La docu-serie “SanPa” disponibile su Netflix dal 30/12/2020, che tratta della storia della comunità terapeutica per tossicodipendenti di San Patrignano (FO), sta facendo molto parlare di sé e dividendo gli spettatori fra coloro che approvano il metodo ivi utilizzato e coloro che invece lo criticano duramente. Il tema trattato, cioè quello della cura psicologica dei soggetti tossicodipendenti, è di sicuro interesse per l’opinione pubblica e per i professionisti dell’area socio-sanitaria e pertanto voglio proporne un’analisi dal taglio specialistico che consenta di meglio articolare a riguardo un pensiero complesso dal punto di vista psicologico, con particolare riferimento al modello bio-psico-sociale (Engel G. L., 1977), al fine di invitare a riflettere sugli aspetti più profondi che hanno portato alla nascita, alla crescita, alla fama e al declino della comunità di San Patrignano. 

Innanzi tutto è quindi importante soffermarsi sul contesto storico e sociale, cioè sulle variabili di tipo culturale e sociale in cui è nata la comunità di San Patrignano, poiché questi elementi sono piuttosto trascurati nel prodotto televisivo ed invece rivestono una notevole importanza: nei decenni ’60 e ’70 in Italia si sono affermate ideologie forti di destra e di sinistra che hanno intercettato il disagio giovanile e il desiderio di cambiamento, aggregando giovani di ogni estrazione sociale in gruppi e movimenti più o meno organizzati che si rendevano protagonisti anche di proteste violente ed atti terroristici (basti pensare alle Brigate Rosse e ai gruppi di militanti neofascisti negli “anni di piombo”).

Al contempo, la mafia inondava letteralmente le piazze di droga, in particolare con l’eroina che si affermava come la nuova sostanza dello “sballo” e con uno stato colpevole di zelo e di sottostimare il problema socio-sanitario, ma molto concentrato sul contenimento della rabbia giovanile dei movimenti studenteschi che esplodeva ad intermittenza e la lotta al terrorismo interno.

Viene facile immaginare come l’eroina e la marijuana svolgevano quindi in questo contesto il triste ruolo di sedativi sociali, capaci in qualche misura di mitigare le spinte clastiche che preoccupavano le istituzioni perché minacciavano di sovvertire l’ordine sociale.

E’ estremamente rilevante considerare inoltre che proprio negli anni ’60 dagli Stati Uniti d’America era arrivata la cultura hippie, ereditiera dei valori sottoculturali della Beat Generation e capace di dare vita ad una vera e propria controcultura, caratterizzata dall’ascolto di musica rock psichedelica, dalla promozione di una rivoluzione sessuale e dall’uso di stupefacenti (allucinogeni, cannabis ed eroina in testa) al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza. Le ragioni di un simile movimento culturale vanno rintracciate anche nei sentimenti di orrore e rabbia generati dalla politica imperialista che ha dato vita alle guerre di Korea prima e poi del Vietnam; nella cultura hippie sono confluiti anche militanti di altri movimenti liberali quali quello femminista e antirazzista (aggregato dal celebre Martin Luter King). Il movimento hippie, mai veramente organizzato in un’azione politica “convenzionale” si proponeva di modificare la cultura di massa e lo stato sociale attraverso la promozione di alcuni valori universali: amore, fratellanza, pace e libertà.

Come già sottolineato, un ruolo fondamentale all’interno di questa sub-cultura era quello delle droghe, psichedeliche e non, considerate strumento per dischiudere le coscienze e diffondere l’amore fraterno: il consumo di sostanze come marijuana, LSD ed eroina era quindi un fenomeno crescente soprattutto fra i giovani; si andava generando il mito dello “sballo” fra i giovani hippie, come espressione di una libertà di pensiero ed un’affermazione identitaria dei Figli Dei Fiori avente l’obiettivo di contrapporsi ai valori forti ed i metodi oppressivi e repressivi tipici di una società patriarcale, retaggio dei decenni precedenti. 

In questo contesto storico, politico e culturale, la droga diviene quindi rapidamente una piaga sociale che coinvolge moltissimi giovani di ogni estrazione anche in Italia sul finire degli anni ’70 ed i primi anni ’80. Negli anni ’80 inoltre si assiste ad una sorta di reazione di costume attraverso un nuovo modello: quello yuppie, cioè giovani professionisti “rampanti” alla spasmodica ricerca di un’affermazione economica individuale e avvezzi ad uno stile di vita consumista, volto all’ostentazione del successo, ponendosi agli antipodi degli ideali della cultura hippie. Questi sono gli anni della diffusione della cocaina, sostanza fortemente stimolante che ben sposava lo spirito di quel tempo. 

