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Il Disturbo da Accumulo. L’attaccamento agli oggetti come modalità di compensazione

Articolo di Verdiana Valagussa

4 Feb 22

Disturbo da accumulo: gli oggetti che possediamo hanno per noi un valore che solitamente va oltre quello strettamente legato alla materia prima e al costo. Ciò che ci appartiene è spesso investito di un valore affettivo, ci ricorda momenti di vita, ci racconta qualcosa di noi, del nostro status, di come ci vediamo.

Tutti noi siamo affezionati ad oggetti, soprammobili, capi di abbigliamento, gioielli, ma conserviamo gelosamente anche biglietti di spettacoli teatrali, riviste, biglietti e lettere ricevute.
Raccogliamo e custodiamo con cura anche i beni apparentemente privi di importanza, ma che per noi hanno un grade valore sentimentale.

Tutto ciò è assolutamente normale. In parte sembra anche essere legato a retaggi arcaici connessi con la sopravvivenza: i nostri antenati preistorici cacciatori e raccoglitori, conservavano suppellettili per essere pronti ad affrontare i momenti di difficoltà.

Disturbo da accumulo e comportamento eccessivo

Tuttavia, questo comportamento di accumulo può arrivare ad assumere dimensioni eccessive, compromettendo la qualità di vita di alcune persone. Infatti, vi è chi sperimenta un’intensa angoscia alla sola idea di separarsi dai propri beni, anche se questi hanno ben poco valore e potrebbero essere facilmente sostituiti. Questa difficoltà può strutturarsi come un vero e proprio disturbo: il disturbo da accumulo.

Nel DSM 5 (2013), il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, tale disturbo è riconosciuto come a sé stante ed è inserito all’interno del capitolo sui Disturbi Ossessivo-Compulsivi.

Ma cosa si intende con Disturbo da Accumulo?

Vi sono tre elementi fondamentali che concorrono a definire questa condizione:

  1. Difficoltà a eliminare o a separarsi dai propri beni, a causa del disagio sperimentato alla sola idea di gettarli. Solitamente i motivi per cui le persone non vogliono dar via o buttare ciò che possiedono sono: valore estetico, legame affettivo, presunta utilità, senso di responsabilità verso gli oggetti.
  2. Acquisizione di oggetti e beni
  3. Accumulo e ingombro degli spazi vitali. I locali della casa potrebbero arrivare a non essere più utilizzabili per le attività per cui sono stati progettati, in quanto invasi dagli oggetti.

Grado di consapevolezza di chi soffre di Disturbo da Accumulo

Il grado di consapevolezza di chi soffre di questo disturbo può essere molto variabile: ci sono persone che hanno un buon insight, ovvero si rendono perfettamente conto del problema e delle ripercussioni che esso ha sulla loro vita, mentre altre sono sicure che le loro credenze e i loro comportamenti non siano problematici.

Solitamente, il disturbo d’accumulo si insinua in modo strisciante nella vita di chi ne soffre, stringendo sempre più le sue maglie e invadendo lo spazio fisico e mentale. Il suo impatto non si limita alla sfera personale, ma man mano arriva ad inficiare significativamente anche le relazioni di chi ne è affetto.

Disturbo e conflitti familiari

Nel momento in cui il disturbo acquisisce dimensioni evidenti i conflitti con i familiari o le persone care non sono affatto rari. Quanto più questi cercano di sgombrare e riordinare la casa di chi soffre del disturbo di accumulo, tanto più si creeranno fratture all’interno dei rapporti (Mathes et al., 2020).

Per questo motivo, spesso, le persone con disturbo da accumulo tendono a ridurre i contatti con la propria cerchia sociale, isolandosi sempre più. È così che l’abitazione diviene quasi una rocca inespugnabile, piena di beni vissuti come insostituibili e da cui è difficoltoso staccarsi.

Accumulo e Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il comportamento di accumulo è stato spesso descritto come una possibile manifestazione del disturbo ossessivo compulsivo (DOC) o del disturbo ossessivo compulsivo di personalità (DOCP).
Chi soffre di DOCP o di DOC, secondo i criteri DSM, potrebbe non riuscire a liberarsi di oggetti consumati, logori e di scarso valore, anche se con questi non ha alcun legame affettivo.

Spesso ciò avviene perché la persona ritiene uno spreco gettare via le cose, tutto potrebbe essere potenzialmente utile e in futuro ci si potrebbe pentire di aver buttato via quell’oggetto.

