Le Famiglie ricomposte: uno scenario familiare emergente

Il fenomeno delle famiglie ricomposte in realtà è da sempre esistito ricoprendo storicamente un’importante funzione sociale, quella di garantire cure e assistenza a figli rimasti orfani di madre o padre. E’ sempre stato socialmente accettata la prassi che un uomo o una donna rimasti vedovi cercassero un nuovo compagno per continuare a provvedere ai figli affettivamente e/o economicamente.

Quello che cambia oggigiorno sono le condizioni con cui si originano queste tipologie di famiglia, da un lutto di natura diversa da ciò che capitava nel passato, ovvero una separazione o un divorzio.

Nonostante il tasso d’incidenza di separazione e divorzi sia in continua crescita, un nucleo formato da due genitori biologici o adottivi, che vivono con i propri figli costituisce ancora oggi la forma familiare ideale sulla base della quale tutte gli altri tipi di famiglia vengono valutate e dal cui confronto- scarto con tale modello normativo ne escono in qualche modo perdenti, essendo percepite in qualche modo ‘devianti’ e ‘deficitarie’.

A rendere ancora più critico il quadro, non esiste tuttora un linguaggio adeguato per descrivere la complessità dei rapporti nelle famiglie ricomposte.

Basti pensare alla mancanza di una terminologia specifica volta a designare la relazione genitore acquisito e figlio, che costituisce la cifra della famiglia ricomposta. E’ il segno della fatica culturale a mentalizzare tale legame e del bisogno di ricondurla alla forma più nota e conosciuta della famiglia nucleare tradizionale.

Gli stessi modi di dire ‘compagno o compagna della mamma o del papà’ dicono della relazione di coppia esistente tra i due adulti ma escludono il rapporto tra il figlio e il compagno del genitore; i termini ‘matrigna’, ‘patrigno’, ‘figliastro/a’ rimandano perlopiù a connotazioni e stereotipi negativi (sorgono rapide le associazioni con la matrigna cattiva di Cenerentola!).

L’attenzione al legame genitore acquisito e figlio è di primaria importanza. Molteplici sono gli studi che evidenziano come la causa più probabile di rottura delle seconde unioni riguarda disaccordi legati all’occuparsi dei figli mentre un legame positivo tra questi e i compagni del genitore influenza sia la soddisfazione di coppia sia la stabilità coniugale (Lansford et al., 2001, Jensen, Shafer e Larson, 2014).

La mancanza di un linguaggio condiviso incontra parallelamente un vuoto legislativo e l’assenza di codici di comportamento socialmente condivisi e accettati: quali sono i compiti di un genitore acquisito? Un padre acquisito può intervenire nell’educazione dei figli del compagno?

In tale condizione di assenza di punti di riferimento, ogni famiglia ricomposta deve fare da sé e questo inevitabilmente pone grandi fatiche e stress, senso di confusione e disorientamento.

Certamente genitori acquisiti non si diventa all’istante o in concomitanza con la costituzione del nuovo nucleo ovvero con l’inizio della convivenza. Il vivere sotto lo stesso tetto non è una condizione sufficiente affinché si creino spontaneamente unione ed armonia. La creazione della nuova famiglia, la relazione di genitorialità acquisita in particolare, è un processo lento e graduale in cui tutti i membri sono attivamente coinvolti e responsabili del reciproco scegliersi.

L’intervento di un terapeuta attento può essere fondamentale nell’accompagnare in questo processo di ‘creare famiglia’.

Le 5 grandi sfide delle famiglie ricomposte

Patricia Pepernow ha identificato le cinque grandi sfide che caratterizzano le famiglie ricomposte.