All’interno di questo scenario le istituzioni tentano di rispondere all’emergenza sociale alla quale non erano evidentemente preparate, affidandosi soprattutto ad iniziative caritatevoli di matrice cattolica che sviluppavano per la prima volta luoghi residenziali adibiti alla disintossicazione dei tossicodipendenti; in queste comunità tuttavia non vi era una preparazione professionale adeguata ed in generale una strutturazione del servizio in grado di rispondere efficacemente alla domanda di aiuto che proveniva dai giovani e le loro famiglie.

Fra queste embrionali realtà terapeutiche ne emerge però una laica, che presto diventerà riconosciuta in ambito internazionale proprio per l’efficacia nell’attività di recupero dei giovani tossicodipendenti (soprattutto da eroina): si tratta della comunità di San Patrignano, fondata dal celebre Vincenzo Muccioli. L’uomo, padre di famiglia di origini romagnole, non ha alcuna formazione specialistica in ambito socio-sanitario ma è mosso da un profondissimo desiderio di aiutare i ragazzi e le ragazze vittima della droga, e possiede una personalità fortemente carismatica. Muccioli offrì a quel tempo ai giovani tossicodipendenti un luogo immerso nella natura, ma al contempo vicino alle aree urbane, all’interno del quale ritrovare sé stessi e ricominciare una vita comunitaria lontano dalle sostanze tossiche e quindi dalla morte, al fine di reinserirsi nella società come uomini e donne nuovi e liberi di autodeterminarsi al proprio meglio. 

La comunità di San Patrignano si rivela però un luogo controverso, in grado di scatenare un acceso dibattito nell’opinione pubblica, poiché si connotò sin da subito per un metodo terapeutico fondato su regole molto rigide: ad esempio il contratto terapeutico prevedeva l’impossibilità per l’ospite una volta accolto di dimettersi volontariamente dalla struttura durante il periodo di astinenza, o semplicemente uscire per poi fare ritorno a piacimento; questa regola venne perseguita talvolta anche con la reclusione e la contenzione degli ospiti che desideravano “scappare” dalla comunità. A seguito della denuncia da parte di una ex ospite di San Patrignano si aprì il primo processo giudiziari a carico di Vincenzo Muccioli accusato di sequestro di persona (in seguito assolto per non sussistenza del fatto, giudicato un atto terapeutico per il bene superiore del paziente: cioè la preservazione della sua stessa vita). La comunità venne in seguito anche accusata di maltrattamenti e violenze a carico di alcuni ospiti dal comportamento troppo esuberante o riottoso, culminati in alcuni tristi episodi: due suicidi (non direttamente riconducibili ai presunti maltrattamenti) ed un omicidio da parte di alcuni ospiti, poi incarcerati, ai danni di un terzo. I processi giudiziari e la conseguente gogna mediatica demolirono progressivamente l’immagine di Vincenzo Muccioli e di San Patrignano tutta, che perdeva in credibilità e fiducia da parte delle istituzioni e della gente.

La comunità di San Patrignano basava la propria sussistenza ed organizzazione interna interamente sul lavoro dei propri ospiti organizzati in piccoli gruppi, a cui venivano sistematicamente affidati nuovi ragazzi tossicodipendenti a cui fare da tutori. La strutturazione della comunità, che negli anni assunse dimensioni elefantiache, era rigida e basata su scrupolose forme di controllo.

Nonostante alcuni metodi discutibili, il sistema San Patrignano ottiene già nel giro di poco tempo un successo incredibile, destando l’attenzione di tutti i media – sicuramente complice la personalità forte e carismatica del suo fondatore -, dei servizi territoriali e delle istituzioni tutte già impegnate alla lotta alla droga. 

PERCHE’ ALLORA UN’ENORME CELEBRAZIONE DI UNA REALTA’ COSI’ CONTROVERSA?

Vincenzo Muccioli a San Patrignano ha curato migliaia di tossicodipendenti con un tasso di successo oltre il 70%, (Manfrè G. et al., 2005) cioè persone completamente riabilitate e reinserite nel tessuto sociale in grado di non ricadere nel tunnel delle sostanze stupefacenti, ma anzi di costruirsi una vita nuova e soddisfacente nella legalità. Il dato è ancora più sorprendente se si considera che molti degli ospiti di San Patrignano erano considerati dai servizi territoriali e dai giudici che li inviano alla comunità dei “casi disperati”, cioè persone che senza una simile alternativa avrebbero certamente incontrato il carcere e/o la morte precoce per overdose.
Si stima che fino alla morte di Vincenzo Muccioli nel 1995 presso la comunità di San Patrignano siano stati curati più di 10000 giovani. 

