La dissonanza cognitiva è quella sensazione di disagio che deriva dalla presenza di un conflitto tra atteggiamento (pensiero, credenza) e comportamento: si verifica quando un soggetto pensa una cosa ma ne fa un’altra di valenza opposta. 

Si tratta di una teoria della psicologia sociale introdotta da Festinger nel 1957 e utilizzata per descrivere la complessa situazione cognitiva in cui un soggetto sperimenta credenze e comportamenti in relazione ad un argomento, in contrasto tra loro.

Quando azioni liberamente scelte violano credenze importanti da un punto di vista personale, l’incoerenza produce uno spiacevole stato di tensione e di attivazione fisiologica, che può motivare le persone a modificare i propri atteggiamenti per renderli coerenti con il comportamento. Il soggetto che sperimenta una dissonanza cognitiva infatti avverte una sorta di tensione, simile a quella che si prova in situazioni stressanti o quando si provano emozioni negative. L’intensità del disagio sperimentato è tanto più forte quanto più importante risulta essere quel tema per il soggetto.

Per esempio, durante la guerra di corea, molti soldati statunitensi furono internati in campi di prigionia nella Cina comunista. Questi uomini affrontarono la detenzione opponendosi fieramente all’ideologia comunista. Tuttavia alcuni di loro furono indotti a compilare degli elenchi dei “problemi dell’America”, a fare proprie alcune ragioni del comunismo e a compiere altre piccole, ma significative, azioni di cooperazione con il nemico. 

Fasi della dissonanza cognitiva

In particolare, Festinger ha individuato quattro fasi necessarie affinché le azioni producano dissonanza e affinché la dissonanza produca modificazioni degli atteggiamenti:

  1. L’individuo deve percepire l’azione come incoerente. L’incoerenza tra atteggiamento e azione non è di per se stessa sufficiente a produrre dissonanza, ma solo le azioni che danno luogo a conseguenze negative o che sono incongruenti con l’immagine positiva che abbiamo di noi stessi hanno la capacità di suscitare dissonanza. Per esempio, le azioni che violano il nostro senso di integrità personale (come mentire o ingannare) tendono a produrre più disagio.
  2. L’individuo deve assumersi la responsabilità personale dell’azione. La dissonanza nasce solo quando viene compiuta un’attribuzione interna: cioè quando percepiamo di avere deciso in piena libertà di mettere in atto il comportamento discrepante rispetto all’atteggiamento. Quando siamo invece costretti da gravi minacce o attratti da forti ricompense, possiamo attribuire l’azione a cause esterne, il che impedirà l’insorgere della dissonanza.

Se per esempio i cinesi avessero usato la tortura per costringere i prigionieri a collaborare con loro, i comportamenti collaborativi di questi ultimi non avrebbero stimolato uno stato di dissonanza.

  1. L’individuo deve esperire l’attivazione fisiologica. Festinger sostiene che la dissonanza venga percepita come uno sgradevole stato di attivazione fisiologica.
  2. L’individuo deve attribuire l’attivazione fisiologica all’azione compiuta. Cioè quell’attivazione va attribuita proprio all’incoerenza tra atteggiamenti e azioni. 

Come si pone fine alla dissonanza cognitiva? 

Secondo Festinger non solo le incoerenze provocano disagio, ma siamo anche motivati a ridurre tale disagio. Come? Cambiando il nostro modo di pensare, in modo da ridurre il conflitto cognitivo e, di conseguenza, la tensione che ne deriva.

Quando infatti gli atteggiamenti e i comportamenti sono incoerenti in maniera sgradevole, qualcosa deve cambiare. Poiché il comportamento liberamente scelto e le sue conseguenze negative sono difficili da eliminare o da negare, è più facile ristabilire la coerenza modificando l’atteggiamento. È solo quando gli atteggiamenti diventano congruenti con le azioni che la dissonanza viene infine eliminata. In determinate circostanze allora, le persone che si comportano in maniera discrepante rispetto ai propri atteggiamenti modificano questi ultimi per conformarli alle loro azioni. Pertanto quando si mettono in atto comportamenti incoerenti rispetto ad atteggiamenti importanti, la dissonanza innesca dei processi giustificatori che producono infine la modificazione dell’atteggiamento.

Ritornando all’esempio dei soldati statunitensi, molti di loro, di ritorno dai campi di prigionia cinesi, avevano cambiato e loro opinioni sul comunismo al punto di ritenere che, sebbene non potesse funzionare negli Stati Uniti, il comunismo “è una cosa buona per l’Asia” (Schein, 1956; Segal, 1954). Incapaci di cancellare o di negare l’evidenza dei loro piccoli atti di collaborazione, alcuni prigionieri di guerra americani giunsero a vedere le cose sempre più dal punto di vista dei loro carcerieri cinesi. Tanto è vero che quando la guerra finì alcuni di loro scelsero di rimanere in Cina.