C’è quindi chi non getta via riviste perché potrebbero contenere articoli interessanti, chi non si disfa dei giocattoli del figlio ormai cresciuto o di abiti dismessi perché “Non si sa mai, potrebbe arrivare il momento buono per riutilizzarli!”. 

Ossessioni e compulsioni di accumulo

Sono dunque presenti ossessioni circa il bisogno di conservare gli oggetti e le cose, poiché potrebbero tornare utili, e compulsioni accumulo.
L’inclusione del Disturbo d’Accumulo all’interno del capitolo dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi testimonia come il comportamento d’accumulo sia stato per moltissimo tempo considerato un possibile sintomo del DOC o del DOCP.

Tuttavia, sono sempre più gli studi che sostengono che il comportamento di accumulo non sia necessariamente legato al disturbo ossessivo compulsivo. Vi sono infatti persone che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo che non mostrano alcuna tendenza ad accumulare beni e più dell’80% delle persone con disturbo da accumulo non mostra altri sintomi di tipo ossessivo compulsivo (Frost et al.,2011).

Alcune ricerche hanno inoltre suggerito una maggiore comorbilità tra il disturbo d’accumulo e i disturbi d’ansia e depressione.

Dunque, sebbene l’accumulo possa manifestarsi all’interno del disturbo ossessivo compulsivo, esso non è un comportamento che si registra esclusivamente in associazione a tale diagnosi (Tomohiro et al, 2019).

I fattori implicati nel disturbo da accumulo

I fattori in gioco sembrano essere diversi, a partire dagli anni ’90 Frost e colleghi hanno lavorato alla creazione di un i un modello cognitivo-comportamentale che permettesse di spiegare i meccanismi che sottendono il disturbo da accumulo.

Fattori predisponenti

Partiamo andando ad evidenziare quelli che sono alcuni dei principali fattori predisponenti, ovvero quei fattori che concorrono alla creazione di un certo grado di vulnerabilità allo sviluppo del disturbo (Mathes et al., 2020):

  1. Esperienze di vita stressanti e traumatiche personali e familiari
  2. Temperamento individuale, impulsività
  3. Credenze disfunzionali relative a sé (non amabile, privo di valore, in aiutabile) e agli altri (imprevedibili, inaffidabili<)
  4. Difficoltà interpersonali
  5. Difficoltà nelle abilità di processamento dell’informazione, in particolare:
    • Memoria. Più che un effettivo deficit mnemonico, le persone con comportamenti di accumulo hanno poca fiducia nella propria memoria, per questo la conservazione di oggetti, rivista, lettere ecc. diviene un modo per aiutarsi a ricordare;
    • Abilità di decison-making. Difficoltà a portare a termini compiti decisionali per il timore di non aver considerato tutte le variabili in gioco, per questo motivo diviene difficile prendere la decisone di liberarsi di un oggetto;
    • Difficoltà a mantenere l’attenzione;
    • Categorizzazione. Deficit nella capacità di raggruppare e organizzare gli oggetti, necessaria per selezionare gli oggetti da conservare

Credenze disfunzionali

Un ruolo centrale nella strutturazione del disturbo e nel suo mantenimento lo giocherebbero le credenze disfunzionali circa il possesso. Chi emette comportamenti problematici di accumulo è convinto che ogni oggetto:

  • Possa essere potenzialmente utile – valore strumentale
  • Possieda un suo fascino unico – valore intrinseco/estetico
  • Racconti una storia – valore sentimentale
  • Determini in parte la persona che si è – valore di identità
    Questa credenza fa sì che gli oggetti vengano vissuti quasi come un’estensione del sé, come elementi imprescindibili della propria identità, ciò spiega la forte angoscia generata dallo scartare dei beni.
Attaccamento agli oggetti vecchi

Attaccamento agli oggetti

Nel disturbo df’accumulo gli oggetti divengono fonte di confort emotivo, protezione e sicurezza. Spesso essi subiscono anche un processo di umanizzazione, chiamato antropomorfismo.
A tal proposito risulta interessante sottolineare come sempre più ricerche evidenzino un nesso tra attaccamento sicuro e comportamenti d’accumulo.

Cosa si intende con “attaccamento insicuro” e che collegamento potrebbe avere con la tendenza ad accumulare oggetti?

