“Capire la plusdotazione: risorse, fragilità e possibilità di intervento”
Che cos’è la plusdotazione
La plusdotazione descrive la presenza di abilità cognitive particolarmente elevate, che possono emergere in una o più aree del funzionamento. Possono riguardare, per esempio, il ragionamento verbale, la memoria, la matematica, la creatività, la capacità di risolvere problemi o la rapidità nell’apprendere. Non è quindi una caratteristica che si manifesta nello stesso modo in tutte le persone: ogni profilo presenta punti di forza, modalità di apprendimento e possibili bisogni differenti.
Essere plusdotati significa necessariamente stare meglio degli altri?
No. Un funzionamento cognitivo elevato può offrire strumenti e opportunità, ma non protegge automaticamente dall’ansia, dalla depressione, dalla solitudine o dalle difficoltà relazionali. L’esperienza dipende anche dalle richieste dell’ambiente, dal sostegno disponibile, dalla storia personale e dalle caratteristiche individuali.
Non esiste un’unica definizione valida per tutti i contesti scolastici e clinici. Alcuni modelli si concentrano soprattutto sulle abilità misurate; altri prendono in considerazione anche la creatività, la motivazione, le opportunità offerte dall’ambiente e il modo in cui il talento si sviluppa nel tempo. Per questo un singolo punteggio, un interesse intenso o una prestazione brillante non bastano, da soli, a definire l’intera persona.
In alcune procedure si incontrano soglie orientative di QI per descrivere l’alto potenziale. Si tratta di criteri operativi, utili all’interno di una valutazione più ampia, ma non di un verdetto autonomo. Il risultato deve essere interpretato insieme alla storia di sviluppo, al profilo delle abilità e al funzionamento reale della persona nei diversi contesti di vita.
La plusdotazione nell’infanzia: segnali possibili e bisogni
In alcuni bambini si osservano una curiosità persistente, un apprendimento rapido in specifici ambiti, domande complesse, facilità nel cogliere relazioni o un interesse molto approfondito per determinati argomenti. Questi elementi, tuttavia, possono convivere con prestazioni disomogenee e con aree in cui il bambino ha ancora bisogno di sostegno.
Un bambino può ragionare in modo avanzato e, allo stesso tempo, avere bisogno di aiuto nell’organizzazione, nella scrittura o nella regolazione della frustrazione. Le caratteristiche variano e non sono presenti in tutti i bambini plusdotati.
A scuola, la ripetizione di attività già padroneggiate può generare noia, disinvestimento o rifiuto, soprattutto quando il bambino non comprende il significato di ciò che gli viene richiesto. Al contrario, standard personali molto elevati possono trasformare anche un compito semplice in una fonte di ansia: il timore di non riuscire perfettamente può portare a rimandare l’inizio o ad abbandonare il lavoro.
Nei rapporti con i coetanei, interessi o modalità di ragionamento differenti possono far sentire un bambino fuori sintonia. Questo, però, non significa necessariamente che sia destinato all’isolamento: è importante osservare quali situazioni favoriscono l’incontro e quali, invece, rendono più difficile sentirsi parte del gruppo. Anche a casa le transizioni, le regole o l’attesa possono diventare faticose; per comprenderle è necessario chiedersi quando compaiono e quali fattori le rendono più intense.
Per alcuni bambini una correzione o un errore provoca una frustrazione intensa. Altri chiedono molte rassicurazioni, evitano di iniziare un’attività se temono di non riuscire subito oppure abbandonano un compito quando il risultato non corrisponde alle aspettative.
Queste reazioni non sono “sintomi della plusdotazione”. Sono segnali che vanno compresi nel loro contesto, soprattutto quando persistono e interferiscono con l’apprendimento, le amicizie, il sonno o la serenità familiare. L’obiettivo non è eliminare una caratteristica personale, ma capire quale sostegno possa aiutare il bambino a stare meglio e a sviluppare le proprie risorse.
La plusdotazione in adolescenza: tra identità, scuola e relazioni
L’adolescenza è una fase in cui il modo di percepirsi e di essere riconosciuti dagli altri acquista un’importanza particolare. Un adolescente con abilità elevate può avere un forte bisogno di stimoli e, nello stesso tempo, desiderare di non sentirsi diverso dai coetanei. Questa tensione può diventare più evidente nei periodi di cambiamento, quando aumentano le richieste scolastiche e il bisogno di appartenenza.
