La sindrome di Stoccolma è uno stato di dipendenza psicologica e o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica.

La persona affetta dalla sindrome, durante i maltrattamenti, prova un vissuto positivo nei confronti dell’ aggressore, instaurando una sorta di alleanza vittima/carnefice. Questa sindrome può interessare ostaggi e rapinatori di ogni età, di entrambe i sessi, di ogni nazionalità e senza distinzioni socio-culturali.

Il termine Sindrome di Stoccolma è stato utilizzato per la prima volta da Conrad Hassel, Agente Speciale  dell’FBI, in seguito un famoso episodio accaduto in Svezia nell’agosto del 1973. In tale occasione due rapinatori tennero in ostaggio per circa 130 ore 4 impiegati in una camera di sicurezza.

Durante il periodo di prigionia risultó che le vittime temevano più la pulizia che i rapinatori, che una delle vittime sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei rapinatori e che, dopo il rilascio, venne chiesta dai sequestrati la clemenza nei confronti dei sequestratori.

Una tale reazione potrebbe essere giustificata dal fatto che, nei primi momenti dopo il sequestro, il rapito sperimenti uno stato di confusione tipico del trauma, tuttavia, la precisa causa della sindrome non è chiara. Studi sull’argomento hanno evidenziato che, in svariati casi, ricorrevano quattro situazioni determinanti per il suo sviluppo:

  1. Sviluppo da parte dell’ostaggio di sentimenti positivi nei confronti del sequestratore
  2. Nessuna precedente relazione tra ostaggio e rapinatore
  3. Sviluppo da parte dell’ostaggio di sentimenti negativi nei confronti delle autorità governative incaricate di procedere all’arresto del sequestratore
  4. Fiducia dell’ostaggio nell’umanità di chi lo sequestra

I due meccanismi di  ai quali viene più spesso fatto riferimento nello sviluppo della sindrome sono: la regressione e l’identificazione con l’aggressore.

Per quanto riguarda la regressione, la priorità della conservazione dell’individuo, mette in atto funzioni istintive, volte a provocare protezione e cura. Per quanto concerne l’identificazione con l’aggressore, invece, il dato di realtà viene distorto permettendo al soggetto il superamento del conflitto psichico dato, da un lato, della dipendenza da un aggressore e, dall’altro, dall’impossibilità di liberarsene o sfuggirgli.

L’autore del sequestro, di contro, subisce un’identificazione inversa: tanto più un ostaggio riesce a farsi riconoscere nella sua identità, tanto più diventa difficile per il sequestratore fagli del male.

La sindrome di Stoccolma non rientra tra le condizioni psichiatriche, pertanto non sono disponibili i criteri per la sua diagnosi approvati da una comunità scientifica. Ad oggi non esiste alcun specifico piano terapeutico per coloro che sviluppano questa sindrome.

Articolo Scritto dalla dott.ssa Giulia Fusè Psicologa Psicoterapeuta presso la sede di Saronno