“Per natura siamo tutti dipendenti dall’amore… nel senso che lo vogliamo, lo cerchiamo e facciamo fatica a non pensarci. Abbiamo bisogno di attaccamento per sopravvivere e cerchiamo istintivamente una connessione, in particolare una connessione romantica. [Ma] non c’è niente di disfunzionale nel volere l’amore. “

– Smith, citato in Berry (2013)

Attraverso i secoli, l’amore è stato sempre visto come una passione struggente. Ovidio fu il primo a proclamare ‘Non posso vivere con o senza te’, un’espressione che divenne famosa e familiare alle nostre orecchie con un brano musicale della band irlandese U2.

Queste espressioni comuni catturano quello che comunemente la gente pensa a proposito dell’amore: ovvero che quando siamo innamorati di qualcuno, sentiamo un’attrazione forte e soverchiante per l’altra persona, una sensazione persistente, urgente, e difficile da ignorare. D’altronde l’amore può essere eccitante ma anche pericoloso.

Quando i nostri sentimenti sono corrisposti, ci sentiamo euforici. Altre volte, la forza del nostro amore è così forte che sentiamo l’impulso a seguirlo, sebbene ci porti alla nostra personale rovina. Gli amanti possono diventare distratti, inaffidabili, irragionevoli e persino traditori; nel peggiore dei casi, possono diventare mortali.

Quando le relazioni approdano ad una fine non voluta, sentiamo dolore, cordoglio e perdita. Possiamo perfino diventare depressi o ritirarci dalla società. Questi fenomeni, inclusi cicli di estasi e disperazione alternati tra loro, nonché il desiderio disperato, i pensieri e i comportamenti estremi e talvolta dannosi che derivano dalla perdita dell’amore reale o anche solo percepita o minacciata, hanno una somiglianza con fenomeni analoghi associati a dipendenze più “convenzionali” come quelle per droghe, alcol, o il gioco d’azzardo.

Non di meno sebbene ci rifacciamo al linguaggio della ‘dipendenza’ per riferirci alla tematica amorosa, c’è almeno una caratteristica principale che distingue la dipendenza d’amore da altre forme di dipendenza di sostanze: ovvero che quasi tutti noi speriamo di innamorarci almeno una volta nella nostra vita. Al contrario nessuno aspira a diventare dipendente da eroina o dalle sigarette o dalle slot machine. Per cui potrebbe sembrare assurdo suggerire che esista una qualche reale similarità tra gli innamorati e dipendenti ‘classici’.  

E’ dunque una mera iperbole o licenza poetica?

Forse no’, rispondono Earp e Wudarczyk. 

Numerose sono le similarità tra l’uso di sostanze e l’attaccamento interpersonale affettivo e sessuale: dall’euforia, all’estasi, alla brama, alle risposte fisiologiche irregolari, il craving, i pattern di pensiero ossessivi, tanto che diversi studiosi hanno cominciato a dibattere se entrambi i tipi di fenomeni possono appoggiare su dei substrati simili da un punto di vista psicologico, chimico, e neuroanatomico. Il decennio passato ha visto un’impennata di studi pubblicati sulla neurobiologia e neurochimica dell’amore romantico; nello specifico lo stato soggettivo del ‘sentirsi innamorati’, che è intimamente legato a tipiche reazioni biochimiche che avvengono nel cervello.

Tra queste reazioni la dopamina, l’ossitocina, la vasopressina, la serotonina che coinvolgono regioni cerebrali conosciute per il ruolo che rivestono nello sviluppo della fiducia, la creazione della sensazione di piacevolezza, e la segnalazione della ricompensa. Un simile coinvolgimento di attività neurochimiche e neuronali è già stato ampiamente stabilito nei processi associati con la dipendenza.  

Conseguentemente, i ricercatori hanno iniziato ad abbozzare un numero sempre maggiore di parallelismi tra il fenomeno naturale della ricompensa associato con l’amore umano e la stimolazione artificiale indotta dall’utilizzo di sostanze come alcool, eroina, cocaina.

In particolare, sono stati avanzati due principali approcci di concettualizzazione della relazione tra amore e dipendenza posso essere utilizzati. 

  • Il primo approccio considera soltanto i casi estremi di amore o di comportamenti affettivi che possono essere potenziali esempi di dipendenza. La ricerca di questo filone di studi si focalizza sulle compulsioni sessuali, pedofilia, relazioni tossiche o abusanti, attaccamenti atipici o tolleranza malsana di conseguenze negative per la propria vita e la propria sfera di relazioni.
  • Il secondo approccio considera una prospettiva più ampia e prende in considerazione anche passioni romantiche più ordinarie alla stregua di fenomeni chimici e comportamentali legati a dipendenza. Il filone di questi studi enfatizza la similarità di condizione tra qualcuno sotto l’influenza di certe droghe  e l’ordinaria esperienza di qualcuno innamorato, includendo la sua ‘attenzione selettiva’ per una certa persona, ‘cambi d’umore, craving, ossessione, compulsione, distorsione della realtà, dipendenza emotiva, cambiamenti di personalità, assunzione di rischi, perdita dell’autocontrollo’.  Burkett and Young (2012) si sono spinti oltre nel difendere l’ipotesi che l’attaccamento sociale primario, che copre l’intero corso delle relazioni affettive dall’inizio alla rottura ultim, può essere compreso come una forma di dipendenza comportamentale ‘laddove il soggetto diventa dipendente ad un altro individuo e dai segnali che predicono la ricompensa sociale“.