Perché un adolescente capace può apparire demotivato o oppositivo?
La demotivazione può avere significati molto diversi. Può dipendere dalla noia, dalla difficoltà a trovare un obiettivo personale, dalla paura di fallire, dalla stanchezza, da problemi attentivi o dall’ansia. In altri casi può riflettere un rapporto conflittuale con le aspettative degli adulti. Per questo non è utile attribuire automaticamente ogni comportamento alla plusdotazione: occorre osservare la situazione concreta e ascoltare il significato che quel comportamento ha per il ragazzo o per la ragazza.
Può essere importante esplorare:
- il rapporto con la scuola e con gli insegnanti;
- la qualità delle amicizie e il senso di appartenenza;
- il sonno e il livello di sovraccarico;
- la paura del giudizio e dell’errore;
- la gestione del tempo e dei compiti;
- eventuali esperienze di esclusione o bullismo;
- gli interessi personali e gli obiettivi futuri.
L’adolescente ha bisogno di essere ascoltato non soltanto in relazione alle sue prestazioni, ma anche rispetto alle emozioni, alle relazioni e ai bisogni che stanno cambiando. Un buon intervento non consiste nel chiedergli semplicemente di “impegnarsi di più”: significa aiutarlo a comprendere che cosa sta vivendo e a individuare condizioni più sostenibili per affrontarlo.
La plusdotazione in età adulta: esperienze possibili, non un profilo unico
Negli adulti l’alto potenziale può essere stato riconosciuto precocemente, scoperto soltanto in un momento successivo oppure non essere mai stato valutato formalmente. Alcune persone descrivono una particolare facilità nel collegare informazioni, interessi profondi, rapidità nell’apprendere o un forte bisogno di comprendere a fondo gli argomenti che incontrano.
Queste risorse non garantiscono automaticamente una vita semplice e non sono, di per sé, indicatori di un problema psicologico. Quando il contesto è poco adatto o le richieste superano le risorse disponibili, possono però comparire difficoltà molto concrete, che meritano di essere comprese senza generalizzare:
- sentirsi sottoutilizzati al lavoro;
- rimandare decisioni per analizzare troppe alternative;
- investire molto tempo nel perfezionare un risultato;
- faticare a delegare;
- provare stanchezza dopo periodi prolungati di sovraccarico;
- avere difficoltà a proteggere tempo libero e relazioni.
La ricerca sugli adulti plusdotati è meno ampia rispetto ad altri ambiti clinici e non giustifica la costruzione di un elenco di caratteristiche valido per tutti. In un colloquio è quindi utile partire da ciò che accade nel presente: quali situazioni consumano energie, quali obiettivi restano bloccati e quali abitudini offrono sollievo nel breve periodo, ma implicano un costo troppo alto da pagare a lungo termine .
Quando una difficoltà richiede attenzione clinica
L’alta abilità cognitiva non rende automaticamente più vulnerabili ai disturbi psicologici. Allo stesso tempo, non protegge dalla sofferenza. Non è quindi corretto presumere né che la plusdotazione produca disagio né che renda la persona immune dai problemi che possono attraversare la vita di chiunque.
Una valutazione diventa utile quando la sofferenza persiste nel tempo, il funzionamento quotidiano si restringe o la persona non riesce più a fare ciò che per lei è importante. Nel caso di un bambino, possono essere segnali da approfondire il ritiro, il rifiuto scolastico, le crisi ricorrenti, le difficoltà nelle amicizie o un forte calo del benessere.
Per un adolescente o per un adulto possono essere rilevanti l’ansia continua, l’umore depresso, l’isolamento, l’evitamento, i conflitti ripetuti o un esaurimento che interferisce con la scuola, il lavoro e la vita personale. A guidare l’approfondimento non è il livello di intelligenza, ma la combinazione tra intensità, durata e impatto della difficoltà.
Ansia, depressione, ADHD, condizioni dello spettro autistico, disturbi specifici dell’apprendimento e problemi del sonno possono coesistere con un alto potenziale, ma non si deducono da esso.
Valutare la persona, non soltanto il punteggio

Un test del QI è sufficiente per capire una persona?
No. Una valutazione ben costruita integra il colloquio clinico, la storia evolutiva, l’osservazione e l’uso di strumenti standardizzati. In età evolutiva è spesso utile raccogliere, in modo proporzionato all’età e con le autorizzazioni necessarie, anche il punto di vista della famiglia e della scuola.
