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Supervisione: uno spazio per fermarsi, fare luce, condividere.

da | Set 2, 2025 | Supervisione Clinica | 0 commenti

Nella pratica clinica, la supervisione rappresenta un momento prezioso in cui il terapeuta può fermarsi, distanziarsi dal vortice dell’operatività quotidiana e prendersi il tempo di osservare ciò che accade nella stanza di terapia. Non è solo un’occasione per “imparare” qualcosa di nuovo o per ricevere indicazioni tecniche; è soprattutto uno spazio per ritrovare respiro, sicurezza e chiarezza, per rileggere la propria esperienza da una prospettiva diversa.

Come viene condotta la supervisione?

Il mio modo di condurre la supervisione nasce dall’incontro di diverse esperienze e formazioni: una solida base neuropsicologica, la specializzazione in psicoterapia cognitivo costruttivista post-razionalista e molti anni di lavoro in contesti sanitari complessi, a contatto con pazienti e situazioni ad alta intensità emotiva. Questo percorso mi ha portato a tenere insieme il corpo, la mente (anche intesa come cervello), le emozioni e la prospettiva evoluzionistica, con la convinzione che questi aspetti siano inscindibili quando si lavora nella relazione terapeutica.

Nel mio approccio, la supervisione è un incontro tra pari, in cui la mia funzione non è quella di dettare “la strada giusta”, ma di offrire una luce diversa, un riflettore che illumina angoli della relazione terapeutica non sempre visibili a chi vi è immerso. È un processo di co-costruzione, in cui io e il terapeuta supervisionato esploriamo insieme significati, emozioni e movimenti che attraversano il lavoro clinico.

Supervisione: tra cornici teoriche e cliniche

Questo modo di lavorare si fonda su precise cornici teoriche e cliniche, che guidano il mio sguardo e le domande che porto nella stanza di supervisione:

  • La cornice cognitivo-costruttivista post-razionalista, che valorizza l’unicità dell’esperienza soggettiva e il significato personale attribuito agli eventi.
  • La relazione, intesa non come semplice contesto, ma come vero e proprio strumento terapeutico, specchio e laboratorio di cambiamento.
  • Il corpo come strumento di lettura e di azione, custode di segnali preziosi sul senso di sicurezza o di minaccia nella relazione terapeutica.
  • I sistemi motivazionali (Liotti, 2001), come bussola evoluzionistica per comprendere i pattern relazionali che emergono e le loro radici profonde.
  • La teoria delle parti (Fisher, 2017), per dare voce e riconoscere le diverse istanze interne
    che il terapeuta porta con sé e che possono attivarsi nella relazione col paziente.
    Credo profondamente che ogni persona — terapeuta o paziente — sia unica, frutto della propria storia e del proprio vissuto, e che faccia sempre il meglio possibile con le risorse che ha a sua disposizione. Per questo il mio lavoro si muove con attenzione, rispetto, cautela e curiosità, nella convinzione che il sintomo non sia altro che l’espressione coerente di quella storia, la migliore possibile per la persona in quel preciso momento di vita.
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All’interno di questo spazio, il terapeuta è invitato non solo a parlare “del paziente”, ma a sentire e osservare se stesso mentre è con il paziente: cosa accade nel proprio corpo, quale sistema motivazionale si attiva, quali parti interne prendono il sopravvento o rimangono silenziose. Questo tipo di consapevolezza non è fine a sé stessa: ha il potere di riorientare lo sguardo, restituire fiducia nella propria competenza e alleggerire il peso emotivo del lavoro clinico.

Un luogo sicuro per poter mentalizzare

La supervisione diventa così un luogo in cui è possibile:

  • sospendere il giudizio su di sé e sugli altri;
  • trasformare l’autocritica in curiosità;
  • scoprire nuove possibilità di azione che emergono non dalla prescrizione, ma dalla comprensione condivisa.

Nella prospettiva evoluzionistica di Liotti e Farina, il senso di sicurezza è un prerequisito per poter mentalizzare e riorganizzare l’esperienza: questo vale per il paziente, ma anche per il terapeuta. La supervisione, quando è ben sintonizzata, offre proprio questo: una base sicura, un contesto in cui esplorare senza sentirsi sotto esame, in cui anche le difficoltà diventano materiale vivo per apprendere e crescere.

Per questo motivo il mio intento, in ogni incontro, è che il terapeuta possa uscire dalla stanza non solo con un’idea in più sul caso, ma con un sentire diverso: più saldo, più chiaro e, se possibile, più leggero.

Perché il benessere del terapeuta non è un lusso, ma una condizione necessaria per poter sostenere, nel tempo, la complessità e la profondità della relazione terapeutica.

Autore

Fossati Marina Psicologa a Saronno

Articolo scritto dalla dott.ssa Fossati Marina Psicologa a Saronno

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