La visione ristretta: la dipendenza affettiva come risultato di processi cerebrali atipici

Secondo il modello concettuale dominante tra i neuroscienziati e gli psichiatri le droghe creano dipendenza perché gradualmente elicitano dei pattern di funzioni anomali, innaturali nel cervello umano. In questa visione ristretta della dipendenza, i comportamenti da dipendenza sono prodotti da processi cerebrali che semplicemente non esistono nel cervello di persone non dipendenti. Una versione popolare di questa prospettiva sostiene che le droghe ‘si appropriano’ del funzionamento di neurotrasmettitori nel cervello per creare segnali di ricompensa che soverchiano i sistemi di ricompensa naturale come il cibo e il sesso.

Perciò producono dei pattern di apprendimento e di adattamento cellulare nel cervello che non possono essere prodotti senza droghe. Secondo questa visione,  il comportamento di ricerca della sostanza è una forma aberrante che è peculiare dei soggetti con dipendenza da sostanze. 

Ne consegue che la ricompensa naturale come cibo o amore non può essere veramente una forma di dipendenza e che la ricerca di cibo o la ricerca di amore non sono veramente il risultato di una dipendenza, aldilà delle apparenze manifeste. 

Altri ricercatori, comunque, hanno notato similarità comportamentali apprezzabili tra i binge-eater e i consumatori di droghe e hanno evidenziato una cospicua mole di risultanze che suggeriscono la presenza di similarità neurologiche. Per fare un esempio, cibi dolci possono elicitare segnali di ricompensa nel cervello così forti come la ricompensa di una tipica dose di cocaina.  

Inoltre, possono  indurre, così come emerso da studi sui topi, una ‘sindrome da ritiro’ di intensità paragonabile a quella indotta dall’eroina . Perciò se una droga illecita come la cocaina, può produrre processi cerebrali anomali e un pattern cronico di ricompensa, allora potrebbe essere che anche una ricompensa naturale provata in dosi straordinariamente elevate, tra cui l’abbuffarsi di cibo o lo sperimentare forti, intense e frequenti sensazioni di amore può creare i medesimi effetti. 

Date queste considerazioni, pertanto si può veramente essere dipendenti di amore, ma solo se questi processi cerebrali anomali sono presenti. In altre parole, i fenomeni innocui legati all’innamoramento possono qualificarsi come forma di dipendenza se assumono una forma maladattiva o estrema, definita ‘amore distruttivo’, ‘amore folle’ o ‘amore disperato’. 

Un modo per iniziare a comprendere questi comportamenti legati all’amore come ‘distruttivi’ è l’utilizzo di questa cornice concettuale di processi di dipendenza (process addiction). 

I processi di dipendenza, contrariamente alla dipendenza da sostanza, si riferiscono tipicamente ad un’ossessione per una certa attività come il sesso, lo spendere soldi, il mangiare o il giocare d’azzardo.

Quando una persona innamorata sistematicamente cerca il contatto con un altro individuo, per assicurarsi vicinanza fisica, attenzione, o semplicemente per condividere la medesima stanza, è spesso per assicurarsi sensazioni piacevoli intense e per trovare sollievo a pensieri ossessivi sull’oggetto della loro passione.  Se tale comportamento minaccia la sicurezza dell’individuo o quella di qualcun altro, sia essa fisica o psicologica, o incorre in costi sociali e legali, può raggiungere il livello di una dipendenza 

Un’ulteriore distinzione è stata delineata da Sussman (2010)  tra amore maturo e amore immaturo. Sussman suggerisce che solo quest’ultimo, l’amore immaturo, può essere considerato una forma di dipendenza.

Piuttosto che consentire una crescita reciproca all’interno della relazione o contribuire all’incremento della propria autostima e al benessere di entrambi gli individui, l’amore immaturo è caratterizzato da giochi di potere, pensieri e comportamenti possessivi, una preoccupazione ossessiva circa la fedeltà del partner, attaccamenti morbosi, incertezza ed ansietà.

I dipendenti d’amore secondo questo modello ‘si sentono disperati e soli quando non sono in relazione’, continuamente provano ad idealizzare l’oggetto del loro amore anche per molto tempo dopo la fine e la rottura di una relazione e sostituiscono le relazioni concluse immediatamente, nonostante dichiarazioni quali ‘non amerò più nessuno’. 

In sintesi, un innamorato potrebbe soffrire di una forma di dipendenza (secondo questa concezione ristretta) se esprime una di questi diversi comportamenti sessuali o di attaccamento atipici, probabilmente ascrivibili ed assimilabili a processi cerebrali atipici/anomali, come quando la ricerca d’amore interferisce con l’abilità della persona di partecipare alle ordinarie funzioni della vita quotidiana, compromette lo sperimentare relazioni sane e funzionali, porta altre sequele negative alla propria vita.

Nel caso di esempi più comuni di amore, quelli a cui la maggior parte delle persone aspira, questi sentimenti, comportamenti e conseguenze malsane non sono presenti o per lo meno sono presenti solo ad un livello lieve- moderato o comunque gestibile. 

La prospettiva più ristretta della dipendenza d’amore è per l’appunto ristretta, nel senso che sembra solo afferire a dei processi cerebrali, a comportamenti di attaccamento, manifestazioni di amore estreme e radicali e pertanto viene considerato come fenomeno piuttosto raro. 

Al contrario, l’amore romantico ‘sano’, che si presuppone sia più comune, è descritto dai ricercatori, tra cui Sussman, come una forma benigna o addirittura benefica. Tale forma amorosa è considerata una forma evoluta per il raggiungimento di scopi adattivi e funzionali, come la promozione dei comportamenti di procreazione e la facilitazione dell’apprendimento socio-cognitivo. Altri autori hanno tratteggiato ulteriori distinzioni e sfumature: Reynaud, ad esempio, e i suoi collaboratori distingue tra la dipendenza affettiva e la mera ‘passione amorosa’, che costituirebbe uno stato universale e necessario per gli esseri umani; Peele e Brodsky parlano di ‘amore genuino’ che, a dispetto della centratura sul sé, che è associata alla dipendenza affettiva, comprende un impegno alla crescita e alla gratificazione reciproca tra i partner coinvolti. 

