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Linee guida alla supervisione clinica

da | Set 15, 2025 | Supervisione Clinica | 0 commenti

La supervisione di psicoterapeuti soltanto recentemente è diventata oggetto di studi approfonditi. In passato, infatti, non era riconosciuta come attività professionale distinta con procedure, metodi e dinamiche proprie. Decisiva è stata l’attenzione posta alla valorizzazione della dimensione emotiva presente nel campo tripersonale formato da supervisore-supervisionato-paziente.

Ciò ha portato alla consapevolezza del potere trasformativo e formativo della supervisione, tanto da essere oggi considerata una risorsa indispensabile per la crescita professionale del terapeuta e per il buon esito della presa in carico del paziente stesso.

La supervisione secondo Raffaele Mastromarino 

Secondo quanto codificato da Mastromarino (2007), possiamo definire, in modo sintetico, la supervisione come un processo bilaterale di apprendimento e stimolazione di processi integrativi nel contesto di una relazione tra professionisti, guidato da una richiesta formativa di confronto o supporto, con un collega esperto.

Si tratta di un processo bilaterale, in quanto comprende e modifica gli stati interni e i flussi di comunicazione di tutte le persone coinvolte, tipicamente due o molteplici nei casi di supervisione di gruppo. É un processo di apprendimento complesso, poiché ha come ampia finalità quella formazione e della crescita professionale. Stimola processi integrativi, in quanto esperienze di comunicazione intima e risonanza interpersonale hanno profondi effetti organizzanti sulla mente: permettono di dare senso al mondo e di modulare l’esperienza emozionale stimolando l’evoluzione verso stati di coerenza e complessità interne, e quindi di benessere psicologico e integrazione (Siegel, 2001, 2010).

Poiché la supervisione è un processo di apprendimento complesso è utile sottolineare che, come in tutti i processi di apprendimento, anche in questo è necessario stimolare nella persona il “Sapere”, il “Saper fare” e il “Saper essere”. Riprendendo quanto evidenziato da Mastromarino (2007), il “sapere”, si riferisce alla conoscenza dei contenuti teorici della supervisione e del modello di terapia cui fa riferimento. In particolare ciò riguarda l’acquisizione di chiavi di lettura teoriche, ricche e articolate che fanno riferimento a contributi teorici e di ricerca aggiornati, che permettano al terapeuta di concettualizzare le problematiche psicologiche delle persone in modo da collegarle alle loro tematiche e ai loro processi salienti. Il “saper fare”, si riferisce al saper applicare tali contenuti teorici. Più specificamente si tratta di fare il passaggio dalla conoscenza di quanto descritto precedentemente al come si applicano concretamente le conoscenze nel concreto del processo terapeutico. Il “saper essere” è riferito al saper tener d’occhio costantemente gli aspetti personali e relazionali entro cui si muove il processo terapeutico.

Ciò implica un’accurata coscienza di sé, del proprio stile e delle proprie reazioni emotive e di saperle collegare con lo stile e le relazioni emotive della persona con cui si lavora. Tipicamente ciò viene indicato nella letteratura come attenzione ai processi transferali e controtransferali. 

La supervisione secondo le linee guida APA

Nonostante i molteplici contributi sul tema presenti in letteratura – tra i quali quello soprariportato di Mastromarino – in Italia, non esistono linee guida unificate e vincolanti a livello nazionale che regolamentino la supervisione in psicoterapia. Ad oggi è l’APA (American Psychological Association) – guidata dalle ricerche di Carol Falender – ad aver meglio codificato il processo di supervisione clinica all’interno dei servizi dedicati alla salute mentale. 

Carol Falender concettualizza la supervisione come “un’attività professionale distinta, in cui l’istruzione e la formazione sono volte a sviluppare una pratica psicoterapeutica scientificamente fondata, attraverso un processo interpersonale collaborativo”.

La supervisione comprende le fasi di osservazione, valutazione e feedback, e facilita l’autovalutazione del supervisionato, l’acquisizione di conoscenze e competenze attraverso la formazione, il modellamento, e il problem solving reciproco.

La supervisione favorisce il riconoscimento dei punti di forza e dei talenti del supervisionato, incoraggiando l’autoefficacia. Deve essere condotta in modo competente nel quadro di uno standard etico e legislativo. La pratica professionale della supervisione deve essere utilizzata per promuovere e tutelare il benessere del cliente, la professione e la società in generale.

Le linee guida APA evidenziano, inoltre, l’importanza di costruire un’alleanza di lavoro solida e chiara condividendo aspettative e obiettivi, oltre a creare un contesto non giudicante. 

Per quanto concerne il metodo di supervisione, viene supportato l’utilizzo di diversi metodi per rendere la supervisione efficace:

  • Osservazione diretta: vedere o ascoltare le sedute del supervisionato tramite video o registrazioni audio;
  • Discussione del caso: analizzare il caso clinico presentato dal supervisionato;
  • Modeling: il supervisore agisce come modello di comportamento clinico e professionale.

Se volessimo fare una sintesi, potremmo concettualizzare il processo di supervisione utilizzando il pensiero di Ruggiero (2014): la supervisione racchiude la sua potenza trasformativa nella validazione degli stati emotivi vissuti in seduta dal terapeuta e nella valutazione e correzione degli aspetti tecnici e strategici ad opera del supervisore, all’interno di uno spazio e di un tempo sospeso e protetto. 

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Autore

Serena Baj Psicoterapeuta Saronno

Articolo scritto dalla dott.ssa Serena Baj

Psicologa e Psicoterapeuta presso il Centro Interapia di Saronno, La dott.ssa Baj aiuta adulti e giovani a superare momenti difficili e ritrovare un equilibrio sereno nella vita quotidiana.

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