Quando siamo piccoli cerchiamo vicinanza e rifugio nelle figure di riferimento, ovvero in coloro che si prendono cura di noi. Le nostre figure di attaccamento, solitamente mamma e papà (almeno in principio), costituiscono pertanto una base sicura da cui partire per esplorare il mondo.

Se il bisogno innato di prossimità e protezione viene soddisfatto, possiamo allontanarci, sperimentare, con la certezza che ci sarà qualcuno pronto ad aiutarci qualora dovessimo aver necessità di un supporto. Tutto ciò ci rende più sicuri nell’affrontare le sfide quotidiane, abbiamo fiducia in noi stessi e negli altri, il nostro benessere è più elevato.

Strategie alternative per compensare il disturbo

Al contrario, se questi bisogni di attaccamento primari non vengono soddisfatti in modo adeguato, è necessario trovare delle strategie alternative per compensare alla mancanza. Tra le modalità di compensazione vi è l’attaccamento agli oggetti, che potrebbe sconfinare nel disturbo dì’accumulo. Se ci sentiamo soli, insicuri, potremmo legarci in modo disfunzionale agli oggetti, tendendo così ad accumulare beni, vissuti come fonte di benessere emotivo e sicurezza (Yap et al., 2021).

Circolo vizioso

A questo punto è molto probabile che si instauri un circolo vizioso: più sento che le relazioni non potranno soddisfare i miei bisogni di sicurezza e prossimità, più mi attacco agli oggetti e tendo ad accumularmi, questo mi porta ad isolarmi ancora di più dalle persone, diminuendo la possibilità di instaurare relazioni sane che potrebbero soddisfare i miei bisogni di attaccamento.

Tuttavia, se il rapporto con gli oggetti sembri servire inizialmente per compensare i bisogni insoddisfatti di relazione, in realtà diviene ben presto ambivalente:

  • emergono sempre più sentimenti di timore, ansia, colpa e angoscia relativi alla perdita dei beni
  • la necessità di mantenere la prossimità con gli oggetti diviene sempre più invadente

Cosa fare? La terapia cognitivo comportamentale nel disturbo d’accumulo

All’interno del contesto terapeutico è di fondamentale importanza costruire una buona alleanza e lavorare sulla motivazione. La terapia ha la finalità di aiutare la persona che soffre a comprendere meglio il proprio disturbo e ad attivare i cambiamenti necessari per stare meglio, tenendo conto della fatica che questo comporta. 

Come primo step è necessario ricostruire la storia di vita della persona, al fine di inserire il disturbo all’interno di una cornice che possa restituire ad esso un significato.
In questa fase, va prestata particolare attenzione ai circoli viziosi in grado di alimentare la sintomatologia.

La terapia si concentrerà poi sul ridurre la disorganizzazione degli ambienti ingombrati da oggetti, potenziando la capacità di selezionare ed organizzare oggetti e spazi, oltre alle abilità di decision making e problem solvin. Un altro punto focale sarà il rendere più tollerabile l’idea di gettare degli oggetti e il diminuire la tendenza ad acquisirne di nuovi. Per questo sarà necessario un intervento sulle credenze disfunzionali che mantengono il disturbo.

Tutto ciò, al fine di promuovere un sempre maggior benessere, deve essere fatto senza trascurare i suggerimenti delle ricerche recenti, che vedono l’attaccamento agli oggetti come una modalità compensatoria per soddisfare bisogni di attaccamento insoddisfatti e lenire ferite relazionali.

Verdiana Valagussa Psicologa

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Centro Psicologia InTerapia
Indirizzo: Via A. Ramazzotti, 20, 21047 Saronno VA
Telefono: 375 568 1922

BIBLIOGRAFIA:

APA, American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Fifth Edition). Washington, D.C.: American Psychiatric Association (DSM5)

Frost, R. O., Steketee, G., & Tolin, D. F. (2011b). Comorbidity in hoarding disorder. Depression and Anxiety, 28(10), 876–884

Mathes, B.M.; Timpano, K.R.; Raines, A.M. & Schmidt N.B. (2020). Attachment theory and hoarning disorder: A review and theoretical integration. Behaviour Research and Therapy, 125

Tomohiro, N. & Shigenobu, K. (2019). Pathofisiology and treatment of hoarding disorder. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73, 370–375

Yap, K. & Grisham. J.R. (2021). Object attachment in hoarding disorder and its role in a compensatory process. Current Opinion in Psychology, 39, 1-6

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