Punti chiave
- I social media influenzano l’identità corporea dei giovani, creando aspettative e pressioni legate a modelli estetici irraggiungibili.
- Le piattaforme come TikTok e Instagram possono promuovere sia supporto che dinamiche dannose, alimentando la ‘fame di approvazione’.
- Molti giovani usano i social per esprimere il proprio dolore, ma questo può normalizzare sofferenze che invece richiederebbero attenzione e ascolto.
- Nonostante i rischi, i social offrono anche spazi di condivisione e sostegno, dove i giovani possono trovare comunità e consapevolezza.
- Educare al corpo digitale è fondamentale per sviluppare un rapporto sano con sé stessi e i social media.
Indice
DCA e social media: tra luci e ombre
Nell’era digitale, anche il corpo si è trasformato in contenuto: non è più solo vissuto e “abitato”, ma anche esposto, raccontato, confrontato e – spesso – giudicato. Piattaforme social come Instagram e TikTok rappresentano per i giovani appartenenti alla Generazione Z uno spazio quotidiano di espressione e libertà, ma anche di condizionamento, aspettative e stress sociale. Mai come al giorno d’oggi, infatti, il corpo non si limita unicamente a una questione fisica, ma si riflette anche negli schermi, prendendo forma tra like, algoritmi e ricerca di visibilità, approvazione e costruzione del proprio senso d’identità.
In questo scenario, non sorprende che i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) trovino un terreno tanto fertile quanto complesso in cui svilupparsi, tra pressioni sociali legate a modelli estetici irraggiungibili e spazi virtuali di supporto, condivisione, denuncia e consapevolezza.
Ma qual è il reale impatto che hanno oggi i social media nella costruzione dell’identità corporea e nell’emergere dei disturbi alimentari tra i ragazzi e le ragazze della Gen Z?
Fame di approvazione: corpi esposti e identità in bilico
Nel rapporto tra disturbi alimentari e mondo digitale, i social media si configurano come strumenti ambivalenti, capaci di promuovere supporto e condivisione, ma anche di veicolare dinamiche potenzialmente dannose e amplificare fragilità preesistenti.
TikTok e Instagram, in particolare, pur essendo canali espressivi di libertà, condivisione e consapevolezza, possono facilmente trasformarsi in specchi deformanti e diventare spazi ad alto rischio per la salute mentale, soprattutto quando legati ai disturbi alimentari. La logica odierna della visibilità a tutti i costi, la continua esposizione a standard estetici irrealistici e il funzionamento degli algoritmi, infatti, contribuiscono ad alimentare una “fame di approvazione” che può rivelarsi tossica e disfunzionale.
Come accennato nei precedenti articoli, molti giovani vivono il proprio malessere e dolore interiore in solitudine, spesso senza saperlo riconoscere o nominare e senza sentirsi autorizzati a chiedere aiuto. In molti casi, dunque, i social rappresentano per loro l’unico spazio di espressione, dove video o contenuti in cui si mostrano durante momenti di crollo emotivo suscitano interesse e diventano virali. Si tratta di gesti che celano indubbiamente un forte bisogno di attenzione e comprensione, ma che rischiano di normalizzare una sofferenza che meriterebbe di emergere in modo costruttivo e di essere ascoltata e compresa in spazi di cura adeguati e protetti. Il rischio è che il dolore si riduca a qualcosa di condivisibile ma non elaborabile, una narrazione pubblica consegnata indiscriminatamente allo sguardo collettivo, ma priva di uno spazio intimo di contenimento, supporto e sana riflessione.
In aggiunta, i numerosi trend legati alla magrezza o all’alimentazione estrema, l’utilizzo di filtri e la preoccupante viralità di contenuti che normalizzano comportamenti o routine disfunzionali (es. “what I eat in a day”) creano una pressione invisibile ma costante, che spinge molti adolescenti a seguire modelli sbagliati o poco sani e a interiorizzare il messaggio che il proprio valore dipenda dall’aspetto fisico e dall’approvazione altrui. Si tratta di dinamiche insidiose e pericolose che possono aggravare fragilità e insicurezze preesistenti, favorendo l’adozione di pratiche dannose come la restrizione alimentare o l’ossessione per l’esercizio fisico nel tentativo di aderire a un ideale di perfezione e bellezza errato e irrealistico.
