Il termine inglese “siblings” indica i fratelli e le sorelle di persone con disabilità o malattie croniche e, in ambito psicologico, si sta facendo sempre più spazio perché racchiude un insieme di esperienze e vissuti profondamente significativi, spesso invisibili. Crescere accanto a un fratello o una sorella con bisogni speciali non è solo una condizione familiare: è un’esperienza esistenziale che può segnare profondamente lo sviluppo dell’identità, delle emozioni, delle relazioni.
I siblings non sono né pazienti, né caregiver ufficiali, né protagonisti del discorso terapeutico. Eppure, la loro presenza silenziosa, la loro capacità di adattamento e la loro complessità emotiva meritano attenzione clinica e umana. Scopo di questo articolo sarà esplorare i vissuti dei siblings attraverso una lente costruttivista, cercando di comprendere come si costruisce la loro esperienza soggettiva e come la psicoterapia può offrire uno spazio di elaborazione.
L’infanzia che si adatta: tra iper-maturità e invisibilità
Molti siblings sviluppano precocemente un forte senso di responsabilità. Già da piccoli, apprendono che le esigenze del fratello o sorella con disabilità assorbono gran parte delle energie familiari. Questo può portare a una precoce adultizzazione: imparano a non “dare problemi”, a gestirsi da soli, a essere autonomi, a prendersi cura degli altri.
Questo adattamento, spesso non visibile, ha un doppio volto. Da un lato, sviluppa empatia, resilienza, capacità di lettura dell’altro. Dall’altro, può generare un senso di invisibilità emotiva: pensieri frequenti, anche non espliciti, possono essere “Non posso lamentarmi, i miei hanno già troppo a cui pensare”o “Non ho diritto di chiedere”. Crescere con questi pensieri può portare a interiorizzare l’idea che i propri bisogni siano secondari o inopportuni.
Identità e confronto: chi sono io rispetto a lui/lei?
In molti siblings emerge una tensione identitaria legata al confronto costante con il fratello o sorella “speciale”. C’è chi si sente in dovere di eccellere, per compensare; chi si sente in colpa per stare bene; chi si vergogna per desiderare una vita “normale”. Altri, invece, vivono conflitti interiori che non trovano spazio nella narrazione familiare: gelosia, rabbia, senso di ingiustizia.
Spesso, senza che nessuno lo dica apertamente, il sibling si ritrova a occupare un ruolo preciso: quello del figlio che non dà problemi, del supporto emotivo per i genitori, del “normale” della famiglia. Questi ruoli, se non esplorati, possono diventare gabbie interiori che perdurano anche in età adulta.
Alcuni siblings restano legati a ruoli di accudimento per tutta la vita, sentendo di non poter “lasciare” la famiglia, nemmeno simbolicamente. Altri sviluppano una forte spinta all’autonomia, ma accompagnata da senso di colpa. La questione centrale non è tanto cosa si fa, ma se si è liberi di scegliere il proprio posto, senza sentirsi in dovere o in colpa.
Il costruttivismo ci ricorda che l’identità si costruisce nel dialogo tra sé e gli altri. Quando il dialogo familiare è centrato quasi esclusivamente sulla disabilità, lo spazio per costruirsi come individuo può diventare molto stretto: i siblings rischiano di crescere “a lato” della storia familiare, senza una piena legittimazione del proprio mondo interno.
La terapia come spazio di (ri)conoscimento
Molti siblings arrivano in terapia per motivi che, inizialmente, sembrano lontani dal contesto familiare: ansia, difficoltà relazionali, perfezionismo, problemi di autostima. Solo nel tempo emerge, spesso con fatica, che parte del loro modo di stare nel mondo si è strutturato nell’esperienza di essere “quello sano”, “quello forte”, “quello che può”.
La psicoterapia può diventare uno spazio fondamentale per:
- Dare parola a vissuti rimossi o colpevolizzati, come la rabbia o il senso di ingiustizia;
- Riconoscere i propri bisogni legittimi, anche se diversi da quelli del fratello o sorella;
- Rinegoziare i ruoli familiari, soprattutto in vista dell’età adulta e dell’autonomia;
- Costruire un modo di vedersi e descriversi più ricco, in cui essere fratello o sorella non esaurisca tutto di sé.
Il terapeuta, in questo lavoro, non ha il compito di “giudicare” la famiglia, ma di accompagnare il sibling a esplorare i significati che ha costruito nel tempo, aiutandolo a vedere possibilità nuove e più libere.
Essere sibling significa, spesso, amare profondamente il proprio fratello o sorella. Ma è un amore complesso, attraversato da fatiche, paure, domande sul futuro. L’affetto non è mai messo in discussione, ma può essere affiancato da altri sentimenti meno “accettabili”, come la voglia di libertà, il desiderio di non occuparsi più di nulla, o il bisogno di allontanarsi.
Dare spazio anche a queste emozioni non significa amare di meno, ma potersi vivere come esseri umani completi. La terapia può aiutare a integrare questi aspetti, a sciogliere i nodi che si sono formati nel tempo, a permettere che l’amore non diventi obbligo, né sacrificio, ma una relazione più matura, reciproca e possibile.
Conclusioni
Essere sibling è una condizione esistenziale che può generare forza, profondità e sensibilità straordinarie. Ma perché questo accada in modo sano, è necessario che anche questi vissuti abbiano un loro spazio di espressione e ascolto.
La psicoterapia, con il suo sguardo non giudicante e la sua capacità di esplorare le narrazioni personali, può offrire ai siblings un’occasione unica: quella di riconoscersi, di legittimarsi, e di iniziare a costruire un’identità che non sia solo “funzionale” alla famiglia, ma soprattutto a sé stessi, perchè sincera e profondamente autentica.
Autore

Articolo scritto dalla dott.ssa Fossati Marina Psicologa a Saronno
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