“Sarà l’ennesimo fallimento”
“Non riuscirai mai a realizzarti nella vita”
“Ma ti sei visto? Come sei imbarazzante!”
“Come potrebbero prenderti sul serio?!?”
“Sei proprio incapace”
“Non è minimamente alla tua portata”

Probabilmente ciascuno di noi, almeno in qualche momento della vita, si è trovato a confrontarsi con pensieri del genere, auto-giudizi negativi e impietosi che risuonano nella testa, fanno abbassare lo sguardo, collassare le spalle e stringono lo stomaco. 

Queste voci dentro di noi si accompagnano molto spesso alle emozioni di colpa e vergogna, che sono due emozioni relazionali: entrambe hanno a che fare con la valutazione di noi stessi e con la nostra rappresentazione di come potrebbero vederci e giudicarci gli altri.  

Così come le vergogna , anche la colpa ha un’importante funzione adattiva.
Possiamo sentirci in colpa se tradiamo il nostro/la nostra partner, oppure se mettiamo in cattiva luce un collega affinché non ottenga la promozione o perché in vista di un esame importante non ci siamo applicati.

Il senso di colpa ci segnala quando il nostro comportamento è discordante rispetto alle norme della società in cui viviamo, quando dunque va a danneggiare gli altri, e/o quando si discosta dai nostri valori personali.
Questa emozione ci permette di riallinearci alle regole sociali e personali, andando anche a riparare all’eventuale errore commesso. 

Il senso di colpa ha quindi degli importanti risvolti funzionali ed è strettamente connesso alla nostra coscienza morale. In tal caso possiamo parlare di “colpa sana”. 

La funzione della colpa

Il senso di colpa ci segnala che con i nostri comportamenti potremmo aver danneggiato altri o aver tradito dei nostri valori fondamentali.  La colpa ci permette di divenire consapevoli e riconoscere eventuali sbagli (colpa da commissione) o inadempienze (colpa da omissione) e ci offre una chance di riparazione.

Se ci rendiamo conto di un comportamento inadeguato possiamo chiedere perdono e tentare di rimediare allo sbaglio. La colpa quindi ci permette di assumerci la responsabilità delle nostre azioni e di evolvere: se mi rendo conto di eventuali comportamenti “sbagliati”, posso scegliere di non continuare a perpetuarli, posso crescere e migliorare me stesso (Strocchi, 2003). 

Quando possiamo definire un senso di colpa “sano”? 

Il senso di colpa sano:

  1. Mette in discussione un comportamento o un atteggiamento specifico della persona, non l’individuo in generale: “Avrei potuto dedicare del tempo ad Anna che era giù, invece di risponderle subito che non avevo tempo” invece di “Sono proprio una pessima amica” 
  2. Alimenta il desiderio di riparare in modo costruttivo all’eventuale danno commesso, per esempio “Ora chiamo Anna, le chiedo scusa e le dico se le va di passare qui per parlare” 
  3. È compatibile con un’immagine di sé come persona valida “Ho fatto un errore, posso scegliere di rimediare e cambiare il mio comportamento in futuro, questo sbaglio non pregiudica il mio valore come persona” 

Il senso di colpa sano è

  • Una bussola che ci permette di indirizzare i nostri comportamenti 
  • Una guida allo sviluppo della nostra etica e della nostra coscienza morale

La colpa cronica e “malsana”

Talvolta, il senso di colpa può divenire talmente pervasivo che perde la sua funzione adattiva, in questi casi si parla di senso di colpa cronico. 

Il senso di colpa cronico genera sentimenti di disprezzo di sé come persona e auto-aggressioni. Spesso è presente un dialogo interno fortemente negativo e critico che accompagna la persona in ogni ambito di vita: “Non sei minimamente in grado di portare avanti questo progetto e di applicarti, sei uno/a scansafatiche”,  “Sei così egoista che preferisci uscire con gli amici piuttosto che andare a trovare i tuoi genitori”, “Già non sei capace di fare le cose, se per di più ti concedi del tempo libero non combinerai mai nulla”, “Continui a mangiare porcherie nonostante tu sia già grasso/a”…

Molti autori, tra cui Kathy Steele (2020), parlando di “Critico Interiore”, considerando questa tendenza a puntarci il dito contro e ad attaccarci come una parte del sé. 