I test cognitivi possono descrivere punti di forza e differenze tra le diverse aree, ma il punteggio complessivo deve essere letto insieme al motivo per cui è stata richiesta la valutazione, al contesto linguistico e culturale e al funzionamento scolastico, lavorativo e relazionale.
Nel lavoro clinico si considera inoltre ciò che la persona sa fare, ciò che desidera cambiare e le situazioni in cui la difficoltà compare oppure si riduce. Se la richiesta riguarda ansia, umore basso, evitamento o perfezionismo, si approfondiscono la frequenza, la durata, l’intensità, le conseguenze e i fattori che contribuiscono a mantenere il problema.
La doppia eccezionalità
Se una persona è molto intelligente, perché può avere difficoltà a organizzarsi o a concentrarsi?
Perché intelligenza e funzioni esecutive non sono la stessa cosa. Una persona può ragionare in modo brillante e, nello stesso tempo, faticare a iniziare un compito, a gestire il tempo, a ricordare le consegne o a regolare l’attenzione. La capacità di comprendere un problema, infatti, non coincide necessariamente con la capacità di organizzare tutte le azioni necessarie per affrontarlo.
La cosiddetta doppia eccezionalità indica la coesistenza di un alto potenziale e di una o più condizioni che richiedono supporto, per esempio l’ADHD, una condizione dello spettro autistico o una difficoltà specifica di apprendimento. Non è una diagnosi autonoma, ma un modo per ricordare che una risorsa e una fragilità possono essere presenti contemporaneamente.
Le due componenti possono nascondersi a vicenda. Un bambino può comprendere molto bene ciò che ascolta e compensare così una difficoltà nella lettura; un adolescente può ottenere buoni risultati grazie a un ragionamento brillante, ma impiegare il doppio del tempo per organizzarsi; un adulto può apparire competente e autonomo, mentre vive una fatica significativa nella gestione dell’attenzione, del tempo o degli stimoli.
Il rischio è duplice: pensare che “sia troppo intelligente per avere una difficoltà”, oppure attribuire ogni problema alla plusdotazione. Ogni condizione va indagata con criteri appropriati, senza spiegare tutto attraverso un’unica etichetta.
La terapia cognitivo-comportamentale
La CBT è una terapia per la plusdotazione?
Non esiste un protocollo CBT per “normalizzare” il modo di pensare o l’alto potenziale in sé.
Tuttavia , la terapia cognitivo-comportamentale può essere presa in considerazione come supporto terapeutico di elezione quando esiste un obiettivo condiviso e osservabile: affrontare una situazione che viene evitata, ridurre l’ansia da prestazione, rendere più flessibili alcuni standard troppo rigidi oppure migliorare il funzionamento quotidiano.
Il punto di partenza è una formulazione funzionale, cioè una mappa condivisa di ciò che accade prima, durante e dopo una difficoltà.
Una situazione può attivare determinati pensieri o previsioni; a questi seguono emozioni, sensazioni corporee e comportamenti. L’azione scelta può produrre sollievo nell’immediato, ma contribuire a mantenere il problema nel tempo.
Per esempio, una persona deve consegnare un compito e pensa: “Se non sarà perfetto, dimostrerò di non essere capace”. Questa previsione attiva ansia e tensione; la persona continua a correggere il lavoro oppure rimanda la consegna. In questo modo si sente più tranquilla per un breve periodo, ma il compito si accumula e la paura di non essere all’altezza aumenta.
Gli interventi possibili includono:
- riconoscere pensieri assoluti e previsioni catastrofiche;
- formulare interpretazioni alternative;
- risolvere un problema per passi;
- sperimentare comportamenti diversi;
- costruire esposizioni graduali alle situazioni evitate;
- rendere più flessibili gli standard perfezionistici;
- lavorare sulla regolazione emotiva e sull’organizzazione;
- migliorare comunicazione assertiva e problem solving.
La ricerca sulla CBT per il perfezionismo riguarda quel problema specifico e non dimostra l’esistenza di un trattamento della plusdotazione in quanto tale. Un intervento efficace, inoltre, non chiede soltanto alla persona di adattarsi: considera anche quali cambiamenti ragionevoli siano possibili a casa, a scuola o al lavoro.
