Home » Articoli di Psicologia » Quando l’ansia protegge: il paradosso di un sintomo che soffre e allo stesso tempo, cerca di salvare qualcosa

Quando l’ansia protegge: il paradosso di un sintomo che soffre e allo stesso tempo, cerca di salvare qualcosa

di content | Set 21, 2026 | Ansia e Panico, Articoli di Psicologia | 0 commenti

Estimated reading time: 8 minuti

Introduzione: quando il sintomo diventa il nemico

Spesso dimentichiamo la funzione dell’ansia e il motivo per cui questo stato emotivo esiste.

"Vorrei solo smettere di essere ansioso."

È una delle richieste più frequenti che arrivano in psicoterapia.

L’ansia viene spesso vissuta come un nemico interno, qualcosa che limita la libertà, impedisce di scegliere, di esporsi, di vivere pienamente.

La persona sente di essere bloccata: vorrebbe cambiare lavoro, iniziare una relazione, prendere una decisione importante, ma qualcosa dentro di sé sembra frenarla.

La domanda spontanea diventa:

"Perché non riesco a fare quello che voglio?"

La prospettiva psicoterapeutica invita però ad aggiungere una domanda diversa:

"Che cosa sta cercando di proteggere questa ansia?"

Perché, anche quando genera sofferenza, un sintomo raramente compare senza una funzione. A volte ciò che oggi limita la persona è stato, in passato, il modo migliore che aveva trovato per affrontare una situazione difficile.

Oltre la diagnosi: comprendere la funzione dell’ansia

Una diagnosi può essere uno strumento importante.

Può aiutare a dare un nome all’esperienza, a riconoscere una difficoltà e a orientare un percorso terapeutico.

Tuttavia, una diagnosi descrive alcuni aspetti della sofferenza, ma non racconta tutta la persona.

Due persone con la stessa diagnosi di ansia possono avere storie completamente diverse.

Una persona potrebbe aver imparato che il proprio valore dipende dal fare tutto bene, dal non sbagliare mai, dal rispondere sempre alle aspettative degli altri.

Un’altra potrebbe essere cresciuta assumendosi responsabilità molto grandi, imparando che prendersi cura degli altri viene prima dei propri bisogni.

Un’altra ancora potrebbe sperimentare ansia dopo un cambiamento importante, quando vecchi equilibri non funzionano più e nuovi modi di stare nel mondo devono ancora essere costruiti.

Il sintomo può essere simile. Il significato, però, è sempre personale.

Per questo la domanda terapeutica non è soltanto:

"Qual è il problema?"

Ma anche:

"In quale storia questo problema ha preso forma?"

L'ansia: tra ciò che l'ha generata e ciò che oggi la mantiene

uando una persona arriva in terapia spesso porta una domanda molto comprensibile:

"Perché mi succede questo?"

Cerca un’origine, un momento preciso in cui tutto è iniziato.

A volte quell’origine esiste: un’esperienza dolorosa, una relazione significativa, un periodo di forte stress, un cambiamento improvviso.

Ma in psicoterapia non ci fermiamo soltanto a cercare il momento in cui il sintomo è comparso.

Perché sapere da dove arriva l’ansia non sempre è sufficiente per capire perché continua a essere presente.

È possibile che una persona abbia imparato, nel corso della propria storia, a stare nel mondo attraverso il controllo, l’anticipazione o la responsabilità verso gli altri.

Questi modi di funzionare possono essere nati come risposte adattive: strategie che hanno permesso di sentirsi al sicuro, di mantenere relazioni importanti o di affrontare situazioni difficili.

Il problema nasce quando ciò che un tempo proteggeva continua a essere utilizzato anche quando non è più necessario.

Come una vecchia mappa che ha guidato bene in passato, ma che oggi porta in direzioni che non corrispondono più al territorio.

Una persona può aver imparato che preoccuparsi significa prendersi cura.

Può aver associato il rilassarsi al rischio di perdere il controllo.

Può aver interiorizzato l’idea che scegliere per sé stessa significhi deludere qualcuno. In questi casi l’ansia non appare semplicemente come una paura irrazionale.

Diventa il risultato di un equilibrio costruito nel tempo.

La terapia prova allora a comprendere non solo da dove arriva l’ansia, ma soprattutto:

  • "Che cosa la rende ancora necessaria oggi?"
  • Quale ruolo svolge?
  • Che cosa evita?
  • Che cosa protegge?

Che cosa potrebbe accadere se quella protezione non fosse più indispensabile?Perché spesso il sintomo rimane non perché la persona non sia capace di cambiare, ma perché una parte di lei continua a credere che quel cambiamento abbia un prezzo troppo alto.

Il paradosso del sintomo nella prospettiva sistemica

Due persone sedute distanti tra loro davanti al mare, immagine simbolica delle dinamiche relazionali e della distanza emotiva che può accompagnare l’ansia.

Uno degli aspetti più profondi della prospettiva sistemico-relazionale è proprio il paradosso.