  1. La prima è la contrapposizione tra il ruolo di Insider (ovvero ‘Interno al gruppo’) ricoperto dal genitore biologico ed il ruolo di Outsider (‘Estraneo al gruppo’), in cui sono spesso ‘bloccati’ i rispettivi compagni. In una coppia ricostituita, specialmente all’inizio, i ruoli di insider e outsider sono fissi. Le abitudini condivise, i valori, le modalità di ‘reazione tipiche’ sono appannaggio della diade genitore- figlio, pertanto quando un bambino entra in una conversazione tra i partner, il compagno o la compagna viene ‘costretto’ nella posizione di outsider, con l’annessa sensazione di sentirsi isolati, invisibili, non considerati. Al contrario il genitore nella posizione di insider, se da una parte sperimenta un senso di connessione, di sentirsi importante e coinvolto nell’esclusività del legame col figlio, dall’altra parte avverte la spiacevole sensazione di stare in bilico tra le persone che più ama, arrivando spesso ad affermare (quanto meno dentro di sé) ‘non obbligatemi a compiere una scelta’.
  2. La seconda sfida è data dal verificarsi di troppi cambiamenti troppo velocemente, specialmente per i più piccoli. Tra i numerosi cambiamenti vi sono il senso di perdita nei confronti dei genitori biologici, anche di colui che vive quotidianamente con il figlio, poiché in casa c’è potenzialmente un nuovo competitor affettivo, il compagno o la compagna, che può privarlo di attenzioni e cure; conflitti di lealtà del tipo ‘se inizio a voler bene al compagno/a della mamma/del papà, tradisco i miei genitori’; in generale la fatica di stare al passo dei più grandi nel loro cambiamento di vita, desiderosi di ‘andare avanti’ quando i più piccoli hanno bisogno di più tempo per adattarsi. 
  3. Una terza grande sfida è rappresentata dal tema dell’educazione dei figli. E’ stato riscontrato che, indipendentemente dal contesto culturale di riferimento, i compagni tendono a considerare il partner nel loro ruolo di genitore ‘troppo buono e permissivo’. Di contro, quest’ultimi considerano i rispettivi compagni eccessivamente rigidi e severi (Faroo, 2012; Nozawa, 2015; Papernow, 2013, 2015). In parte ciò si spiega dal legame di profonda connessione emotiva che esiste tra genitori e figli, che li rende più compassionevoli e tolleranti, ed in parte anche in virtù di accordi e regole impliciti (che si sono costruite nella storia del legame) tra genitore e figlio su quando è necessario ‘alzare la voce’, ‘far rispettare un limite’ etc. Quando le cose non funzionano nelle famiglie ricostituite, i partner possono trovarsi intrappolati in una spirale di escalation e polarizzazione dove più il genitore acquisito diventa rigido, più quello biologico diventa protettivo. Nelle famiglie ricomposte che funzionano si fa ‘gioco di squadra’: i compagni possono aiutare i genitori a virare verso uno stile educativo più fermo quando serve; parimenti i genitori biologici possono aiutare questi nell’essere più morbidi e comprensivi.
  4. La quarta sfida è il creare un nuova cultura famigliare in presenza di almeno altre due culture familiari già completamente formate e consolidate. Capita sovente che le peggiori guerre si scatenino per motivi apparentemente banali di convivenza, come ad esempio dove riporre gli asciugamani bagnati, i vestiti usati etc. Per affrontare questa sfida è necessario dedicare un tempo alla riflessione e alla pianificazione di regole condivise che trasmettano gradualmente un senso di familiarità e conservino la preziosa sensazione di ‘sentirsi a casa’ anche in nuovi contesti.
  5. La quinta e ultima sfida ma come dicono gli anglosassoni (last but not least) è almeno la tri-genitorialità. Nelle famiglie ricomposte c’è quasi sempre un altro genitore al di fuori del nuovo nucleo famigliare. Per quanto è facile allearsi con la visione del proprio partner di un ex, dal comportamento oltraggioso e malvagio, è compito della nuova coppia ricostituita tutelare al meglio delle loro possibilità l’immagine dell’altro genitore agli occhi dei figli. Gli adulti sono spesso felici quando si liberano di un partner inadeguato o, nel peggior dei casi, maltrattante. Tuttavia dal momento che il legame genitore-figlio è eterno, gli adulti devono essere accompagnati nella comprensione che per un figlio il sollievo è spesso mischiato a sentimenti penosi, di dolore e confusione.  Il terapeuta lavorerà su due livelli: su un primo livello, nell’aiutare gli ex coniugi ad utilizzare le proprie migliori abilità l’uno nei confronti dell’altro, anche in situazioni che li spingerebbero ad agire dando il peggio di sé e, su un secondo livello, rafforzando l’abilità della nuova coppia nel non innescare e non alimentare dannosi cicli di reattività negli scambi comunicativi con l’ex coniuge.

La terapia con le famiglie ricomposte

la terapia per una famigliaObiettivo primario della terapia è identificare quelle che sono le interazioni problematiche all’interno del gruppo famiglia allargata che impediscono di accedere alle potenziali risorse interne. Compito del terapeuta sarà quello di scoprire e sfruttare i vantaggi che potrebbero nascere dall’incontrare i differenti sottosistemi dell’intero sistema famiglia allargata per ripristinarne un più sano funzionamento per tutti.

In pratica, il terapeuta lavora con piccoli gruppi o diadi per rafforzare i legami interni della famiglia ricomposta.

Per semplificare, immaginate la seguente vignetta*: 

Sara è una ragazza adolescente che vive con la madre biologica Maria e il ‘genitore acquisito’ Pietro.

Come spesso accade, Sara inizia a lamentarsi del suo professore di matematica, lamentela solitamente accolta dalla mamma e interpretata semplicemente come mera frustrazione, che non sfocia in alcun tipo di discussione. Tuttavia, dall’inizio della convivenza della nuova coppia, anche Pietro, che crede nell’importanza dell’educazione e del rispetto nei confronti degli adulti, ascolta le lamentele della figlia adolescente e quello che prima era un innocuo momento di sfogo emotivo può dare il via ad una cascata di intense reazioni emotive. 

La madre di Sara rispondeva alla figlia con una battuta scherzosa del tipo ‘il professor X dovrebbe iniziare a collezionare francobolli, così avrebbe altro di cui occuparsi oltre ai tuoi compiti’. Questa modalità di comunicazione, esclusiva tra madre e figlia, provocava nella ragazza una risata divertita così da poter tornare più tranquilla ai suoi compiti. Pur continuando a non sopportare l’insegnante, l’occasione di lamentarsi e di ricevere supporto emotivo da sua madre l’aiutavano a calmarsi.