Adattare il lavoro all’età e alla persona
Con un bambino, la CBT utilizza esempi concreti, immagini, attività brevi e un linguaggio adeguato allo sviluppo. Il coinvolgimento dei genitori può sostenere gli esercizi e le routine tra un incontro e l’altro; la collaborazione con la scuola, quando appropriata e condivisa, aiuta a distinguere le difficoltà personali dalle richieste dell’ambiente.
Con un adolescente, il lavoro può riguardare l’identità, il senso di appartenenza, l’ansia da prestazione, le relazioni e la gestione del carico scolastico. È importante che il ragazzo o la ragazza partecipi alla definizione degli obiettivi e non venga considerato soltanto in base ai risultati ottenuti.
Con un adulto, il percorso parte dagli obiettivi e dai vincoli della vita quotidiana. Si può esplorare il modo in cui standard personali, richieste lavorative, relazioni e scelte di vita si influenzano a vicenda. Comprendere razionalmente un meccanismo, tuttavia, non significa che quel meccanismo sia già cambiato: il cambiamento richiede esperienze concrete e comportamenti nuovi, ripetuti nel tempo.
In ogni età, adattare il lavoro significa rendere l’intervento accessibile, rispettoso e utile, senza presumere che tutte le persone plusdotate siano simili. Gli strumenti vengono scelti insieme e possono essere modificati quando non risultano efficaci o non rispettano le esigenze della persona.
Due esempi ipotetici
Una bambina in età scolare. Immaginiamo una bambina che comprenda rapidamente i concetti spiegati in classe, ma che rimandi a lungo la stesura di un elaborato. Quando l’insegnante le restituisce il compito con alcune correzioni, la bambina scoppia a piangere e dichiara di non essere capace.
In una situazione di questo tipo sarebbe affrettato concludere che sia semplicemente “troppo sensibile” oppure che non abbia voglia di impegnarsi. È più utile ricostruire con attenzione ciò che accade: quale consegna ha ricevuto, quali pensieri le passano per la mente prima di iniziare, che cosa teme possa succedere e come reagisce quando incontra un errore o una richiesta di modifica.
Se emerge la paura di consegnare un lavoro non impeccabile, il percorso può prevedere un obiettivo graduale e concreto: per esempio, scrivere una prima bozza entro un tempo concordato e rivederla una sola volta. In parallelo, può essere utile valorizzare il processo — l’impegno, la capacità di chiedere aiuto e la disponibilità a correggersi — oltre al risultato finale. Anche la scuola può contribuire proponendo attività sufficientemente stimolanti e modalità di feedback chiare, rispettose e non umilianti.
Un adulto che lavora. Immaginiamo ora un professionista che debba preparare una presentazione. Continua ad aggiungere modifiche, lavora fino a tarda sera e rimanda il momento di condividerla con i colleghi perché teme di ricevere domande a cui potrebbe non saper rispondere.
In questo caso, la ricerca di una qualità sempre maggiore può ridurre l’ansia nell’immediato, ma finisce per aumentare la stanchezza, il rinvio e la preoccupazione. Un esperimento concordato in terapia potrebbe consistere nell’inviare una prima bozza a un collega di fiducia, scegliendo un livello di completezza adeguato allo scopo, e nel verificare in seguito la differenza tra ciò che la persona aveva previsto e ciò che è realmente accaduto.
L’obiettivo non è convincere la persona a lavorare peggio o a rinunciare ai propri standard. È aiutarla a scegliere, di volta in volta, quale livello di accuratezza sia proporzionato alla situazione, così da proteggere anche il sonno, le energie e le relazioni. Questi esempi hanno una funzione esclusivamente didattica: descrivono possibili ipotesi di lavoro e non costituiscono diagnosi né ricette applicabili a tutti.
Una direzione possibile
Un cambiamento utile non richiede di rinunciare alla curiosità, all’intensità degli interessi o a standard elevati. Può significare, piuttosto, avere una maggiore possibilità di scelta: iniziare un compito senza aspettare di sentirsi completamente certi, chiedere un chiarimento, fermarsi a un livello di qualità sufficiente, tollerare un errore o cercare un ambiente più adatto.
La misura del progresso è la vita concreta della persona, non la sua aderenza a uno stereotipo sulla plusdotazione. La CBT può aiutare a costruire strumenti per affrontare un problema specifico; allo stesso tempo, famiglia, scuola e lavoro possono contribuire a creare condizioni più sostenibili e rispettose dei bisogni individuali.
Una precisazione utile
La plusdotazione non è una malattia da trattare.
