informazione e intrattenimento. Lo spettatore “consuma” il dolore del creator con scarsa connessione, riducendo la reale capacità di dare ascolto a quella sofferenza.
- Effetto emulazione e contagio sociale: Soprattutto nell'ambito dei disturbi della nutrizione e dell’alimentare (DNA) o dell'autolesionismo, la visione ripetuta di certi contenuti può attivare meccanismi di imitazione in soggetti vulnerabili.
- Giudizi gratuiti e cyberbullismo: Esporre il proprio nucleo più fragile alla platea del web significa esporsi anche a commenti violenti, svalutazioni, critiche e diagnosi formulate da utenti senza una competenza specifica.
- Perdita degli spazi sicuri: L'elaborazione del dolore richiede protezione, silenzio e adeguato supporto specialistico. Spostare questo processo sul una piattaforma social potrebbe sovraesporre la persona e rendere il processo di guarigione più complesso.
L'altra faccia della medaglia: riduzione dello stigma e community
Non possiamo, tuttavia, demonizzare lo strumento dei social, Instagram o TikTok hanno avuto il merito storico di rompere il silenzio sulla salute mentale, abbattere il muro del tabù.
Milioni di persone hanno scoperto che i loro sintomi avevano un nome, che non c'era nulla di cui vergognarsi, che non erano soli o i soli al mondo a sentirsi così e che chiedere aiuto è un atto di coraggio. Le community virtuali offrono un senso di appartenenza fondamentale per chi vive in contesti isolati o non ha supporto emotivo in famiglia. Il tabù della psicoterapia è crollato anche grazie alla presenza sulla piattaforma di professionisti che fanno divulgazione scientifica.
Educazione digitale: come sviluppare uno sguardo critico
Per navigare in questo mare digitale senza affogare, è necessario sviluppare alfabetizzazione digitale. Imparare (e insegnare) a usarli con consapevolezza. Guardare al dolore sui social con uno sguardo critico significa riconoscere sia il valore della condivisione, sia i rischi della spettacolarizzazione
Vademecum per un uso consapevole dei social:
- 1. Sospendere l'autodiagnosi -> Un video di 30 secondi non sostituisce un colloquio clinico e un processo psicodiagnostico .
- 2. Monitorare l'impatto emotivo -> Se i contenuti di un creator ti lasciano ansia o inadeguatezza, clicca su "Non mi interessa".
- 3. Distinguere l'empatia dalla performance -> Ricorda che dietro un video c'è sempre un montaggio e una scelta di cosa mostrare.
Il ruolo degli adulti
- I genitori e gli educatori non devono porsi come censori, ma come ponti. Accogliere le domande dei ragazzi, chiedendo loro: "Come ti fa sentire guardare questo tipo di video?", aiutandoli a decodificare le immagini.
Bibliografia
- Campanale, G. (2025). Fame d'approvazione - Gen Z, DCA e social media. Roma: Edizioni Psiche e Società. (Testo fondamentale per comprendere il legame tra l'approvazione digitale e i disturbi alimentari nei giovani).
- Twenge, J. M. (2018). Iperconnessi. Perché i ragazzi d'oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici. Milano: Il Saggiatore.
- Lancet Psychiatry (2023). The double-edged sword of mental health awareness on social media. Vol. 10, Issue 4.
- Coyne, S. M., et al. (2020). Does time spent on social media impact mental health? A clock density analysis. Computers in Human Behavior, 104.
Autore

Articolo scritto dalla Dott.ssa Alessia D'Angelo Psicologa e Psicoterapeuta a Milano
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