Altri ricercatori invece sottolineano le similarità tra la dipendenza e lo stesso ‘normale amore romantico’ enfatizzando le basi comportamentali, neuropsicologiche e neurochimiche di entrambi. 

La prospettiva ampia: l’amore come dipendenza

C’è una comprensione più ampia della dipendenza che sta prendendo piede negli ultimi anni. La dipendenza dovrebbe essere considerata come uno spettro di motivazioni che emerge dall’applicazione ripetuta di ogni tipo di ricompensa, incluse le ricompense derivanti dalle droghe, dal gioco d’azzardo, dal cibo, dal sesso. 

Queste motivazioni o appetiti emergono in risposta a condizioni di ricompense e, di fatto, sono i meccanismi evoluti con cui gli esseri umani o altri animali imparano a comportarsi, potenziando i modi di sopravvivenza e riproduzione. Allo stesso tempo, tali appetiti non sempre portano direttamente a questi risultati “evolutivi”, specialmente negli esseri umani, e ancor di più nell’ambiente moderno che abbiamo creato per noi stessi. Il nostro appetito per il cibo, ad esempio, non è strettamente controllato geneticamente: ne siamo svezzati durante la gestazione e può aumentare e diminuire nel corso della nostra vita, spesso in modi contrari ai nostri reali bisogni nutritivi. Allo stesso modo, possiamo sviluppare appetiti per qualsiasi comportamento gratificante e questi appetiti possono superare o scendere al di sotto di un livello che si adatta ai nostri bisogni biologici, ai nostri valori coscienti o alle nostre preferenze personali. Secondo un approccio 

ampio, le dipendenze sono semplicemente appetiti: sono sentiti come bisogni che possono essere temporaneamente soddisfatti ma che diventano urgenti e distraenti, se ci si astiene dal farci rifornimento per troppo tempo. Al rovescio vale anche l’affermazione che gli appetiti sono semplicemente dipendenze deboli. Da questa prospettiva ne discende che ognuno di noi  è dipendente dal cibo, dal sesso, e da altre sostanze o altri comportamenti ordinari, sebbene la maggior parte di noi non ne sia intrappolata a tal punto da causare danni o angoscia o per meritare l’applicazione di diagnosi  o trattamento psichiatrico. 

Un simile approccio, più ampio per l’appunto, può essere applicato al concetto di dipendenza affettiva: amare qualcuno significherebbe  letteralmente esserne dipendenti, sebbene forse in misura lieve. In linea con questa visione, James Burkett e Larry Young (2012), hanno recentemente sostenuto che le relazioni romantiche universalmente sperimentate, dal classico innamoramento alla separazione ultima e definitiva e al conseguente ritiro, possono essere considerati una forma di dipendenza.

Per incuriosire il lettore alla loro tesi, hanno aperto un loro famoso seminario con la seguente vignetta:

All’inizio, ogni incontro era accompagnato da un’ondata di euforia: nuove esperienze, nuovi piaceri, uno più eccitante dell’altro. Ogni dettaglio veniva associato a quelle sensazioni intense: luoghi, tempi, oggetti, volti. Altri interessi divennero improvvisamente meno importanti man mano che si impiegava più tempo a perseguire il successivo incontro gioioso. A poco a poco, l’euforia durante questi incontri svanì, sostituita impercettibilmente da sentimenti di appagamento, calma e felicità. I momenti tra gli incontri sembravano allungarsi, anche se rimanevano gli stessi, e la separazione si riempì di desiderio e desiderio doloroso. Quando tutto finì bruscamente, seguirono disperazione e dolore, portando lentamente alla depressione. (Burkett e Young 2012)

E poi chiesero alla platea…Questa storia descrive una situazione di innamoramento oppure la dipendenza da droga?

Burkett e Young naturalmente sostengono che può parimenti descrivere entrambe le condizioni. 

Appoggiandosi alle evidenze degli studi sui modelli animali, nonché parallelamente alla ricerca nell’ambito dell’attaccamento umano e alla neurobiologia dell’abuso di sostanze,  concludono che ‘c’è una profonda e sistematica concordanza tra le regioni cerebrali e i processi neurochimici coinvolti sia nella dipendenza sia nell’attaccamento sociale’.  In altre parole, la dipendenza da sostanza e il legame romantico quotidiano hanno molto più in comune che i loro profili manifesti dal punto di vista psicologico. Al livello di funzionamento cerebrale, i meccanismi sottostanti il legame di coppia nelle specie sociali monogame o quasi-monogame si sovrappongono con quelli coinvolti nell’apprendimento della ricompensa e della dipendenza. 

La più grande sovrapposizione avviene nelle regioni neurochimiche deputate al processamento della dopamina, dell’ossitocina e di altri neurotrasmettitori come la serotonina. 

Come afferma Margolis (2005) ‘durante un orgasmo sessuale il rilascio di serotonina e il rilassamento muscolare immediato costituiscono il più potente e la più accessibile droga di cui disponiamo’ .

Per quanto riguarda la dopamina, sia l’accoppiamento che le dipendenze elicitano simili attività neurochimiche, coinvolte nel circuito della ricompensa: sesso, orgasmo e tutte le droghe conosciute stimolano alti livelli di rilascio dopaminico nel nucleus accumbens. Difatti, il ruolo della dopamina si estende ben oltre la dipendenza ed è associato ad un ampio ventaglio di altri processi associati con l’apprendimento della ricompensa, inclusi il mangiare, il bere, la vita sessuale e l’amore. Alcuni studiosi hanno suggerito che la sovrapposizione dei circuiti dopaminergici potrebbe spiegare perché sperimentare amore o coinvolgimento nell’attività sessuale può essere sentita come una scarica di cocaina. 

