Il senso di vuoto è un sintomo presente in diverse patologie, ma è anche un’esperienza umana universale che si può provare senza per forza avere un disturbo mentale. È un fenomeno psicologico difficile da spiegare, descritto spesso in modi diversi dalle persone, nonostante abbia comunque delle caratteristiche distintive, e utilizzato con accezioni differenti dalla psicologia occidentale e orientale.

Il senso di vuoto in Occidente

Il senso di vuoto è stato studiato dalla psicologia, ma anche da filosofi e teologi, e in psicologia si riferisce a vissuti emotivi che hanno solitamente una connotazione negativa (Fogarty, 1973).

Il senso di vuoto ha diverse sfaccettature, può riguardare la sensazione che manchi qualcosa, che qualcosa sia perduto, un senso di isolamento, un senso di inutilità, di confusione rispetto a ciò in cui si crede, può essere legato alla tristezza, alla noia, al fallimento, al senso di non appartenenza. In Occidente, il vuoto descrive dunque stati psicologici che possono riguardare un senso di incompletezza, una mancanza di significato esistenziale, un’insoddisfazione costante nei confronti della propria vita, una mancanza di stimoli.

Victor Frankl parla di “vuoto esistenziale” e della noia come una delle sue manifestazioni più evidenti nella nostra società, e usa il termine “nevrosi della domenica” per descrivere “quel tipo di depressione che affligge coloro che vengono a conoscenza della mancanza di contenuti nella propria vita, quando gli impegni della settimana sono finiti e il vuoto dentro di loro si manifesta” (Frankl, 1963). Secondo un altro autore il senso di vuoto deriverebbe dalla sensazione di impotenza che si ha quando non si riesce a fare qualcosa di efficace per la propria vita o per il mondo in cui si vive (May, 1953).

Secondo un differente approccio, invece, l’esperienza del vuoto sarebbe una strategia messa in atto per evitare di entrare in contatto con una sofferenza emotiva, quindi un modo per non sentire un’emozione spiacevole, una sorta di anestesia emotiva.

Ci sono alcune patologie in cui il senso di vuoto è spesso un sintomo centrale, in particolare il disturbo depressivo, il disturbo narcisistico di personalità, il disturbo bordeline di personalità e i disturbi del comportamento alimentare. 

Il senso di vuoto secondo la psicologia e la cultura orientali

Una differente prospettiva proviene invece dalla psicologia e dalla cultura orientali a partire dall’accezione negativa che qui non è presente. 

Il concetto di vuoto è centrale nelle filosofie e tradizioni che hanno dato origini alle pratiche meditative e si riferisce al fatto che tutte le cose della vita sono vuote di identità e di indipendenza. Tutte le cose sono interconnesse e dipendenti tra di loro per cui non possono esistere in maniera indipendente. Vuoto significa dunque “vuoto di un’esistenza intrinseca autonoma”, cioè nessuna entità (persona, cosa o altro) può esistere in maniera durevole, immutata e indipendente da tutto il resto.

Il vuoto dunque non è un’assenza di significato, ma uno spazio in cui gli eventi possono nascere, trasformarsi e svilupparsi. Una metafora utile per comprendere questo concetto è il vuoto come il cielo in cui compaiono le nuvole, cioè gli oggetti della nostra percezione. Secondo questi approcci, il vuoto è dunque il significato ultimo della realtà che si contrappone all’idea che invece sia continua, indipendente e individuale.

Questo non significa distruggere l’io e il sé, come spesso l’Occidente ha interpretato, ma solo riconoscere che di fatto questo Io in realtà non esiste perché è in continuo mutamento e dunque possiamo smettere di lottare contro le cose che non ci piacciono e vederle per quello che sono. 

Mindulfness e senso di vuoto

  • Se il senso di vuoto è, come descritto in precedenza, l’evitamento di un’emozione che non ci piace, la mindfulness può essere d’aiuto perché ci aiuta un po’ alla volta a entrare in contatto con ciò che tendiamo ad evitare o a combattere (ad esempio alcune emozioni e sensazioni fisiche) con un atteggiamento di apertura.
  • La mindfulness ci aiuta grazie anche a uno dei suoi meccanismi principali, il decentramento, cioè l’abilità di osservare ciò che ci succede comprendendo meglio in nostro funzionamento.
  • Un altro meccanismo caratteristico della mindfulness è l’auto-regolazione dell’attenzione che comprende tre capacità:
    • 1) la capacità di spostare l’attenzione da un contenuto all’altro;
    • 2) la capacità di mantenere l’attenzione focalizzata su un singolo oggetto;
    • 3) la capacità di monitorare la qualità dell’attenzione riconoscendo quando ad esempio diminuisce. L’auto regolazione dell’attenzione aiuta a focalizzarsi sulle componenti del senso di vuoto decifrando ad esempio i propri stati emotivi e cognitivi.
  • Le pratiche di mindfulness invitano sempre a coltivare anche l’accettazione. Questa permette di vedere ciò che non ci piace, e quindi anche il senso di vuoto, con un atteggiamento curioso e non di rifiuto ed evitamento. Accettare non significa sforzarsi di farci piacere ciò che non ci piace, ma l’esperienza che percepiamo come sgradevole, ad esempio il senso di vuoto, può per un momento essere accolta. Questo ci da l’opportunità di osservare cosa succede quando ci entriamo in contatto e di identificare cosa possiamo cambiare e cosa no e quindi decidere come agire.
  • La mancanza di sforzo presente nella mindfulness, cioè la mancanza di un obiettivo da raggiungere, si traduce nel non pretendere di modificare l’esperienza di vuoto ma semplicemente di osservarla.
  • Infine la mindfulness aiuta a riconoscere precocemente i segnali di vuoto in modo tale da non ritrovarsi completamente intrappolati in esso.

In conclusione, la mindfulness aiuta a diventare consapevoli di ciò che si prova durante un’esperienza di vuoto identificando emozioni, pensieri e sensazioni fisiche che la caratterizzano con un atteggiamento di apertura e curiosità.

Referenze:

Frankl, V.E. (1963). Man’s search for meaning: an introduction to logotherapy. Washington Square Press, New York.

May, R. (1953). Man’s search for himself. Signet Norton, New York

Didonna F (2012). Manuale clinico di mindfulness. Franco Angeli – Milano

Fogarty Thomas F., M.D. (1973). On emptiness and closeness. Center for Family Learning, Compendium I. The best of the family.

Epstein, M. (1989). Forms of emptiness: psychodynamic, meditative and clinical perspective. New York.

Autrice

articolo scritto e curato dalla dott.ssa Silvia Schiavolin psicologa presso il centro di psicologia di Saronno

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