L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è stato riconosciuto a livello internazionale come un trattamento efficace per il trauma e per un’ampia gamma di disturbi originatisi su base esperienziale e ha ricevuto sostegno empirico tramite studi clinici controllati randomizzati. Trae il suo nome dai movimenti oculari che fanno parte della procedura, anche se in realtà sono solo una singola componente dell’intero modello. È inoltre totalmente conciliabile con la maggior parte degli orientamenti psicologici conosciuti (Norcross, Shapiro, 2002; Shapiro, 2002).

Gli obiettivi principali dell’EMDR sono i seguenti:

  • Aiutare i pazienti a imparare dalle esperienze negative che hanno avuto in passato;
  • Desensibilizzare gli individui rispetto agli stimoli attuali che esercitano un effetto indebitamente stressante;
  • Assimilare dei modelli per agire più appropriatamente in futuro, in modo tale da permettere ai pazienti di accedere a maggiori risorse sia a livello personale che a livello relazionale.

In sostanza l’EMDR serve a catalizzare l’apprendimento: questo trattamento fa in modo che le immagini, le convinzioni, e le emozioni negative associate ad un ricordo disturbante diventino sempre meno vivide e sempre meno potenti. Il ricordo target sembra man mano associarsi a informazioni più appropriate: i pazienti imparano a riconoscere gli elementi necessari e utili della loro esperienza passata e l’evento viene re-immagazzinato in memoria in forma adattiva, sana e non stressante (Shapiro, 2018).

Qualora provassimo a rianalizzare la nostra infanzia e a riportare alla mente un avvenimento umiliante, per esempio, molti di noi scoprirebbero di provare ancora le stesse emozioni di allora, oppure che i pensieri sorti in quel momento si ripresentano in maniera automatica. Quando un evento è stato elaborato appropriatamente invece, siamo in grado di ricordarlo senza esperire di nuovo le emozioni e le sensazioni che lo hanno accompagnato.

Il principio fondamentale alla base dell’EMDR, suggerito dalla continua applicazione della procedura, è che in tutti noi esiste un sistema fisiologicamente deputato ad elaborare le informazioni e avente l’obiettivo di raggiungere la salute mentale. Tramite questo sistema è possibile liberarsi dalle emozioni negative e favorire i processi di apprendimento, nonché un’integrazione adattiva di questi ultimi e la possibilità di utilizzarli in futuro. La desensibilizzazione, la ristrutturazione cognitiva, gli insight spontanei e la creazione di associazioni con emozioni positive e con le risorse dell’individuo sono considerati sottoprodotti della rielaborazione adattiva che avviene a livello neurofisiologico.

Ad oggi è stato ampiamente dimostrato che i movimenti oculari possiedono un ruolo associato ai processi cognitivi e alle funzioni corticali di ordine superiore (Amadeo, Shagass, 1963; Antrobus, 1973; Antrobus, Antrobus, Singer, 1964).

L’EMDR nasce come una forma di terapia specifica per il trattamento di persone affette da PTSD. Tuttavia i risultati clinici positivi raggiunti con l’EMDR dimostrano che tale terapia può avere un ampio campo di applicazione: sono infatti molteplici i risultati terapeutici positivi ottenuti su un’ampia gamma di popolazioni cliniche (Shapiro, 1989), quali:

  • Diverse popolazioni affette da PTSD provocato da traumi di guerra, vittime di terrorismo o rifugiati;
  • Persone affette da fobie, disturbi di panico, ansia da prestazione, doc e altri disturbi d’ansia;
  • Vittime di crimini;
  • Persone che hanno subito un lutto o una grave perdita;
  • Bambini traumatizzati da molestie o da calamità naturali;
  • Vittime di aggressioni sessuali;
  • Vittime di incidenti, ustioni o errori durante un intervento chirurgico;
  • Persone con disfunzioni sessuali;
  • Persone con problemi di dipendenza da sostanze e giocatori d’azzardo;
  • Pazienti con disturbi di personalità legati al PTSD e alla presenza di una storia traumatica;
  • Persone con disturbi somatici o affetti da dolori cronici;
  • Persone affette da gravi malattie quali tumore o AIDS;
  • Persone con disturbi del comportamento alimentare.