Infine, le evidenze di neuroimaging suggeriscono una sovrapposizione tra la dipendenza d’amore e la dipendenza da droghe, che proviene da studi in cui i partecipanti sono stati esposti ad immagini dei loro partner durante l’applicazione di esami strumentali. Queste immagini evocano non solo sentimenti di amore e affetto positivi ma anche un’intensa attivazione nelle regioni cerebrali di ricompensa.

Ma quali sono le differenze tra l’amore e la dipendenza?

Sebbene esista una significativa mole di concordanza tra l’amore e la dipendenza rispetto a numerosi livelli di analisi, ci sono al contempo importanti differenze tra le attività con ricompensa naturale (come quelle associate con l’essere innamorati) e la stimolazione artificiale del sistema di ricompensa che si verifica con l’uso di droghe. 

Una di queste differenze, a livello cerebrale, concerne la durata degli effetti del tipo di stimolazione. Il rilascio di molecole con funzione di segnale nel caso dell’esperienze legate all’affettività, come un rapporto sessuale non durano così a lungo come l’analogo rilascio condizionato dalla stimolazione indotta dall’uso di sostanze che creano dipendenza. Le ricompense naturali sono altamente controllate da meccanismi di feedback, che portano ad un più rapido ritorno al livello di ‘baseline’, promuovendo ad esempio un’avversione all’ingaggiarsi immediatamente nello stesso tipo di ricompensa /attività gratificante dopo la stimolazione piacevole. Per esempio, il crescere del desiderio sessuale spesso precede l’atto sessuale, dopo il quale decresce e poi richiede maggiore tempo per raggiungere il livello iniziale di intensità.

Gli stimoli associati alla dipendenza da sostanze, al contrario, spesso ripristinano gli alti livelli di desiderio immediatamente dopo il consumo di droga. Per questo è spesso argomentato che le attività di ricerca della sostanza prendono più facilmente il sopravvento su altre motivazioni rispetto ad attività associate con il perseguire una ricompensa naturale. Anche abbracciando questo punto di vista, tuttavia, va ricordato altresì che le neurodinamiche dei farmaci “convenzionali” che creano dipendenza non sono tutte uguali, poiché i loro meccanismi d’azione variano molto. Le droghe non stimolanti come alcool, oppiacei, benzodiazepine, per esempio, non sono così rapide nel riaccendere la sensazione di craving e possono indurre un rimorso appetitivo che è simile a quello degli ‘innamorati’ noto come ‘inquietudine o malessere post-coitale . 

Ancora più importante è la questione per cui i meccanismi di feedback che controllano il processamento delle ricompense naturali non sono sempre affidabili, e i segnali neurologici stessi possono risultare deboli. In chi soffre di disturbo di binge-eating, il complesso sistema di sazietà è così disregolato che questi soggetti possono mangiare regolarmente enormi quantità di cibo in preda ad un episodio di abbuffata. Quando questi stessi individui si abbuffano di cibo zuccherino, possono sperimentare un livello di ricompensa neurologica che supera una dose di sostanze come la cocaina. 

Ma in quale altro modo si potrebbe ritenere che “essere innamorati” differisca dall’essere dipendenti da certe droghe? 

Per prima cosa, mentre la dipendenza da droga è un problema circoscritto, afferente a soltanto una mera frazione della popolazione globale, l’amore romantico è un fenomeno universale, emergente da sottosistemi evoluti che hanno aiutato i nostri antenati ad ottimizzare le probabilità di accoppiamento tra partner.

In altre parole, l’amore è profondamente legato con la riproduzione che è la macchina della selezione naturale. 

L’uso di sostanze, al contrario, non serve ad alcuna specifica funzione per ciò che concerne la sopravvivenza o la riproduzione, ed è stato spesso descritto come  meccanismo di ‘sequestro’ e ‘sabotamento’ sottostante le funzioni naturali di ricompensa del cervello, soppiantando comportamenti più adattivi con altri interamente artificiali che sono irrilevanti per il successo genetico (fitness genetico). In una prospettiva complementare, 

l’amore romantico può essere considerato come una forma di dipendenza ‘costruttiva’ quando l’amore è reciproco; mentre si può supporre che la dipendenza da sostanze non lo sia. E mentre possiamo ‘fiorire’ senza assumere droghe, non possiamo farlo senza cibo e senza in una qualche  misura amore e affetto umano.

Tuttavia, queste considerazioni non implicano che la dipendenza dall’amore, la dipendenza dal cibo e la dipendenza dalla droga siano di natura diversa. Il binge eating è infatti estremamente dannoso per le proprie possibilità di sopravvivenza a lungo termine, proprio come forme estreme di fenomeni legati all’amore; un appetito sessuale insaziabile può portare a esiti negativi tra cui problemi interpersonali, malattie sessualmente trasmissibili, perdita di occupazione o addirittura di reclusione. Nessun modello estremo di ricerca della ricompensa, che si tratti di cibo, sesso, amore romantico o droghe, è in grado di promuovere lo sviluppo e la crescita personale di un individuo nel mondo.

Inoltre, sebbene un moderato appetito per le cosiddette ricompense ‘naturali’ sia piuttosto benefico, non sarebbe poi così irragionevole affermare che vale lo stesso per certi farmaci di cui le persone a volte possono diventare dipendenti, almeno se consideriamo il piacere derivatone come uno fonte del benessere percepito. Nessun individuo ha necessariamente bisogno di droghe per prosperare, ma in alcune circostanze, e per alcune persone, alcuni farmaci non terapeutici potrebbero certamente essere considerati compatibili con la prosperità umana se assunti entro limiti ragionevoli, come il consumo moderato di alcol.