Tuttavia la mamma, in presenza del compagno, è riluttante a condividere il suo reale pensiero che ‘a volte una piccola, innocente mancanza di rispetto può essere benefica, nel senso che aiuta la figlia a riprendere lo studio’. Di conseguenza, cambia il suo modo di interagire con lei per timore di non offendere il compagno in qualcosa che lui ritiene importante (il rispetto verso gli adulti). In concreto, Maria inizia a mettere in atto un comportamento nuovo, facendo notare a Sara che in effetti ha commesso alcuni errori nei suoi compiti.

A questo punto non è difficile immaginare la reazione furente di Sara, che attacca la mamma rimproverandole di aver perso completamente il suo senso dell’umorismo e di interessarsi soltanto di ciò che dice il nuovo compagno. Questi, in buona fede ed inconsapevole che la rabbia della ragazza sia dovuta più alla percezione di aver perso il supporto della madre che alla matematica, anziché calmare le acque, incalza la figlia della compagna, rimarcandone il comportamento poco rispettoso, e generando una frattura difficile da risanare sia su un livello di comunicazione sia nei legami.

Gran parte dell’incomprensione tra i componenti di questa vicenda famigliare è dovuta alla difficoltà di andare incontro ai differenti bisogni di ciascuno: in particolare il voler dare sostegno emotivo alla figlia da parte della madre, il desiderio di non escludere il compagno dalla conversazione, il desiderio del compagno di essere partecipe verso ciò che accade nella vita delle persone con cui ha scelto di vivere.

In tali situazioni è evidente come le parti coinvolte hanno tutte una giustificazione logica per le proprie scelte, tuttavia il risultato complessivo è influenzato dal concatenarsi dei reciproci punti di vista (alcuni dei quali taciuti e non condivisi), come se si creasse un effetto domino!

Il terapeuta interverrà dunque a livello dei singoli componenti e/o di diadi del sistema (madre-figlia, coppia) per spiegare cosa non sta funzionando a livello di comunicazione familiare e perseguirà i seguenti obiettivi:

  1. Rafforzare e rendere sicure tutte le relazioni, promuovendo lo sviluppo di un autentico senso di connessione emotiva tra i singoli componenti della famiglia.
  2. Spiegare ai membri della famiglia il dilemma nei loro scambi comunicativi, rendendo esplicito ciò che rimane ‘non detto’, anche per timore di ferire, offendere che purtuttavia condiziona il comportamento, gli atteggiamenti messi in atto.
  3. Confermare la ‘buona fede’ di tutte le persone coinvolte.
  4. Stabilire nuovi scambi comunicativi che incoraggino la condivisione all’interno della famiglia ma allo stesso tempo riconoscere l’importanza degli scambi all’interno dei singoli sottosistemi tra membri, promuovendo l’autenticità di ciascuno.

Diventare una famiglia ricomposta è un’impresa tanto ardua quanto ricca e meravigliosa. Per utilizzare una metafora chiave diventare famiglia ricostituita non somiglia tanto a fare un frullato, somiglia più a tentare di mettere insieme una parte di famiglia giapponese con una parte di famiglia italiana.

Pretendere che tutti mangino la pasta od usino le bacchette contribuirà soltanto a rendere più infelice la vita di tutti. Fondamentale è dedicare del tempo a ciascun membro per conoscersi e costruire insieme una nuova lingua fatta di scambi comunicativi, abitudini, condivisioni, regole ed intese che permetta di affrontare piccole e grandi sfide e vincere tutti insieme!

Bibliografia essenziale sulla tematica delle Famiglie Ricomposte

*la vignetta sopra illustrata, riadattata nel nome dei personaggi, puramente inventati, è tratta da un’esemplificazione clinica all’interno del capitolo ‘La vulnerabilità della famiglia ricomposta: interventi clinici’ di Scott Browning, Volume ‘Ricomporre famiglia. Tra ferite e risorse’, a cura di M. Accordini, Scott Browning, FrancoAngeli, 2017.

Ricomporre famiglia. Tra ferite e risorse’, a cura di M. Accordini, Scott Browning, FrancoAngeli, 2017.

Lansford J.E., Ceballo R., (2001), ‘Does family structure matter? A comparison of adoptive, two-parent biological, single mother, stepfather and stepmother households’, Journal of Marriage and the Family, 63, 840-852.

Jensen T., Schafer K., Larson J. (2014), ‘(Step)Parenting attitudes and expectations: Implications for stepfamily functioning and clinical intervention’, Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services, 95(3), 213-220.

Papernow P.L., (2015), ‘Therapy with couples in stepfamilies’, in Lebow J., Snyder D., Gurman A., (Eds.), The Clinical Handbook of Couple Therapy (5th ed., pp.467-488), Guilford Press, New York, NY.

Articolo scritto dalla dott.ssa Elena Cristina psicologa e Psicoterapeuta presso il Centro Interapia di rho

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