Così facendo, la fame di approvazione diventa facilmente insaziabile e molti giovani finisco per perdere sé stessi in una vetrina espositiva continua, dove il valore personale si misura nello sguardo degli altri e il corpo diventa silenziosamente il luogo su cui si proietta il desiderio di esistere. Ecco dunque che la visibilità continua e l’attrazione morbosa del pubblico verso il dolore altrui rischiano di rafforzare inconsciamente nella persona sofferente il vantaggio “secondario” del disturbo, generando l’illusione di avere valore ed esistere agli occhi degli altri proprio grazie ad esso (il pensiero implicito è: “in questo modo mi vedono, quindi esisto”) e intralciando così il percorso verso la guarigione.
Connessioni che aiutano: il potenziale positivo del web
Nel vasto mondo del web, tuttavia, dietro agli aspetti più critici e pericolosi, si nasconde fortunatamente anche un potenziale positivo, dove le persone che affrontano difficoltà legate al proprio corpo possono trovare luoghi di confronto, sostegno e condivisione in cui accendere speranze e scoprire nuovi modi per prendersi cura di sé.
Sui social, infatti, sono sempre più i giovani utenti che usano la propria voce e immagine per raccontare il proprio percorso con i disturbi alimentari, rompendo il silenzio e la solitudine che spesso accompagnano queste forme di malessere. Esistono infatti hashtag come #bodypositivity o #recoverycommunity che rimandano a video-diari che mostrano il percorso di guarigione di alcune persone giorno per giorno, oppure a testimonianze su ricadute e progressi che normalizzano l’imperfezione, l’autenticità e la non linearità della cura, diventando punti di riferimento per chi cerca comprensione, esempi reali o stimoli a guarire.
Non solo questi mezzi digitali favoriscono il sostegno tra pari offrendo a chi ne ha bisogno un senso di appartenenze e vicinanza, ma permettono anche ai professionisti della salute mentale di diffondere contenuti divulgativi accessibili che – pur non sostituendosi alla terapia e al trattamento professionale – possono comunque contribuire a generare consapevolezza, smontare falsi miti, promuovere un rapporto più sano con il cibo e il proprio corpo e stimolare il coraggio di chiedere aiuto.
In questa prospettiva, quindi, i social media possono rivelarsi preziosi strumenti di supporto, sensibilizzazione e prevenzione, purché usati in modo critico, consapevole e responsabile tanto dagli utenti quanto dalle figure professionali.
Educare al corpo digitale
Solo continuando a coltivare la consapevolezza e a educare alle emozioni è possibile trasformare il web da specchio illusorio e deformante a strumento di cura e libertà. È fondamentale educare i giovani al corpo digitale, insegnando loro a distinguere tra ciò che è reale e ciò che è filtrato, a scegliere a cosa esporsi e a da cosa proteggersi e ad avere uno sguardo critico ma gentile su di sé, che favorisca la costruzione di un rapporto sano e autentico con il proprio corpo, dove il valore e il senso di sé non prendono forma nello sguardo degli altri o attraverso like, commenti e confronti continui, bensì nell’ascolto di sé, nel riconoscimento della propria unicità e nel rispetto sincero dei propri bisogni.
Bibliografia:
- Donnini, A., & Rossi, E. (2020). Adolescenti, social media e corpo digitale. Milano: FrancoAngeli.
- Feltman, C. E., & Szymanski, D. M. (2018). Instagram use and self-objectification: The roles of internalization, comparison, appearance commentary, and feminism. Sex Roles, 78(5-6), 311–324.
- Tiggemann, M., & Zaccardo, M. (2018). “Strong is the new skinny”: A content analysis of #fitspiration images on Instagram. Journal of Health Psychology, 23(8), 1003–1011.
Articoli Correlati
Autore

Articolo scritto da Giulia Campanale
Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere e un master in International Human Resource Management presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha iniziato a lavorare presso una multinazionale farmaceutica, dove si occupa di formazione. Spinta da un profondo interesse per la mente e il comportamento umano, ha successivamente scelto di intraprendere un nuovo percorso di studi in Psicologia ed è attualmente laureanda e tirocinante presso il Centro InTerapia di Milano.
