DOVE, COME E QUANDO?

E’ certamente capitato a ciascuno di noi di provare in diverse situazioni specifiche, nel corso dell’intero arco di vita, una certa quota di ansia da prestazione (o anche detta ansia prestazionale).

I contesti in cui essa può essersi manifestata e le situazioni specifiche ad essi correlate tipicamente variano con il variare dell’età: da giovani (bambini e adolescenti) le situazioni vissute come stressanti sul piano della performance, che possono più frequentemente sollecitare l’ansia da prestazione, sono certamente le prestazioni scolastiche, quindi interrogazioni (soprattutto) e compiti in classe, oppure le prestazioni sportive quali gare, esibizioni, partite ed altre competizioni soprattutto se è presente un nutrito seguito di pubblico, cioè un elevato numero di persone che assistono alla prestazione.

Nell’età adulta invece sono generalmente gli esami universitari e le prestazioni lavorative a sollecitare il sintomo dell’ansia prestazionale: esporre dei risultati di fronte ai propri superiori, oppure parlare ad una conferenza o un meeting, eseguire un determinato compito che ci viene richiesto e dal quale magari dipendono variabili importanti nell’economia dell’azienda sono situazioni stressanti che difficilmente ciascuno di noi affronta senza una significativa attivazione fisiologica.

Anche le situazioni sociali, in maniera trasversale rispetto all’età cioè lungo l’intero arco di vita, si connotano non di rado come situazioni in grado di sollecitare ansia da prestazione, soprattutto quando si realizzano in luoghi pubblici o comunque frequentati anche da altre persone.

Chi soffre di Fobia Sociale , ad esempio, ha paure più specificamente correlate alla prestazione sociale e quindi se deve esporsi a fare un compito in pubblico prova un livello d’ansia clinicamente significativo (in quanto in grado creare un disagio marcato, soggettivamente percepito come tale).

L’ansia da prestazione è quindi un sintomo che, quando si connota come elemento clinico, si può riscontrare all’interno di alcuni disturbi particolarmente diffusi la cui incidenza appare in aumento, come il Disturbo da Attacchi di Panico , la Fobia Sociale, ma anche il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (Simon J. et al, 1995).

Una particolare menzione infine va riservata all’ansia da prestazione che si esprime nella sfera intima e che ha a che fare quindi con la sessualità e l’atto sessuale, riguardando sia uomini che donne.

In questo caso, spesso, i soggetti che vivono tale sentimento tendono ad assegnare un elevato valore alla prestazione in sé, che combinandosi con significativi livelli di ansiosità di tratto ed una tendenza al ricorso all’anticipazione cognitiva degli eventi come strategia di coping provoca un’attivazione ansiosa elevata che provoca un disagio clinicamente significativo (Toso E., 2014).

La componente culturale all’interno della genesi di una problematica quale l’ansia da prestazione si configura come un cluster (cioè un gruppo) di variabili dal peso specifico elevato, il cui impatto spesso viene invece trascurato.

Nella nostra società occidentale improntata all’individualismo piuttosto che al collettivismo, dove cioè l’importanza data al singolo individuo è molto alta e lo spirito agonistico è particolarmente stimolato in un confronto che spesso è di natura competitiva piuttosto che cooperativa, il soggetto viene quindi costantemente indotto ad attingere alle proprie risorse personali allo scopo di “vincere” sugli altri, allo scopo di emergere ed essere valorizzato per i propri risultati positivi.

La vetrina dei social network inoltre, non a caso così popolari all’interno di tale sistema culturale e valoriale, diventa quindi strumento funzionale ad una continua affermazione di se stessi ed al confronto competitivo con l’altro, in una tensione costante a fornire un’immagine di sé vincente, performante e invidiabile.

Immaginiamo ora come tutto questo impatti sulla vita di ciascuno di noi e, soprattutto, sulla vita degli adolescenti. “Se sbagli sei fuori” (“Una vita in vacanza”, Lo Stato Sociale, 2018), dice con ironia una canzone popolare di questi tempi, traducendo un sentimento diffuso e ricorrente che esprime tutto il peso delle aspettative sociali e che impietosamente non lascia spazio alcuno al fallimento, percepito come catastrofe esistenziale assoluta.

Ma questo è solo uno degli esiti emotivi e cognitivi stimolati della nostra cultura di appartenenza e di cui, per lo più, siamo poco o per nulla consapevoli. E’ interessante quindi osservare più da vicino cosa accade nel corpo e nella mente di chi soffre di Ansia da Prestazione.

IL MECCANISMO MENTALE CHE PROVOCA L’ANSIA

L’ansia prestazionale si connota come un sintomo di rilievo clinico quando si manifesta in forma particolarmente intensa, ed è cioè in grado di provocare in chi la esperisce un disagio marcato, con conseguente compromissione del funzionamento, sia esso scolastico/sportivo/lavorativo/sociale/sessuale/ecc (APA, 2014).

Le ricadute direttamente osservabili che incidono sulla qualità della vita del soggetto consistono in un peggioramento effettivo (non solo soggettivamente percepito) nella qualità della performance eseguita, oppure nella messa in atto di strategie di coping (cioè di adattamento) improntate all’evitamento parziale o totale della situazione temuta.

Cosa accade nel corpo a causa dell’ansia?