Infine, c’è il fatto che l’amore deve essere ricambiato perché offra il suo pieno beneficio. Gli amanti raramente si pentono di essere innamorati se l’amore viene ricambiato, e in effetti una parte significativa della sofferenza associata all’innamoramento deriva dal rifiuto o dalla separazione amorose, piuttosto che dall’amore stesso. I tossicodipendenti, al contrario, idealmente non vengono mai rifiutati dalla loro droga.

Molti dei problemi che i tossicodipendenti sperimentano hanno la loro origine nelle difficoltà di procurarsi la sostanza per via della scarsità, dei costi, dell’illegalità e della stigmatizzazione sociale oltre a qualsiasi effetto biologico (collaterale). Parte della distruttività della tossicodipendenza si verifica perché un tossicodipendente non è in grado di permettersi la sua droga, perché rifiutato da amici e famigliari, e di conseguenza si dedica al crimine. La dipendenza stessa non è strettamente la causa della maggior parte dei danni associati. In tal senso, per Earp e Wudarczyk si può tracciare una tenue analogia tra un amante rifiutato e un tossicodipendente che non può accedere alla sua droga della dipendenza. Sempre secondo gli autori, leggendo globalmente  questi fenomeni, ci sono effettivamente alcune differenze tra le dipendenze basate sull’amore e quelle basate sulla droga, tuttavia hanno più a che fare con la frequenza dei problemi a livello di popolazione generale, o con il tipico grado di stimolazione della ricompensa coinvolto, più che con le specificità dell’una o dell’altra. 

Prospettiva ampia o stretta?

L’evidenza neuroscientifica e comportamentale ad oggi disponibile non è in grado di risolvere la questione. In altre parole, non c’è alcun consenso significativo circa il fatto che i desideri legati alla sostanza che crea dipendenza siano a) una forma innaturale che non è presente in chi non soffre di dipendenza (prospettiva stretta) oppure b) piuttosto si collocano su un continuum di desideri appetitivi, perciò configurandosi semplicemente come una forma più intensa dello stesso fenomeno sottostante (prospettiva ampia)..

La stessa cosa è vera relativamente alla dipendenza affettiva. 

Solo i fenomeni più estremi, compulsivi o dannosi dovrebbero essere considerati potenziali forme di dipendenza? Oppure come Burkett e Young (2012) hanno recentemente proposto, potrebbe essere il caso che esiste un’equivalenza neurologica tra le esperienze ordinarie associate all’innamoramento, anche il più basilare attaccamento sociale stesso, e le dipendenze così come intese nella categoria convenzionale? 

Come punto fermo tuttavia l’evidenza attuale suggerisce che la dipendenza da droga, da una parte, e talune esperienze amorose o comportamenti amorosi, dall’altra parte, possono essere compresi come fenomeni equivalenti a livello del cervello, sostenuti dai medesimi processi neuropsicologici.

Se fosse corretto, non può essere il caso che la dipendenza (in senso stretto) sia considerata un fenomeno confinato nell’ambito delle sostanza che creano dipendenza. I sostenitori della visione ristretta dovrebbero invece affermare che la dipendenza è un termine che possiamo applicare ad ogni persona che ha vissuto esperienze particolarmente piacevoli ed inusuali, una sorta di intensa ricompensa alla stregua di chi soffre di una forma di dipendenza da sostanza.

Se così fosse, quali implicazioni etiche e pratiche emergerebbero quando consideriamo l’amore con caratteristiche di dipendenza?

Non solo la scienza ma anche la filosofia si sono interrogate su tali questioni: i) se chi soffre di dipendenza è, almeno ad un certo grado, capace di astenersi o moderare ii proprio comportamento di ricerca della ricompensa e ,ii)  se e come fosse possibile aiutare le persone a guarire dalla dipendenza utilizzando diverse modalità di trattamento. 

Autonomia e responsabilità

Il primo mistero di vecchia data riguardante la dipendenza in generale è se i tossicodipendenti siano in grado di astenersi o moderare il loro consumo di droghe o altri comportamenti problematici. La soluzione a questo mistero avrebbe alcune implicazioni indirette per il trattamento medico dei tossicodipendenti, ma ha implicazioni filosofiche ed etiche molto più forti: ad esempio, è ragionevole costringere i tossicodipendenti ad astenersi? È ragionevole forzare soggetti dipendenti all’astinenza? E’ ragionevole considerarli moralmente e legalmente responsabili per la loro assunzione di droga? E cosa rispetto alle azioni illegali commesse nel procacciarsi la droga? Questi profondi problemi empirici e concettuali hanno radici antiche sino all’epoca di Platone, che si interrogava come una persona responsabile potesse continuare a scegliere corsi di azione di cui molto prevedibilmente proverebbe rimorso. 

Naturalmente, tale questione non si applica all’amore allo stesso modo con cui lo si applica all’ambito della dipendenza da sostanze o ad altri comportamenti problematici. Non possiamo ordinariamente scegliere di amare qualcuno (almeno coscientemente) e sarebbe una tesi difficile sostenere che siamo responsabili del nostro innamorarci, sebbene tale accadimento può avere conseguenze imprevedibili, distruttive per chi è coinvolto. Non possiamo criminalizzare l’innamoramento, e sebbene la storia sia piena di persone punite per le loro vicende sentimentali, ree di essersi innamorate della ‘persona sbagliata, tale punizione ad oggi sembra alquanto obsoleta e assurda ai giorni nostri.

Tuttavia, mentre la formazione del legame d’amore nelle sue prime fasi sembra essere largamente involontaria, si pone via via la questione di quanto realmente autonomi siano i propri comportamenti quando si è di fatto innamorati. 