 

La terapia EMDR nel disturbo da uso di sostanze

Quando si lavora con le esperienze traumatiche dei pazienti, è facile riscontrare come le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi non scompaiono facilmente dal cervello e molti pazienti continuano a soffrirne i sintomi anche a decenni di distanza, condizionando lo sviluppo, la salute mentale e il loro funzionamento.

L’utilizzo della terapia EMDR nel disturbo da uso di sostanze è stato riportato sin dagli inizi del suo sviluppo (Shapiro, Vogelmann-Sine & Sine, 1994). Il PTSD infatti coesiste frequentemente con l’abuso di sostanze (Brady & Sinha, 2005; Jacobsen, Southwick & Kosten, 2001).

Le esperienze infantili sfavorevoli (ACE, Adverse Childhood Experiences) sono associate al 44% delle psicopatologie in età evolutiva e al 30% negli adulti (Archives of Psychiatry, 2010) e sono le cause più frequenti di disturbi psicologici a tutte le età. Soprattutto in età dello sviluppo possono avere un effetto significativo nella successiva regolazione emotiva e sullo sviluppo di comportamenti disfunzionali.

Tra le ACE più comuni, vissute all’interno del contesto familiare prima dei 18 anni, menzioniamo l’abuso fisico ricorrente, l’abuso psicologico ricorrente, l’abuso sessuale, la presenza di una persona dipendente da alcol o da sostanze all’interno del nucleo familiare, la presenza di una persona incriminata per un reato all’interno della famiglia, un membro della famiglia gravemente depresso, con disturbi mentali conclamati, istituzionalizzato o suicidario, la presenza di una madre che viene trattata in modo violento, la presenza di un sono genitore o l’assenza di entrambi i genitori, la trascuratezza fisica e la trascuratezza emotiva.

Lo studio sugli ACE conferma la presenza di una relazione altamente significativa tra esperienze sfavorevoli in età infantile e depressione, tentativi di suicidio, alcolismo, abuso di sostanze, promiscuità sessuale, violenza domestica.

La chiave è dunque chiedersi qual è il disturbo che viene alleviato dal comportamento di dipendenza. È necessario identificare i trigger primari che hanno innescato il bisogno della dipendenza, risalire all’origine.

Il comportamento di dipendenza può avere inizio come soluzione di un problema, ma col passare del tempo diventa esso stesso il problema più grave con il verificarsi di nuovi traumi che possono, a loro volta, comportare un aumento dell’uso di sostanze, contribuendo alla creazione di una nuova spirale negativa.

L’evidenza clinica dice che molti pazienti con disturbo da uso di sostanze hanno esperito degli eventi traumatici o avversi nella loro infanzia e possono soffrire anche di sintomi post traumatici. Un intervento volto a trattare i traumi legati alla storia di vita e alla storia di dipendenza dalle sostanze può dunque portare ad un  aumento dell’efficacia dei trattamenti standard generalmente erogati nei centri terapeutici.

Le persone hanno sempre fatto uso di sostanze per affrontare lo stress traumatico. Le vite di molti sopravvissuti al trauma iniziano a ruotare intorno al trattenere e neutralizzare esperienze sensoriali indesiderate. Van der Kolk nelle sue ricerche sottolinea che almeno la metà delle persone traumatizzate cerca di offuscare il proprio mondo interno intollerabile con alcol o droghe (van der Kolk, 2002). Le sostanze, tuttavia, non curano il trauma, possono solo alleggerire la manifestazione della fisiologia disturbata. Possono facilitare il controllo di sentimenti e comportamenti ma c’è sempre un prezzo da pagare perché bloccano i sistemi chimici che regolano la motivazione, il dolore ed il piacere.

L’altra faccia della medaglia è la ricerca di emozioni forti (per esempio attraverso il GAP, attività ad alto rischio, shopping compulsivo, sexual addiction, ecc.): ognuno di questi metodi può dare un illusorio e paradossale senso di controllo che poi si rivela fittizio o si rivela essere uno spostamento. Le persone traumatizzate hanno bisogno di imparare che possono tollerare le proprie sensazioni e che possono “farsi amiche” le esperienze interne esercitando nuovi modelli di azione.