La CBT può essere di un valido supporto quando una persona vive una difficoltà specifica, per esempio ansia, evitamento o perfezionismo che limitano la vita quotidiana . In tal caso l’intervento viene concordato e focalizzato su quel bisogno specifico .
Glossario essenziale
APC – alto potenziale cognitivo: espressione usata per descrivere abilità cognitive superiori alle attese per età e contesto, da valutare attraverso più fonti.
CBT – terapia cognitivo-comportamentale: approccio psicoterapeutico adattato a pensieri, emozioni, risposte corporee e comportamenti poco adattivi allo scopo di trovare risposte piu’ consone e strategie di cambiamento nella vita quotidiana.
Doppia eccezionalità: coesistenza di alto potenziale e di una o più condizioni che richiedono supporto, per esempio una difficoltà specifica di apprendimento o una condizione del neurosviluppo.
Mappa condivisa o formulazione funzionale: ipotesi condivisa su ciò che attiva e mantiene una difficoltà e sui cambiamenti che possono ridurla.
Perfezionismo clinicamente interferente: ricerca di standard molto rigidi e autovalutazione fortemente legata al loro raggiungimento, con conseguenze negative sul funzionamento o sul benessere.
Conclusioni
La plusdotazione non è una diagnosi e non è un destino. È una caratteristica del funzionamento che può accompagnarsi a risorse importanti, ma anche a difficoltà che meritano ascolto, comprensione e, quando necessario, un sostegno professionale.
L’obiettivo non è ridurre una persona al suo QI, né spiegare ogni sofferenza attraverso l’etichetta di plusdotazione. È comprendere come pensieri, emozioni, comportamenti e ambiente interagiscano nella vita concreta, riconoscendo sia le risorse sia le aree in cui può essere necessario un aiuto.
Quando una difficoltà limita in modo significativo la quotidianità, parlarne con una professionista o con un professionista qualificato può aiutare a definire meglio il problema e a individuare una direzione possibile, senza dover rinunciare alle proprie caratteristiche e ai propri punti di forza.
Autrice
Articolo scritto dalla Dott.ssa Gabriella Vecchio Psicologa clinica e psicoterapeuta presso il Centro InTerapia di Milano, situato in Via Piazza Filangieri 3.
Se stai cercando un percorso di psicoterapia o desideri migliorare il tuo benessere mentale, siamo qui per aiutarti. La salute mentale è fondamentale per il tuo equilibrio e la tua qualità di vita.
Il nostro team di psicologi e psicoterapeuti di Milano è guidato dal Dott. Gianluca Frazzoni, responsabile clinico della sede InTerapia di Milano.
Contattaci per fissare un colloquio con uno dei nostri esperti. Siamo al tuo fianco per supportarti nel raggiungimento del tuo benessere.
Bibliografia
- American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., text rev.). American Psychiatric Association.
- Callahan, C. M., Moon, T. R., & Oh, S. (2017). Describing the status of programs for the gifted: A call for action. Journal for the Education of the Gifted, 40(1), 20–49.
- Cross, T. L., & Cross, J. R. (2015). Clinical and mental health issues in counseling the gifted individual. Journal of Counseling & Development, 93(2), 163–172.
- Dupont, H., et al. (2024). Anxiety and Depression in Gifted Individuals: A Systematic and Meta-Analytic Review. Gifted Child Quarterly.
- Kinn, A. N., & Bishop, J. (2015). Gifted Adults: A Systematic Review and Analysis of the Literature. Gifted Child Quarterly.
- Galloway, R., Watson, H., Greene, D., Shafran, R., & Egan, S. J. (2022). The efficacy of randomized controlled trials of cognitive behavior therapy for perfectionism. Cognitive Behaviour Therapy, 51, 170–184.
- Neihart, M., Pfeiffer, S. I., & Cross, T. L. (Eds.). (2016). The Social and Emotional Development of Gifted Children. Prufrock Press.
- Neihart, M. (1999). The impact of giftedness on psychological well-being. Roeper Review, 22(1), 10–17.
- Webb, J. T., Amend, E. R., Webb, N. E., Goerss, J., Beljan, P., & Olenchak, F. R. (2016). Misdiagnosis and Dual Diagnoses of Gifted Children and Adults (2nd ed.). Gifted Unlimited, LLC.
- World Health Organization. (2022). World mental health report: Transforming mental health for all. WHO.