 

QUALI SONO GLI ELEMENTI CHE HANNO FAVORITO IL SUCCESSO TERAPEUTICO DEL SISTEMA SAN PATRIGNANO?

  • Il principio dell’amore paterno in grado di curare ogni male e ogni sofferenza dell’animo, come del resto più volte affermato da Vincenzo Muccioli.

Questo principio cristico (per certi versi la figura di Muccioli rimanda a quella di Gesù) intercetta quindi il valore dell’amore universale, già molto sentito e diffuso nella cultura giovanile del momento hippie.

In termini psicologici questo atteggiamento di benevolenza disinteressata del terapeuta-Muccioli nei confronti degli ospiti della comunità era in grado di generare in loro un’esperienza emotiva correttiva attraverso la saturazione almeno parzialmente dei loro bisogni affettivi, frustrati, misconosciuti e invalidati probabilmente già all’interno delle relazioni di attaccamento con le proprie figure genitoriali. Muccioli si poneva di fatto come il padre di ciascuno di questi ragazzi; 

  • Lo stile genitoriale proposto da Muccioli, che offriva un modello di attaccamento alternativo, era caratterizzato dalla presenza forte di un punto di riferimento paterno, autoritario ma rassicurante, presente e contenitivo, supportivo e non giudicante. Ancora una volta questo aspetto è particolarmente importante poiché coloro che cadono nella tossicodipendenza provengono spesso da esperienze di attaccamento fallimentari o pregiudizievoli; 
  • La graduale profusione di fiducia e responsabilità agli ospiti della comunità, attraverso i principi della peer-education (cioè dell’educazione fra pari) ed un tutoring (tutoraggio) costante fra persone con esperienze di vita simili, stimolando così le risorse personali e relazionali; 
  • L’assegnazione di un lavoro manuale intorno a cui costruire una nuova identità alternativa a quella disfunzionale del tossicodipendente, utile al recuperare autostima e sviluppare capacità funzionali alla vita lavorativa fuori dalla comunità; 
  • La vita di comunitaria basata sulla condivisione: San Patrignano era a tutti gli effetti una “comune” nel senso hippie del termine, dove ciascuno si dava da fare lavorando per sostenere il collettivo (spesso coltivando la terra e allevando animali da cortile) ed imparava l’autonomia sostenuto dal gruppo; 
  • Le relazioni sociali paritarie e non basate sul consumo di sostanze, indispensabili per promuovere nuove e più funzionali social skills, cioè competenze sociali; 
  • Le regole, ferree e spesso fatte rispettare con fermezza, che consentivano un contenimento decisivo alle proprie istanze pulsionali e l’interiorizzazione di un modello normativo funzionale alla vita in società. 

LUCI E OMBRE

In definitiva, San Patrignano offriva a ragazzi e ragazze con storie di vita per lo più traumatiche e provenienti da contesti famigliari disagiati e pregiudizievoli, che avevano trovato rifugio e conforto nella droga, una nuova famiglia: quindi un contesto affettivamente “caldo” e nutriente all’interno del quale venire educati a relazioni sane e gratificanti, e nel quale poter sviluppare le proprie competenze entro una struttura contenitiva e protettiva nei confronti delle minacce presenti all’esterno (come la droga), utile ad edificare una personalità sufficientemente adattiva ad un reinserimento sociale di successo.  

I detrattori di San Patrignano hanno invece posto l’accento sul fatto che un simile sistema funzionasse alla stregua di una vera e propria setta (richiamando il fantasma della family di un certo Charles Manson), dalla quale non era possibile uscire, in cui venivano perpetrate violenze e maltrattamenti e che produceva un vero e proprio “lavaggio del cervello” a persone già di proprio psicologicamente molto fragili e vulnerabili. 

BIBLIOGRAFIA

  • Engel G. L., “The Biopsychosocial Model Approach”, Rochester University, 1977; 
  • Manfrè G. et al, “Oltre la comunità. Studio multidisciplinare di ritenzione in trattamento e follow-up su ex-residenti di San Patrignano”, Franco Angeli. 

Articolo Scritto dal dott. Simone Sottocorno

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