Le persone che sono innamorate prendono decisioni ogni giorno su come esprimere i propri sentimenti: se cercare vicinanza con la persona amata, intimità sessuale, se manifestare apertamente il loro attaccamento come questione pubblica, e così via.

Se la dipendenza affettiva non è altro che un sintomo di processi cerebrali atipici (prospettiva stretta), allora le scelte e i comportamenti che elicita possono considerarsi inautentici o in qualche misura ‘riflessi’ non-autonomi di questi processi. 

Da qui, i sostenitori della prospettiva stretta hanno considerato che i soggetti dipendenti mancano di controllo sulle proprie azioni e non sono pienamente autonomi. Quest’idea è anche insita nel concetto di ‘crimini passionali’ e di fatto la legge ha tradizionalmente considerato tale ‘passione’ nella formulazione delle sentenze.

Se questa visione fosse corretta, allora potremmo pensare che sarebbe ragionevole pensare di eliminare i sentimenti e i comportamenti problematici associati alla dipendenza affettiva, dal momento che sono meramente il sintomo di una malattia. E potremmo pure credere di giustificare mezzi di forza e coercizione per prevenire situazioni nelle quali la persona con dipendenza affettiva si avvicini all’oggetto del desiderio.  Una visione analoga è sostenuta da studiosi che argomentano che potenzialmente saremmo legittimati a ignorare le scelte della persona afflitta da dipendenza al fine di ripristinare la sua indipendenza. In certi casi di violenza domestica, tra cui la Sindrome di Stoccolma tra la vittima e l’abusante, possono essere giustificati interventi coercitivi.

La prospettiva ampia, al contrario, argomenta che anche le forma più intense e  negative di amore siano meramente degli estremi di un’emozione autentica. Perciò ne discende che è possibile sostenere, da queste premesse, che anche queste persone possono essere pienamente autonome nei loro comportamenti e azioni. Secondo questa visione, qualsiasi possibile modalità di trattamento potrebbe differire lungo certe dimensioni. Lo scopo non è quello di eliminare il sentimento di amore, dal momento che queste affezioni sono aspetti autentici della mente e della personalità, piuttosto sarebbe quello di lavorare per una loro moderazione. Parimenti, i trattamenti non dovrebbero violare l’autonomia della persona innamorata, né includere coercizione o forza in alcun modo. 

Trattamento e guarigione

Queste considerazioni ci portano al secondo ‘mistero’ riguardante la dipendenza, ovvero se il trattamento è appropriato e/o consigliabile e se è possibile la guarigione. Sebbene nella normalità non pensiamo affatto ad offrire trattamento ad individui che sono innamorati, quando iniziamo a realizzare che almeno qualche caso di amore e di fenomeni correlati sono simili alle dipendenze da sostanza o comportamentali, vuoi nella forma, nella funzione o negli effetti, allora forte si pone l’esigenza di prendere seriamente in considerazione la possibilità di questo tipo di azione di intervento. In realtà, l’idea di un rimedio anti-amoroso o di una ‘cura’ ha storicamente radici antiche. Earp e coll. rievocano gli scritti di Lucrezio, Ovidio, Shakeaspeare laddove l’amore o infatuazione, sotto certe condizioni, sono paragonate ad una malattia di una certa gravità, nociva per la salute fisica e mentale, profondamente dannosa per il benessere generale dell’individuo.

In altre parole, la possibilità di trattare l’amore potrebbe non essere cosi inverosimile dopo tutto. Anzitutto, il modo in cui approcciamo questa possibilità dipende se abbracciamo la prospettiva stretta o ampia. Come è stato evidenziato, la conclusione generale di tale analisi non differisce molto nell’esito, indipendentemente dal tipo di prospettiva adottata. Ovvero, la dipendenza affettiva, a prescindere da come essa venga concettualizzata, sembrerebbe una candidata appropriata per il trattamento, almeno in talune circostanze.

Per fare il punto:

  • la prospettiva stretta considera che l’amore è soltanto una dipendenza in casi rari o atipici, generata sia da una condizione pre-esistente patologica o da dosi croniche super-intense di ricompense affettive. Sulla base di questa visione, la dipendenza affettiva è un disordine neurobiologico che non occupa spazio in una vita in salute e florida, perciò ne consegue che dovremmo offrire a chi è afflitto da tale forma di sofferenza qualche grado di trattamento o supporto. Inoltre, ci possiamo aspettare che il miglior corso d’azione è una modalità di trattamento psichiatrico, nel quale si tenta di ripristinare la configurazione neuropsicologica tipica tramite la somministrazione di farmaci e la terapia cognitiva. Per esempio, così come chi è dipendente da eroina riceve naltrexone per via orale per bloccare gli effetti farmacologici della droga, così potremmo utilizzare antagonisti dell’ossitocina per ridurre la ricompensa che l’individuo riceve dall’essere vicino alla persona oggetto del desiderio.
  • In accordo con la prospettiva ampia, al contrario, ognuno ‘che ama’ si colloca all’interno di uno spettro di condizioni di dipendenza: essere dipendenti da un’altra persona non è una malattia ma semplicemente il risultato di una capacità fondamentale come esseri umani che può talvolta essere esercitata fino all’eccesso. Da questa prospettiva, può essere obiettato che l’amore, non importa quanto distruttivo, non è mai un oggetto appropriato di trattamento psichiatrico. Una simile nozione è quella dell’omosessualità che viene considerata all’interno del range di normalità nella varianza umana e pertanto non è intesa come malattia o disturbo.