Il sintomo fa soffrire la persona, ma allo stesso tempo può avere una funzione all’interno del sistema di relazioni in cui vive.

Questo non significa che la persona scelga consapevolmente di stare male.

Significa che il sintomo può essere diventato un modo per mantenere un equilibrio, spesso invisibile, costruito nel tempo.

Una persona che prova un’intensa ansia ogni volta che cerca di rendersi autonoma potrebbe essere vista semplicemente come "insicura" o "bloccata".

Ma una domanda sistemica potrebbe essere:

"Che cosa cambierebbe nelle relazioni se questa persona riuscisse davvero a diventare autonoma?"

Forse qualcuno dovrebbe confrontarsi con un senso di solitudine. Forse un genitore perderebbe un ruolo importante.

Forse la famiglia dovrebbe trovare un nuovo modo di stare insieme. il sintomo, allora, non appartiene soltanto all’individuo.

È inserito in una rete di significati. A volte una persona porta una sofferenza che racconta anche qualcosa della storia relazionale da cui proviene.

Jung e il conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che possiamo permetterci

Questa lettura dialoga profondamente con il pensiero di Carl Gustav Jung.

Per Jung il sintomo non è semplicemente qualcosa da eliminare, ma può rappresentare un messaggio della psiche.

Nasce spesso da una tensione tra parti diverse della persona. Tra ciò che desideriamo e ciò che sentiamo possibile.

Tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a essere per essere amati, accettati o appartenere.

L’ansia spesso emerge proprio in questo spazio di contraddizione:

  • "Vorrei cambiare, ma ho paura."
  • "Vorrei essere libero, ma temo di ferire qualcuno."
  • "Vorrei scegliere per me, ma sento di tradire le aspettative degli altri."

Il sintomo diventa allora l’espressione di un conflitto.

Non dice soltanto:

"C’è qualcosa che non funziona."

Può dire anche:

"C’è una parte di te che chiede di essere ascoltata."

La prospettiva sistemica amplia questo sguardo: questa contraddizione non nasce soltanto

dentro la persona, ma si costruisce spesso nelle relazioni significative.

Il "non posso" può contenere paure personali, ma anche fedeltà invisibili, aspettative familiari e antichi modi di proteggere i legami.

Quando l'ansia protegge qualcun altro

Uno degli aspetti più delicati del pensiero sistemico è riconoscere che, a volte, un sintomo può avere una funzione protettiva verso qualcun altro.

Una persona può inconsapevolmente mantenere la propria sofferenza per non mettere in crisi un equilibrio familiare.

Può rimanere fragile perché qualcun altro possa sentirsi necessario.

Può non scegliere perché scegliere significherebbe deludere qualcuno.

Può controllarsi continuamente perché nella sua storia essere spontaneo, libero o autonomo era associato al rischio di perdere amore o appartenenza.

Il paradosso è proprio questo: L’ansia limita la vita della persona, ma forse in passato ha rappresentato il modo

migliore che aveva trovato per proteggere un legame importante.

La terapia permette di costruire una nuova possibilità: proteggere le relazioni senza dover più sacrificare sé stessi.

Dalla lotta contro il sintomo alla costruzione di nuove possibilità

a terapia non consiste nel convincere una persona a eliminare l’ansia come se fosse un errore. Consiste nel comprenderne il linguaggio.

Chiedersi:

  • Da dove arriva?
  • Che cosa mantiene oggi?
  • Quale bisogno protegge?
  • Quale parte della persona sta cercando spazio?
  • Quale nuovo equilibrio può essere costruito?

Quando il sintomo viene ascoltato, spesso perde la necessità di farsi sentire con tanta forza.

La persona può iniziare a distinguere ciò che appartiene alla propria storia da ciò che desidera scegliere nel presente.

Perché guarire non significa diventare qualcuno di diverso.Significa poter essere sé stessi senza dover più utilizzare la sofferenza come unico modo per stare in relazione.

Bibliografia

Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. University of Chicago Press.

Bowen, M. (1978). Family Therapy in Clinical Practice. Jason Aronson.

Jung, C. G. (1951). Aion: Researches into the Phenomenology of the Self. PrincetonUniversity Press.

Jung, C. G. (1964). L’uomo e i suoi simboli. Longanesi.

Minuchin, S. (1974). Families and Family Therapy. Harvard University Press.

Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G., Prata, G. (1975). Paradosso e controparadosso. Feltrinelli.

Guidano, V. F. (1987). Complexity of the Self: A Developmental Approach to Psychopathology and Therapy. Guilford Press.

Autore

Articolo scritto dalla Dott.ssa Giulia Agnese, Psicologa e Psicoterapeuta presso la sede di Saronno

Vota

Contatta il Centro InTerapia

Hai trovato utile questo articolo? Se senti il bisogno di iniziare un percorso di crescita personale o affrontare un momento di difficoltà, il nostro team di psicologi e psicoterapeuti è a tua disposizione.