Il critico interiore 

Non è assolutamente vantaggioso, come abbiamo già detto, liberarsi totalmente del proprio critico interiore. Certo è che quando questo diviene un continuo commento impietoso rispetto ad ogni cosa che facciamo e non facciamo, al posto che essere uno stimolo alla riflessione e un input al cambiamento, il critico interiore costituisce più un’immensa fonte di sofferenza. 

Tutti noi abbiamo un critico interiore, quello che cambia è quanto i suoi messaggi siano generalizzati e quanto noi siamo fusi con questi stessi messaggi: se siamo completamente persuasi di ciò che il critico dice, penseremo che le sue affermazioni siano le uniche prospettive possibili e ci sentiremo disperati, paralizzati, impotenti. 

Gli scopi del critico interiore

Anche quando assume sembianze ostili, la critica rivolta al sé non è che un modo inefficace per cercare di soddisfare bisogni. 

Andare a individuare la funzione del critico interiore si rivela dunque di primaria importanza per poterlo trasformare in una guida compassionevole. 

Tra le possibili funzioni del critico interiore troviamo (Kathy Steele, 2021):

  1. Promuovere l’accettazione da parte degli altri.
    “Sei brutto/grasso/stupido/egoista…”
    Questo tipo di critico si concentra molto anche sugli aspetti esteriori, vorrebbe spingerci a migliorare per ottenere approvazione, amore e per sentirci accolti dagli altri. 
  2. Evitare l’errore. 

In questo caso il critico vorrebbe spingerci ad essere sempre molto performanti, perfetti; tutto ciò per evitare di confrontarci con l’errore e con le emozioni ad esso connesse: frustrazione, disperazione, vergogna, paura.

  1. Regolare la distanza.
    “Sei una persona orribile, nessuno ti si avvicinerebbe”, il critico interiore talvolta permette di mantenere le distanze, laddove la vicinanza e l’intimità vengono vissute come pericolose. Se ho una parte di me che mi critica duramente, che mi fa sentire indegno e disgustoso, tenderò a non far avvicinare nessuno, evitando così la possibilità di venir rifiutato e sentendomi più al sicuro. 
  2. Mantenere il legame anche con chi ci ha ferito, laddove ciò costituisce l’unica ancora di salvezza percepita. 

La vittima tende ad attribuirsi la colpa di quanto avvenuto, questo poiché sentirsi colpevoli restituisce un’illusoria sensazione di controllo (“Posso fare qualcosa, posso cambiare”) e al contempo permette di mantenere la relazione con il “perpetratore”. Si tratta di una modalità di protezione estrema che Knipe (2017) osserva soprattutto nei casi di bambini che hanno a che fare con genitori abusanti, maltrattanti, trascuranti, ma anche “semplicemente” disinteressati e indisponibili emotivamente. Questa stessa dinamica si riscontra all’interno di relazioni disfunzionali basate sulla violenza psicologica e/o il maltrattamento. 

Lavorare con il critico interiore

critico interiore In terapia è possibile lavorare con la propria parte critica, cercando di fare in modo che assuma modalità più funzionali quando essa è troppo rigida e paralizzante. 

In particolar modo si rivela importante identificare le situazioni in cui il critico interno si attiva, andando a individuare la funzione delle sue “aggressioni” aldilà del contenuto delle stesse. Successivamente, si analizzerà come la persona reagisce alle affermazioni della sua parte critica e quanto è fusa con esse, ovvero quanto è convinta che queste critiche siano assolutamente vere e fondate. 

Durante il percorso terapeutico, si costruirà passo dopo passo una visione di sé più realistica, non del tutto plasmata dalla feroce autocritica. In questo modo sarà possibile distinguere tra critiche costruttive e colpe “reali”, che diventeranno un’occasione per migliorarsi, e colpe “maladattive”, prendendo man mano le distanze da queste. 

BIBLIOGRAFIA E RIFERIMENTI:

Boon, S,; Steele, K.; Van Der Hart, O. (2013). La dissociazione traumatica comprenderla e affrontarla. Milano: Mimesis Edizioni

Knipe, J. (2017). EMDR Toolbox. Teoria e trattamento del PTSD complesso e della dissociazione. Roma: Giovanni Fiorini Editore 

Steele, K. (2020). Masterclass. Clinica del trauma e della dissociazione. 4 seminari. 

Strocchi, M.C. (2003). Autostima. Se non ami te stesso chi ti amerà?. Milano: Edizioni San Paolo

Autore

Articolo scritto dalla dott.ssa Verdiana Valagussa psicologa e psicoterapeuta riceve nei centri di psicologia di Saronno e Legnano

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