E di fatto è proprio su questo crinale che la distinzione tra le due prospettive comincia ad infrangersi. Da entrambe le prospettive, la difficoltà primaria da un punto di vista etico è determinare ciò che potremmo considerare ‘buone forme di amore’ e quelle che non lo sono: le forme innocue o perfino benefiche da quelle pericolose e dannose. Nel caso di malattie mentali, potrebbe essere veramente impervio il tentativo di dirimere ciò che si configura come patologia da una funzionalità normale. Anche le più attuali teorie sul funzionamento cerebrale sono lontane dall’indicare se particolari emozioni ricadono entro un range di normalità statistica e anche se la scienza potrebbe rivelarci qualcosa a riguardo, rimarrebbe uno spazio aperto per formulare giudizi di valore allo scopo di definire quale parte della curva statistica è auspicabile. Per esempio, possiamo arbitrariamente definire che chiunque con un IQ inferiore a due deviazioni standard significa che manifesta una disabilità intellettiva, e perciò necessita di un trattamento speciale, ma possiamo altrettanto facilmente mettere un cut-off con una o con tre deviazioni standard. Non è questo il caso quando entriamo nella tematica dell’oggetto ‘amore’. 

Un ulteriore considerazione è che quasi tutte le disabilità psichiatriche rappresentano un estremo di uno spettro di comportamenti, funzioni, capacità. Non tutte le persone tristi sono depresse, non tutte le persone con un alto livello di energia sono maniacali. Le nostre definizioni di malattie psichiatriche , perciò, sono essenzialmente olistiche piuttosto che puramente naturalistiche: sono inevitabilmente basate su giudizi di valore o, in altre parole, giudizi etici. 

In sostanza, questi giudizi si riferiscono a certi stati di benessere in termini di biologia e psicologia; quando un certo stato crea una sofferenza, può accadere che venga definito come malattia e di conseguenza risultare un candidato per il trattamento. 

Data questa concezione carica di una forte dimensione valoriale, Earp e Wudarczyk suggeriscono che nella definizione di malattia o disordine, si debba prendere in considerazione un range di differenti outcome.

Questi ultimi debbono essere valutati entro un ampio ventaglio di aspetti morali e pratici, tra cui il grado di sofferenza esperita dalla persona, il grado di compromissione della dipendenza sul livello di capacità, anche decisionale, nella realizzazione dei propri piani di vita, l’estensione della eventuale compromissione delle relazioni sociali, l’impedimento nello sviluppo delle proprie potenzialità e talenti, l’impoverimento delle interazioni tra la persona e il mondo, e così via.

Earp e Wudarczyk mettono in rilievo come la stessa definizione di dipendenza da sostanze presente nel Manuale Diagnostico e Statisti o dei Disturbi Mentali (DSM-IV), ‘quando un individuo persiste nell’uso dell’alcool o di qualsiasi altra droga nonostante i problemi legati all’utilizzo della sostanza, la dipendenza da sostanza può essere diagnosticata’. Come mette in luce tale definizione, l’esistenza di ‘problematiche’ (un concetto normativo) è intrinseca alla concettualizzazione del disturbo stesso. In altre parole, conta fondamentalmente se sussistono conseguenze dannose, difficoltà, o di malattia associati con il comportamento di ricerca della ricompensa (in  questo caso, l’oggetto d’amore): la ricompensa in sé stessa non è il problema. 

Pertanto i due autori. lanciano un messaggio alquanto chiaro: indipendentemente dal fatto che ci accostiamo al fenomeno della dipendenza affettiva come risultato di un processo cerebrale atipico o semplicemente come manifestazione di un desiderio appetitivo particolarmente colorito ed intenso, il determinante chiave per la diagnosi e il corretto riconoscimento, nonché per il successivo piano di trattamento,  è rappresentato dal grado con cui l’individuo danneggia sé stesso attraverso l’amore ed il suo impatto deleterio sul benessere generale. 

Dipendenza affettiva e benessere 

Ci sono tre principali teorie sul benessere. Il modo in cui si collega la dipendenza amorosa al benessere, e quindi al trattamento, dipenderà dalla teoria (o dalle teorie) del benessere che si trova più convincente.

  • le teorie edonistiche , definite in termini di stati mentali: la felicità, o piacere (inteso in senso lato come uno stato mentale) è l’unico bene intrinseco, mentre l’infelicità o il dolore è l’unico male intrinseco. Visioni edonistiche più complesse includono una maggiore pluralità di stati mentali: per esempio, si dice che Freud abbia rifiutato l’analgesia quando morì di cancro, sebbene provasse un grande dolore fisico, sulla base del fatto che preferiva essere in grado di pensare chiaramente in uno stato di tormento piuttosto che annebbiato in uno stato di comfort indotto dalla droga.  Tuttavia, comunque si intenda questa visione edonistica dello stato mentale, è chiaramente possibile che una persona potrebbe preferire di esistere in uno stato di amore estatico, anche se foriero di  una serie di conseguenze negative in altre aree della sua vita. In effetti, nelle società occidentali, essere innamorati è ampiamente considerato uno stato estremamente prezioso e fondamento di una buona vita vissuta. Questa nozione è catturata nell’ideale di “morire per amore” con l’implicazione che un tale amore potrebbe anche essere il significato stesso della vita.
  • le teorie dell’appagamento del desiderio: il benessere consiste nel soddisfare i propri desideri, in funzione di propri valori individuali che potrebbero differire da individuo a individuo, superando il concetto di ‘valore’ secondo le teorie economiste e valorizzandone  la sua soggettivazione. Da questo punto di vista, il trattamento potrebbe non essere appropriato, anche se erano presenti conseguenze negative.
  • le teorie fondate su un elenco oggettivo del benessere ( teorie sostanziali buone o perfezioniste ): certe cose possono essere oggettivamente buone o cattive per una persona – e quindi contribuire al suo benessere – indipendentemente dal fatto che siano desiderate o meno e che conducano o meno a uno stato mentale piacevole. Esempi di ‘cose’ intrinsecamente buone sono: acquisire conoscenza, avere relazioni personali profonde (incluso essere innamorati), impegnarsi in attività razionali e sviluppare le proprie capacità. Esempi di cose cattive “oggettivamente” includono: essere traditi, essere ingannati e trarre piacere dalla crudeltà.

