Nella pratica clinica, la supervisione rappresenta un momento prezioso in cui il terapeuta può fermarsi, distanziarsi dal vortice dell’operatività quotidiana e prendersi il tempo di osservare ciò che accade nella stanza di terapia. Non è solo un’occasione per “imparare” qualcosa di nuovo o per ricevere indicazioni tecniche; è soprattutto uno spazio per ritrovare respiro, sicurezza e chiarezza, per rileggere la propria esperienza da una prospettiva diversa.
Indice
Come viene condotta la supervisione?
Il mio modo di condurre la supervisione nasce dall’incontro di diverse esperienze e formazioni: una solida base neuropsicologica, la specializzazione in psicoterapia cognitivo costruttivista post-razionalista e molti anni di lavoro in contesti sanitari complessi, a contatto con pazienti e situazioni ad alta intensità emotiva. Questo percorso mi ha portato a tenere insieme il corpo, la mente (anche intesa come cervello), le emozioni e la prospettiva evoluzionistica, con la convinzione che questi aspetti siano inscindibili quando si lavora nella relazione terapeutica.
Nel mio approccio, la supervisione è un incontro tra pari, in cui la mia funzione non è quella di dettare “la strada giusta”, ma di offrire una luce diversa, un riflettore che illumina angoli della relazione terapeutica non sempre visibili a chi vi è immerso. È un processo di co-costruzione, in cui io e il terapeuta supervisionato esploriamo insieme significati, emozioni e movimenti che attraversano il lavoro clinico.
Supervisione: tra cornici teoriche e cliniche
Questo modo di lavorare si fonda su precise cornici teoriche e cliniche, che guidano il mio sguardo e le domande che porto nella stanza di supervisione:
- La cornice cognitivo-costruttivista post-razionalista, che valorizza l’unicità dell’esperienza soggettiva e il significato personale attribuito agli eventi.
- La relazione, intesa non come semplice contesto, ma come vero e proprio strumento terapeutico, specchio e laboratorio di cambiamento.
- Il corpo come strumento di lettura e di azione, custode di segnali preziosi sul senso di sicurezza o di minaccia nella relazione terapeutica.
- I sistemi motivazionali (Liotti, 2001), come bussola evoluzionistica per comprendere i pattern relazionali che emergono e le loro radici profonde.
- La teoria delle parti (Fisher, 2017), per dare voce e riconoscere le diverse istanze interne
che il terapeuta porta con sé e che possono attivarsi nella relazione col paziente.
Credo profondamente che ogni persona — terapeuta o paziente — sia unica, frutto della propria storia e del proprio vissuto, e che faccia sempre il meglio possibile con le risorse che ha a sua disposizione. Per questo il mio lavoro si muove con attenzione, rispetto, cautela e curiosità, nella convinzione che il sintomo non sia altro che l’espressione coerente di quella storia, la migliore possibile per la persona in quel preciso momento di vita.

All’interno di questo spazio, il terapeuta è invitato non solo a parlare “del paziente”, ma a sentire e osservare se stesso mentre è con il paziente: cosa accade nel proprio corpo, quale sistema motivazionale si attiva, quali parti interne prendono il sopravvento o rimangono silenziose. Questo tipo di consapevolezza non è fine a sé stessa: ha il potere di riorientare lo sguardo, restituire fiducia nella propria competenza e alleggerire il peso emotivo del lavoro clinico.
Un luogo sicuro per poter mentalizzare
La supervisione diventa così un luogo in cui è possibile:
- sospendere il giudizio su di sé e sugli altri;
- trasformare l’autocritica in curiosità;
- scoprire nuove possibilità di azione che emergono non dalla prescrizione, ma dalla comprensione condivisa.
Nella prospettiva evoluzionistica di Liotti e Farina, il senso di sicurezza è un prerequisito per poter mentalizzare e riorganizzare l’esperienza: questo vale per il paziente, ma anche per il terapeuta. La supervisione, quando è ben sintonizzata, offre proprio questo: una base sicura, un contesto in cui esplorare senza sentirsi sotto esame, in cui anche le difficoltà diventano materiale vivo per apprendere e crescere.
Per questo motivo il mio intento, in ogni incontro, è che il terapeuta possa uscire dalla stanza non solo con un’idea in più sul caso, ma con un sentire diverso: più saldo, più chiaro e, se possibile, più leggero.
Perché il benessere del terapeuta non è un lusso, ma una condizione necessaria per poter sostenere, nel tempo, la complessità e la profondità della relazione terapeutica.
Autore

Articolo scritto dalla dott.ssa Fossati Marina Psicologa a Saronno
Se stai cercando supporto psicologico o desideri migliorare il tuo benessere mentale, contattaci per fissare un colloquio con uno dei nostri esperti. La tua salute mentale è importante: prenditi cura di te stesso oggi.