Le alternative alla modificazione dell’atteggiamento

Secondo Festinger la dissonanza si può ridurre anche in altri modi che non richiedano necessariamente di modificare l’atteggiamento.

Immaginate di avere appena infranto una dieta a cui vi sottoponevate da un mese mangiando un’intera scatola di biscotti al cioccolato. Anziché modificare il vostro atteggiamento favorevole alle diete, potreste dissipare la dissonanza in altri modi.

  1. Una strategia potrebbe consistere nel minimizzare l’incoerenza banalizzando il comportamento discrepante rispetto all’atteggiamento (“Non sarà certo qualche biscotto a compromettere la mia dieta”);
  2. Oppure un’altra alternativa può essere quella di ricorrere a delle cognizioni che rendano il comportamento consonante (“Bisogna concedersi qualcosa ogni tanto, altrimenti non si riesce a stare a dieta”).
  3. Un altro modo -chiaramente dannoso- per ridurre la dissonanza è essere sotto effetto di alcolici. Steele e i suoi collaboratori (1985) persuasero alcuni studenti a scrivere un saggio in favore di un notevole aumento delle tasse scolastiche: un’azione chiaramente incoerente con i loro atteggiamenti. Subito dopo aver scritto il saggio, alcuni studenti parteciparono ad un “test sul gusto” (test fittizio messo in atto dagli sperimentatori) in cui bevvero birra o vodka. Questi partecipanti non presentarono alcuno dei consueti segni della dissonanza e non modificarono il loro atteggiamento. Secondo i ricercatori l’ingestione di alcolici eliminò la spiacevole tensione della dissonanza, al punto che non si produsse alcuna modificazione degli atteggiamenti. 
  4. Altro modo più costruttivo di ridurre la dissonanza è quello di riaffermare il senso positivo della propria integrità e del proprio valore personale (Dietrich e Berkowitz, 1997). Questo vuol dire che si potrebbe evitare la modificazione dell’atteggiamento offrendo alle persone che hanno appena commesso un atto discrepante rispetto a un atteggiamento l’opportunità di dire: “Sono proprio una brava persona”. I ricercatori, dopo aver indotto i partecipanti all’esperimento a commettere un atto incoerente con i propri atteggiamenti, hanno dato ad alcuni di loro l’opportunità di donare denaro, offrire aiuto o di riaffermare valori positivi importanti: queste persone non presentarono alcun segno della consueta modificazione di atteggiamento indotta dalla dissonanza. Dunque l’angoscia suscitata da azioni incoerenti con una visione positiva di noi stessi spesso si può eliminare mediante un atto che ribadisca il nostro senso di identità.

Con tante alternative disponibili, come si fa a decidere in che modo ridurre la dissonanza? 

La tendenza è quella di avvalersi del mezzo che risulti maggiormente accessibile. 

Si tende, per esempio, a cogliere l’opportunità di ridurre la dissonanza che si presenta per prima. 

I modi diretti di ridurre la dissonanza vengono preferiti i modi indiretti.

L’affermazione di sé è più facile per coloro che dispongono di molte risorse in questo senso, come un vasto numero di concetti di sé positivi e alternativi ai quali si possa ricorrere quando l’immagine di sé viene minacciata. Questa varietà è importante perché l’affermazione di sé funziona meglio in ambiti non connessi all’evento che ha causato la dissonanza.

Pertanto questo vuol dire che il comportamento incoerente può condurre a molti esiti, non solo alla modificazione dell’atteggiamento.

Bibliografia

Dietrich, D. M., Berkowitz, L. (1997), Alleviation of dissonance by engaging in prosocial behavior or receiving ego-enhancing feedback. Journal of Social Behavior and Personality, 12, 557-566.

Festinger, L., A Theory of Cognitive Dissonance. California, Stanford University Press 1957 (tr. it. Teoria della dissonanza cognitiva, Milano, Angeli, 1973).

Schein, E.H. (1956), The Chinese indoctrination program for prisoners of war: a study of attempted brainwashing. Psychiatry, 19, 149-172.

Segal, H. A. (1954), Initial psychiatric findings of recently repatriated prisoners of war. American Journal of Psychiatry, 61, 358-363.

Smith, E. R., Mackie, D. M., (2000), Social Psychology, Taylor & Francis.

Steele,C. M., Southwich, L. (1985), Alcohol and social behavior: The psychology of drunken eccess. Journal of Personality and Social Psychology, 48, 18-34.

Autore

Articolo a cura della dott.ssa Annarita Scarola psicologa psicoterapeuta cbt riceve presso il centro di Milano e quello di Saronno.

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