In base a questo tipo di teoria, potrebbe essere più difficile far quadrare la dipendenza affettiva con qualsiasi tipo di vero benessere, specialmente dal punto di vista “ristretto”.

Cioè, si potrebbe plausibilmente sostenere che solo i tipi di amore “normale” o “sano” o “costruttivo” sono oggettivamente costitutivi del benessere, mentre l’amore che è estremo, compulsivo, risultante da processi cerebrali anormali o che porta conseguenze negative per la propria salute o per altre relazioni sociali è oggettivamente un male. Se così fosse, allora un simile amore potrebbe potenzialmente meritare una qualche forma di trattamento nelle giuste condizioni.

Ma quale teoria del benessere si dovrebbe allora accettare? 

I filosofi da tempo hanno evidenziato che ciascuna delle teorie del benessere su descritte cattura qualcosa di importante e intuitivo su ciò che è necessario per vivere una buona vita, tuttavia tutte e tre possiedono al tempo stesso delle criticità. Di conseguenza, molti filosofi optano per una teoria composita del benessere, costituito dall’impegno in attività oggettivamente valide, che desideriamo e che ci procurano piacere o altri stati mentali preziosi. Per riassumere, in una visione composita, l’amore che comporta un dolore insopportabile, che frustra altri desideri importanti o che impedisce all’individuo di impegnarsi in attività oggettivamente valide, potrebbe ragionevolmente compromettere il benessere della persona.

La vita migliore non è quella consumata da forme d’amore distruttive o maladattive, ma è piuttosto quella in cui l’amore trova una solida armonia con altre fonti di bene.

Per Earp e Wudarczyk  il criterio diagnostico primario per la dipendenza affettiva non dovrebbe dipendere molto dal fatto che siamo d’accordo con le interpretazioni ristrette o ampie delle prove neuropsicologiche disponibili, bensì dal livello di sofferenza della persona, quanto una persona è costretta a soffrire (o a sperimentare altre minacce al benessere) attraverso la sua esperienza d’amore. Se stabiliamo che un intervento medico o sociale potrebbe essere di beneficio per una persona, allora sarà almeno potenzialmente appropriato offrire un certo grado di trattamento o supporto.

La prospettiva della biotecnologia anti-amore

Il trattamento della dipendenza affettiva, come qualsiasi altra forma di dipendenza, può assumere molte forme: dalle terapie “tradizionali” (consulenza professionale, tecniche cognitivo-comportamentali,  psicoanalisi, combinazione di più approcci, etc.) alle più recenti scoperte scientifiche sulle fonti neurobiologiche della dipendenza affettiva, che aprono la strada a possibili terapie aggiuntive a base di farmaci. Tali terapie farmacologiche avrebbero lo scopo di facilitare il trattamento delle ‘problematiche amorose’ operando sui substrati neurochimici sottostanti.

Earp e Wudarczyk delineano quattro condizioni per l’uso etico di tale biotecnologia anti-amore: 

  1. l’amore in questione è chiaramente dannoso e deve dissolversi in un modo o nell’altro;
  2. la persona avrebbe voluto utilizzare la tecnologia, quindi non ci sarebbero violazioni problematiche del consenso;
  3. la tecnologia aiuterebbe la persona a seguire i suoi obiettivi e impegni di livello superiore invece dei suoi sentimenti di livello inferiore;
  4. potrebbe non essere psicologicamente possibile superare i sentimenti pericolosi senza l’aiuto della biotecnologia anti-amore – o almeno i metodi non biotecnologici erano già stati provati o attentamente considerati

Inoltre, hanno suggerito che qualsiasi trattamento farmacologico dell’amore o dei fenomeni correlati dovrebbe essere intrapreso solo sotto la guida di un professionista qualificato e solo una volta che la sicurezza e l’efficacia di tale trattamento siano state stabilite tramite rigorosi test clinici. Inoltre tali tecnologie non dovrebbero essere utilizzate sui minori, ovvero prima di un’età di consenso.

Nell’attualità esistono prove abbondanti (comportamentali, neuroimaging, neurochimiche) a sostegno della tesi che l’amore potenzialmente può configurarsi come dipendenza, alla stregua del comportamento cronico del tossicodipendente; di conseguenza per coloro la cui vita è condizionata negativamente dalla dipendenza amorosa, dovrebbe essere loro offerto supporto e opportunità di trattamento al pari di quelle predisposte ai tossicodipendenti. 

Non solo, Earp e Wudarczyk si spingono a tratteggiare un’ulteriore riflessione riguardo le implicazioni dell’atto di equiparazione tra amore e dipendenza da sostanze.

Il rischio è quello di stigmatizzare e forse punire le persone che si sono innamorate di persone ‘tossiche’, costringendole ad abbandonare le braccia del proprio amante per infilarsi in un programma di trattamento.

E’ forse più fruttuoso interrogarsi sui danni intrinseci della dipendenza stessa e non tanto sull’oggetto dell’uno o sull’oggetto dell’altra. Lo scopo ultimo  sarebbe dunque di identificare quei casi in cui il comportamento e i fenomeni ad esso correlati causano sofferenza e danno alle persone coinvolte.

Nel caso della dipendenza d’amore, massima considerazione deve essere accordata all’autonomia decisionale dei rispettivi amanti. 

Bibliografia

Earp B.D., Wudarczyk O.A., et al., (2017), ‘Addicted to love: What is love addiction and when should it be treated?’, Philos Psychiatri Psychol., 77-92.

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Articolo scritto dalla dott.ssa Elena Cristina Psicologa e Psicoterapeuta riceve nella sede di Rho di Interapia

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