L’esperienza clinica suggerisce che l’EMDR può essere un trattamento sicuro che si integra facilmente ad altre misure di trattamento delle dipendenze.

Il trattamento EMDR elabora direttamente i primi/peggiori eventi alla base delle dipendenze, basandosi sulla premessa che i comportamenti di dipendenza hanno come fattore di rischio esperienze del passato non rielaborate; esso prevede infatti la rielaborazione degli eventi passati, successivamente i fattori scatenanti (trigger) del presente e aiuta a prepararsi per il futuro. Utilizza come target le esperienze relative all’uso della sostanza e alle conseguenze dell’uso di sostanze.

La prospettiva dell’EMDR spiega come il comportamento da uso di sostanze e i sintomi di craving vengano mantenuti tramite associazioni mnestiche e immagini mentali non adattive, che possono essere desensibilizzate tramite le tecniche dell’EMDR.  I movimenti oculari diminuiscono la vividezza e la carica emotiva dei ricordi, pertanto l’EMDR può essere un trattamento molto indicato anche nei disturbi correlati alle sostanze, in cui i ricordi traumatici e le relative immagini giocano un ruolo fondamentale.

L’EMDR si presente come un valido strumento nel campo del trattamento delle dipendenze perché mette in risalto il ruolo dei macro e dei micro traumi che hanno un valore patogeno e snoda il suo focus di intervento sui ricordi traumatici, sulla storia della dipendenza, sui trigger e sulla preparazione per il futuro, riattivando il meccanismo innato di elaborazione adattiva dell’informazione.

Grazie a questa terapia i pazienti sviluppano la capacità di autoregolazione, di consapevolezza della propria storia e di empatia soprattutto nelle relazioni affettive. Inoltre la rielaborazione del ricordo delle esperienze traumatiche e della storia della dipendenza con l’EMDR non solo riduce i fattori di rischio ma diventa anche un fattore di protezione per ulteriori eventi di vita che possono presentarsi, l’EMDR infatti agisce non solo sugli aspetti psicologici ma anche su quelli neurobiologici.

Articolo scritto dalla dr.ssa Annarita Scarola Psicologa e Psicoterapeuta

Bibliografia Essenziale

Amadeo, M., Shagass, C.M. (1963), Eye movements, attention and hypnosis. Journal of Nervous and Mental Disease, 136, 139-145.

Antrobus, J.S. (1973), Eye movements and non-visual cognitive tasks. In Zikmund, V. (a cura di), The oculomotor system and brain functions, 354.368, Butterworths, London.

Antrobus, J.S., Antrobus, J.S., Singer J. (1964), Eye movements, accompanying daydreams, visual imagery, and thought suppression. Journal of Abnormal and Social Psychology, 69, 244-252.

Brady, K.T., Sinha, R. (2005), Co-occurring mental and substance use disorders: The neurobiological effects of chronic stress. American Journal of Psychiatry, 162(8), 1483-93.

Jacobsen, L.K., Southwick, S.M., Kosten, T.R. (2001), Substance use disorders in patients with posttraumatic stress disorder: A review of the literature. American Journal of Psychiatry, 158, 1184-90.

Norcross, J.C., Shapiro, F. (2002), Integration and EMDR. In Shapiro F. (a cura di), EMDR and the paradigm pris: Experts of diverse orientations explore an integrated treatment. Washington DC: American Psychological Association Press.

Shapiro, F. (2002), EMDR twelve years after its introduction: Past and future research. Journal of Clinical Psychology, 58(1), 1-22.

Shapiro, F. (2018), EMDR, il manuale; principi fondamentali, protocolli e procedure. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano 2019.

Shapiro, F., Vogelman-Sine, S., Sine, L. (1994), Eye movement desensitization and reprocessing: Treating trauma and substance abuse. Journal of Psychoactive Drugs, 26, 379-391.

van der Kolk, B.A. (2002), Beyond the talking cure: Somatic experience and subcortical imprints in the treatment of trauma. In Shapiro, F. (a cura di), EMDR as an integrative psychotherapy approach: Experts of diverse orientations explore the paradigm prism (57-83). American Psychological Association Press, Washington DC.

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