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Da terapeuta osservo spesso come un’emozione adattiva possa trasformarsi in una ferita che provoca sofferenza, minando autostima e benessere psicologico. C’è un momento nella vita in cui uno sguardo, una parola o un episodio online ci fa arrossire il volto e ci blocca la voce. È la vergogna: un’emozione antica, potente e necessaria, che ci avverte quando qualcosa del nostro comportamento mette a rischio l’appartenenza al gruppo. Per alcune persone, però, quella reazione si trasforma in una sensazione permanente di inadeguatezza, capace di intaccare l’identità, le relazioni e la salute mentale.
A cosa serve la vergogna
La vergogna ha una funzione sociale: favorisce la cooperazione e ci aiuta a gestire i conflitti, spingendoci a modificare i comportamenti che potrebbero allontanarci dagli altri. Diversa dalla colpa (June Tangney e Ronda Dearing) che riguarda azioni specifiche, la vergogna colpisce il Sé globale: “sono indegno”, “sono un fallimento”, il focus è sul sé. Il suo segnale si manifesta nel corpo (arrossamento: soprattutto in viso, tensione muscolare, voce più bassa), nella mente (desiderio di nascondersi, ruminazione, percezione di essere inadeguati) e nel comportamento (evitamento, fuga o tentativi di riparazione, minimizzare o negare).
Elsa ha 28 anni e da quando, a 16, un compagno di classe l’ha pubblicamente derisa per il suo aspetto, evita le cene con gli amici: quel gesto ha infatti rinforzato una predisposizione già radicata a causa delle dure critiche dei genitori. Ogni invito scatena battito accelerato, immagini dello sguardo giudicante che la spingono a trovare spesso scuse per non andare. In terapia emerge che non è solo la memoria dell’evento ma la convinzione consolidata: “se mi vedono, si accorgeranno quanto non valgo”, “gli altri sono migliori di me”, questo la tiene prigioniera.
Perche diventa cronica
Non tutte le esperienze imbarazzanti portano a problemi duraturi. La vergogna diventa patologica quando si consolida in credenze stabili sul proprio valore. Fattori che favoriscono questa cronicizzazione includono:
- esperienze precoci ripetute di umiliazione o rifiuto;
- relazioni di attaccamento insicure, con caregiver imprevedibili o distaccati;
- temperamento sensibile al rifiuto e forte reattività allo stress;
- stili di pensiero che globalizzano l’errore, perfezionismo e ruminazione;
- contesti culturali e digitali che normalizzano lo shaming.
Come si mantiene

La vergogna si autoalimenta: evitamento e ruminazione impediscono esperienze correttive, rinforzando la convinzione di inadeguatezza. Nel tempo questo può portare a isolamento, depressione resistente, comportamenti autopunitivi o abuso di sostanze, e difficoltà a gestire feedback o relazioni intime.
Segnali di allarme
Potrebbe essere il momento di cercare aiuto se emergono:
- pensieri persistenti di svalutazione personale;
- evitamento marcato di lavoro, relazioni o contesti sociali;
- autolesionismo, abuso di sostanze o comportamenti autopunitivi;
- funzionamento sociale compromesso o sintomi depressivi severi.
Come intervenire
La buona notizia è che la vergogna si può trattare. Gli approcci efficaci agiscono su pensieri, emozioni e relazioni:
- Terapia Cognitivo-Comportamentale: smontare credenze globali e lavorare su esposizione e distorsioni cognitive;
- CFT (Compassion-Focused Therapy; Gilbert 2010): coltivare autocompassione per ridurre l’autocritica;
- ACT (Acceptance and Commitment Therapy; Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. 2011) aumentare flessibilità psicologica e impegno verso valori personali;
- EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing; Shapiro 2018) o terapie focalizzate sul trauma, quando la vergogna è collegata a eventi traumatici precoci;
- gruppi o interventi relazionali che offrano esperienze correttive di accettazione.
Sulla base della mia esperienza clinica, per il trattamento di questa tipologia di problematica prediligo l’approccio cognitivo-comportamentale integrato con la terapia EMDR. Applicando tale approccio nel lavoro terapeutico con Elsa, mediante esposizioni graduali, verifiche volte a mettere alla prova le credenze disfunzionali e la costruzione di piccoli successi relazionali, la paziente ha progressivamente recuperato fiducia e ha ripreso a partecipare alla vita sociale con maggiore serenità.
Prevenire la ferita
La prevenzione passa per famiglie e scuole: evitare l’umiliazione come strumento educativo, insegnare a tollerare gli errori, promuovere il dialogo empatico e creare spazi sicuri. A livello sociale è fondamentale contrastare la cultura dello shaming, soprattutto online.
Conclusioni
La vergogna è parte della nostra vita sociale e può aiutarci a orientarci nei rapporti con gli altri. Ma quando si cristallizza in una narrazione globale e svalutante del Sé diventa una ferita che limita la vita. Separare ciò che facciamo da chi siamo, offrire relazioni riparative e coltivare autocompassione sono passi concreti per trasformare la vergogna in consapevolezza e guarigione. Posso accompagnarti personalmente in questo percorso e sostenerti mentre impari a distinguere ciò che fai da chi sei e a coltivare l’autocompassione.
Bibliografia
- Tangney, J. P., & Dearing, R. L. (2002). Shame and guilt. New York: Guilford Press.
- Gilbert, P. (2010). Compassion focused therapy: Distinctive features. London: Routledge.
- Neff, K. D. (2003). Selfcompassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.
- Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2011). Acceptance and commitment therapy: The process and practice of mindful change. New York: Guilford Press.
- Shapiro, F. (2018). Eye movement desensitization and reprocessing: Basic principles, protocols, and procedures. New York: Guilford Press.
Autore
Articolo scritto dalla Dott.ssa Barbara Dianati, Psicologa presso la sede di Saronno

Articolo scritto dalla Dott.ssa Barbara Dianati Psicologa Clinica a Saronno
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