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Quante volte ci capita di prendere il telefono quasi senza accorgercene? Siamo in fila alla cassa, aspettiamo che inizi una riunione, siamo fermi al semaforo oppure semplicemente seduti sul divano. Quasi automaticamente, la mano cerca lo smartphone.
A volte non è arrivata nessuna notifica e non c’è nemmeno qualcosa di preciso che stiamo cercando: controlliamo lo stesso, scorriamo qualche contenuto, passiamo da un’app all’altra e poi rimettiamo il telefono sul tavolo. Dopo pochi minuti può succedere di riprenderlo in mano. Quasi come se nel frattempo fosse cambiato qualcosa.
È un gesto così abituale che spesso ce ne accorgiamo soltanto quando proviamo a non farlo.
Il cervello alla ricerca di qualcosa di nuovo
Per capire perché succede, può essere utile partire da come funziona la nostra attenzione.
Il cervello è particolarmente sensibile a ciò che è nuovo, variabile e imprevedibile: una notifica che potrebbe arrivare, un messaggio, un video, una notizia. Può essere qualcosa che ancora non sappiamo cosa sarà.
Lo smartphone mette tutto questo a disposizione in modo continuo e immediato, offrendo una successione praticamente inesauribile di stimoli. Ogni volta che controlliamo il telefono, quindi, non sappiamo esattamente che cosa troveremo e proprio questa incertezza contribuisce a mantenere attiva l’attenzione.
Non è necessario che ogni volta troviamo qualcosa di particolarmente interessante: è sufficiente che esista la possibilità che ci sia.
Con il tempo, però, il gesto può diventare molto più automatico. Se in una certa situazione abbiamo imparato che prendere il telefono ci permette di interrompere un momento di attesa, di distrarci quando siamo stanchi o agitati, di avere qualcosa da fare quando ci annoiamo, il cervello può iniziare ad associare quella sensazione a quel comportamento.
Non serve più decidere consapevolmente di controllare lo smartphone: basta trovarsi in quello stato perché la mano si muova quasi da sola. Ed è uno dei motivi per cui a volte ci ritroviamo a guardare lo schermo senza avere realmente bisogno di farlo.
Quando il telefono riempie uno spazio

Qui il telefono comincia a svolgere una funzione che va oltre quella di comunicare o informarci.
Può diventare un modo rapido per modificare quello che stiamo provando, anche quando non ci rendiamo conto che è proprio questo che stiamo facendo. Se siamo annoiati, ci offre qualcosa con cui riempire il tempo; se siamo inquieti, ci permette di spostare l’attenzione; se siamo stanchi, ci evita per qualche minuto di sentire la fatica; se siamo soli, crea una sensazione di presenza e di contatto. Persino quei momenti apparentemente insignificanti, come aspettare qualcuno o rimanere seduti senza fare niente, possono diventare difficili da attraversare. Questo accade perché siamo abituati a riempirli immediatamente con uno stimolo.
È anche per questo che lo scrolling può essere così difficile da interrompere. Un contenuto ne porta a un altro e non c’è un punto naturale in cui fermarsi: non arriviamo alla fine di una rivista, di un capitolo o di un programma, ma continuiamo a ricevere sempre qualcosa di nuovo. Possiamo quindi andare avanti anche quando ciò che stiamo guardando non ci interessa davvero. Semplicemente perché fermarsi significa tornare a quel momento che stavamo cercando, magari senza saperlo, di riempire. In questo senso il problema non diventa necessariamente quanto ci piace il telefono, ma ciò che gli chiediamo di fare per noi in determinati momenti.
Per questo può essere più utile osservare il proprio comportamento prima ancora di provare a cambiarlo. In quali momenti viene più spontaneo prendere il telefono? Succede soprattutto quando ci si annoia, quando si è soli, quando si è stanchi, quando c’è qualcosa a cui non si vuole pensare oppure semplicemente quando non c’è niente che richieda la nostra attenzione? E soprattutto: che cosa succede nei pochi secondi che precedono il gesto? A volte proprio lì si può trovare qualcosa di interessante. Questo accade perché il telefono arriva prima ancora che abbiamo avuto il tempo di accorgerci di come stiamo.
Prova a lasciare un po' di spazio
Una piccola esperienza può aiutare a scoprirlo. Per qualche minuto, magari dieci, si può scegliere un momento della giornata in cui normalmente si prenderebbe il telefono e provare a lasciarlo da parte, senza sostituirlo con musica, podcast, televisione o altre forme di intrattenimento. Non serve trasformarlo in una prova di forza né riuscire a “resistere”: l’obiettivo è semplicemente vedere che cosa succede. Può arrivare la noia, può emergere irrequietezza, può venire voglia di fare qualcosa, oppure può comparire un pensiero che normalmente viene coperto subito da uno stimolo. Restare lì qualche minuto permette di osservare un’esperienza che spesso nella vita quotidiana interrompiamo immediatamente.
Forse il punto, allora, non è decidere se usare tanto o poco il telefono, né considerarlo un nemico da cui difendersi, ma provare a fermarsi ogni tanto e chiedersi che cosa stiamo cercando di riempire, evitare o non sentire quando lo prendiamo in mano quasi senza accorgercene.
Concedersi di guardare un po’ più da vicino quello che c’è sotto può non essere sempre piacevole: a volte possiamo incontrare la noia, la solitudine, l’inquietudine, un senso di vuoto o semplicemente qualcosa che in quel momento preferiremmo non sentire. Ma proprio quel piccolo spazio, se riusciamo a non riempirlo immediatamente, può diventare un’occasione per scoprire qualcosa di noi che normalmente rimane sullo sfondo. E forse, una volta che abbiamo cominciato a vedere che cosa stiamo cercando di coprire con il telefono, possiamo anche iniziare a capire di che cosa abbiamo davvero bisogno e trovare un modo più autentico per prendercene cura.
Autore
Articolo scritto dalla Dott.ssa Marina Fossati, Psicologa e Psicoterapeuta presso la sede di Saronno

