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“Quanto ci metterò a stare meglio?”: quando la terapia non è una corsa, ma un incontro

da | Set 15, 2025 | Tecniche Terapeutiche | 0 commenti

Una delle prime domande che molte persone si pongono quando decidono di iniziare una psicoterapia è: “In quante sedute starò meglio?”
Dietro questa domanda si nasconde spesso un misto di speranza, timore, e, soprattutto, un po’ di fretta: la fretta di stare bene, di “tornare alla normalità”, di sistemare quel disagio che a volte non ha nemmeno un nome preciso, ma che si fa sentire nella quotidianità — nelle relazioni, nei pensieri, persino nei momenti di silenzio.

In una cultura che ci spinge a essere sempre performanti, risolutivi, “forti”, può sembrare quasi strano che un percorso di cura possa richiedere tempo, pazienza, lentezza.
Eppure, la psicoterapia funziona proprio così: non aggiusta, ma accompagna; non lavora su pezzi da sostituire, ma su significati da ritrovare.

Quando non c’è un motivo preciso… ma qualcosa non torna

Non tutte le persone arrivano in terapia con una “diagnosi”.
Molti portano qualcosa di più difficile da definire: una stanchezza emotiva che non passa, un senso di disconnessione, l’impressione di ripetere sempre gli stessi errori o di non riuscire a capire cosa davvero si vuole o si sente.
C’è chi dice: “Ho tutto, ma non riesco a godermelo”, oppure: “Non mi riconosco più”.

A volte queste sensazioni hanno radici lontane, in esperienze di vita in cui non ci si è sentiti visti, ascoltati, accolti per quello che si era. Senza che ci sia stato necessariamente un trauma preciso ed evidente, ci si è adattati per sopravvivere: diventando ad esempio “forti”, “compiacenti”, iper-indipendenti, o sempre attenti ai bisogni degli altri. Nel tempo, questi adattamenti diventano schemi di funzionamento, modi di pensare e sentire che si radicano così profondamente da sembrare parte dell’identità.

Secondo autori come Bruno Bara, questi schemi si costruiscono nella relazione e tendono a ripetersi in modo automatico anche da adulti: non perché si scelga di farlo, ma perché il nostro cervello “emotivo” cerca ciò che gli è familiare, anche se non è ciò che ci fa bene.

In certi casi, parliamo di ciò che si definiscono traumi relazionali precoci, ovvero esperienze nelle prime fasi della vita in cui il legame con chi doveva proteggerci è stato incerto, confuso o poco sintonizzato. Ma anche senza usare etichette, ciò che conta è che questi vissuti lasciano tracce... non come ricordi nitidi, ma come modi abituali di pensare, sentire e reagire.

Perché la terapia non ha un tempo “giusto”

“Ma allora: quanto ci metto?”
La verità è che non esiste un numero di sedute valido per tutti. Ogni persona arriva con una storia diversa, con un ritmo interno diverso, con modalità diverse di proteggersi e di aprirsi.

Bruno Bara, medico e psicoterapeuta, sosteneva che la sofferenza emotiva non è solo “un sintomo da curare”, ma un messaggio che ha bisogno di essere compreso, integrato nella nostra storia. E non sempre questo avviene in modo rapido o lineare: se ci siamo costruiti per anni un modo di essere “forti”, di non sentire troppo, di tenere tutto sotto controllo, non possiamo aspettarci di cambiare in poche settimane. La psicoterapia non agisce “aggiustando” un disagio, ma offrendo un’esperienza diversa, un luogo in cui lentamente si può imparare a conoscersi, ascoltarsi, e darsi finalmente il diritto di essere vulnerabili.

Nel lavoro psicoterapeutico, dopotutto, la lentezza non è un difetto, ma un valore.
Serve tempo per creare fiducia, per abbassare le difese, per sentire che non si verrà giudicati né forzati. Serve tempo anche per capire cosa si prova davvero — perché a volte non lo si è mai potuto imparare.
Come sostieneStern, il cambiamento avviene dentro la relazione, nei piccoli momenti condivisi in cui ci si sente davvero visti e compresi: non si tratta quindi solo di “parlare dei problemi” ma di costruire, insieme al terapeuta, un modo nuovo di stare con sé e con l’altro, in uno spazio che non chiede performance, ma autenticità.

In terapia, si può iniziare a fare l’esperienza — spesso nuova — di non aver bisogno di correre, di non dover avere per forza tutte le risposte subito. Dove la lentezza non è inefficacia, e dove “prendersi tempo” non significa “perdersi”.
Il terapeuta non corre davanti a noi, ma cammina a fianco, con attenzione e rispetto. Questo tipo di relazione, stabile e coerente, può diventare il terreno su cui qualcosa comincia a cambiare: non perché ci viene detto “cosa fare”, ma perché ci sentiamo finalmente accolti anche nei nostri tempi lenti, nelle nostre domande, nei nostri silenzi.

Ed è così che ciò che sembrava confuso inizia a trovare parole, che ciò che sembrava “solo un malessere” comincia a collegarsi ad altri pezzi del proprio puzzle… dentro la quale potersi finalmente riconoscere. Dopotutto, ci sono storie che non hanno mai avuto il tempo e lo spazio per essere raccontate e la terapia, in questi casi, non è solo il luogo dove curare il dolore ma anche dove quel tempo — finalmente! — si può trovare. 

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Autore

Fossati Marina Psicologa a Saronno

Articolo scritto dalla dott.ssa Fossati Marina Psicologa a Saronno

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