  • L’ansia, soprattutto quando è intensa, si accompagna a diversi fenomeni fisici:
  • ad un aumento della frequenza cardiaca e respiratoria,
  • ad un aumento della sudorazione,
  • ad una generalizzata tensione muscolare,
  • ad una secchezza della bocca,
  • ad una contrazione dello stomaco (che a volte si accompagna a senso di nausea),
  • ad un impulso all’evacuazione di vescica e visceri (con conseguente stimolo),
  • a senso di vertigine, confusione e ad altri correlati fisiologici di cui non necessariamente si è consapevoli come ad esempio la dilatazione delle pupille o la pilo-erezione (cioè la cosiddetta “pelle d’oca”).

Cosa accade nella mente? 

Alla base di questo sintomo, che provoca nel corpo le reazioni descritte, vi sono frequentemente una serie di rappresentazioni mentali (cioè pensieri), sotto forma di aspettative e credenze su se stessi e sugli altri che stimolano, mantengono ed amplificano quell’attivazione fisiologica problematica in quanto eccessiva e/o inappropriata rispetto alla situazione.

L’ansia e la paura sono appunto affetti che si generano in conseguenza di una soggettiva valutazione di pericolo (paura) o minaccia (ansia). Viene spontaneo a questo punto fare una considerazione: durante una partita di calcio non si corre un reale pericolo per la propria incolumità fisica, ne è presente una concreta minaccia ad essa; tantomeno questo avviene a scuola durante un’interrogazione o nell’intimità della camera da letto con il proprio partner.

E allora perché si possono provare paura e ansia in simili circostanze?
Dove si trova il pericolo o la minaccia che ci atterrisce e che ci fa tremare la voce e le gambe?

La risposta è tanto semplice quanto spesso poco intuitiva: il pericolo e la minaccia non sono relativi alla nostra incolumità fisica, ma riguardano la nostra identità personale (il nostro Sé, più in generale), cioè una rappresentazione complessa ed articolata che abbiamo di noi stessi, anche relativamente al nostro valore personale, alla nostra immagine sociale, al nostro ruolo professionale, alle molteplici e idiosincratiche convinzioni che abbiamo costruito su di noi nell’arco dell’intera esistenza.

Tale rappresentazione e le credenze ad essa associate sono il prodotto di un processo dinamico ma relativamente stabile nel tempo, fondato essenzialmente sulle nostre relazioni di attaccamento e sulle esperienze di vita , ma anche – come già descritto – sulla cultura di appartenenza (per un approfondimento del processo con cui si costruisce l’identità personale si rimanda all’articolo del dott. Simone Sottocorno sul tema dell’autolesionismo, in cui viene esposto il Modello Bio-Psico-Sociale: link).

Chi soffre di Ansia da Prestazione sovente nutre ricorrenti e importanti dubbi sulle proprie capacità personali, magari in maniera del tutto non realistica/oggettiva, e altresì sopravvaluta il carattere insopportabile della vergogna conseguente ad un’esperienza di fallimento; il fallimento viene spesso immaginato come uno scenario catastrofico dal quale non sarà possibile riprendersi, e coloro che assistono alla nostra performance vengono immaginati come severissimi giudici pronti ad emettere sdegnose e ridicolizzanti sentenze sul nostro operato e, peggio, su noi stessi.

Queste ed altre distorsioni cognitive rappresentano pensieri disfunzionali alla base del sintomo e su cui fortunatamente è possibile intervenire efficacemente al fine di ridurre significativamente la quota di ansia (Arkin R.M. et al., 1980).

QUALE TRATTAMENTO PER L’ANSIA?

Alla luce di quanto esposto, il trattamento psicologico che si mostra maggiormente efficacie nella cura dell’Ansia da Prestazione è la Terapia Cognitivo-Comportamentale (Crawley S.A., 2008), che concentra la propria attenzione sui pensieri disfunzionali al fine di ottenere una loro ristrutturazione (cioè modifica verso una maggiore flessibilità e razionalità) ad esempio attraverso il dialogo socratico.

Altre tecniche di intervento su tale problematica che si è visto essere presente in diversi disturbi psicologici, è ad esempio quella dell’esposizione graduale alla situazione temuta, magari a seguito dell’esecuzione di tecniche di rilassamento. Il training di assertività, invece, si configura come strategia di intervento utile nel caso in cui l’ansia si manifesti in contesti di natura interpersonale (ansia sociale).

L’EMDR a propria volta appare come una procedura di importanza fondamentale nell’elaborazione delle memorie che condizionano il funzionamento individuale e che si associano ai trigger (stimoli in grado di innescare una reazione emotiva discontrollata) del presente (Barker R.T., Barker S.B., 2007), consentendo nella maggior parte dei casi una risoluzione stabile e definitiva del problema.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE SULL’ANSIA

  • American Psychiatric Association, 2014, “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – V Edizione”, R. Cortina Ed., Milano;

  • Arkin R.M., 1980, “Social anxiety, self-presentation, and the self.-serving bias in causal attribution”, Journal of Personality and Social Psychology, Vol 38(1): 23 – 35;

  • Barker R.T., Barker S.T., 2007, “The use of EMDR in reducing presentation anxiety”, Journal of EMDR Practice and Research 1(2): 100 – 108;

  • Crawley S.A. et al., 2008, “Treating social phobic youth with CBT: differential outcomes and treatment consideration”, Cambridge University Press, Vol 36(4): 379 – 389;

  • Lo Stato Sociale, 2018, “Una vita in vacanza”, Album: Primati;

  • Simon J. et al., 1995, “A further investigation of cognitive inhibition in obsessive-compulsive disorder and other anxiety disorders”, Personality and Individual Differences, Vol 19(4): 535 – 542;

  • Toso E., 2014, “Il piacere senza stress: come superare l’ansia da prestazione sessuale”, Ed. Il Punto d’incontro.

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