Nei precedenti articoli si è visto cosa si intende per attaccamento sicuro e quali sono invece gli stili di attaccamento insicuro: attaccamento insicuro ambivalente e attaccamento insicuro evitante.

Abbiamo parlato di sicurezza nell’attaccamento, di come l’aver sperimentato relazioni accoglienti, affettuose e supportive fin dai primi anni di vita ci faciliti nella costruzione di legami appaganti e complici in età adulta. Abbiamo anche visto come, talvolta, possa capitare che i primi rapporti non ci facciano sentire accettati in modo del tutto incondizionato, come possa succedere che alcune emozioni e certi vissuti siano ignorati, minimizzati o criticati dalle figure di riferimento.

Ciò impatta sullo sviluppo della sicurezza e della fiducia in sé e negli altri, andando a condizionare le relazioni successive, fino a che con impegno non si spezza la catena che tiene ancorati alle prime esperienze. 

Purtroppo, oltre allo stile di attaccamento sicuro e agli stili insicuri, può accadere che, a seguito di alcune esperienze particolarmente stressanti e traumatiche, vi sia una disorganizzazione dell’attaccamento. 

Cosa si intende con “attaccamento disorganizzato”

I primi a descrivere la disorganizzazione dell’attaccamento furono Main e Solomon (1986; 1990). Attraverso la Strange Situation Procedure (una procedura di osservazione strutturata che permette di comprendere e studiare le interazioni tra la figura di riferimento e il bambino di 12-18 mesi), Main e Solomon notarono come alcuni bambini emettessero, in momenti di particolare stress, comportamenti paradossali e incoerenti nell’interfacciarsi con la propria mamma (o figura di accudimento). 

Facciamo alcuni esempi

Al momento del ricongiungimento con la figura di attaccamento dopo una separazione (momento che comporta una certa quota di stress per i bambini piccoli), i bambini mostravano delle condotte contradditorie e, di primo acchito, poco comprensibili, come ad esempio: 

  • Comportamenti di ricerca della vicinanza e di evitamento contemporanei o in rapida successione, come correre verso il caregiver (figura di riferimento) per poi bloccarsi in una risposta di congelamento difensiva (freezing), tendere le braccia verso la figura di accudimento tenendo il capo girato dalla parte opposta…
  • Sguardo assente, quasi estraniato 
  • Immobilità o irrigidimento 
  • Atteggiamento di ipervigilanza
  • Manifestazioni di rabbia e tensione nella relazione con chi si prende cura di loro 
  • Movimenti stereotipati o frenetici, improvvisi 
  • Reazioni emotive confuse e repentini cambi d’umore 

Questi indici suggeriscono, secondo Liotti e Farina (2011), l’attivazione simultanea di due sistemi motivazionali che orientano il comportamento di noi esseri umani: il sistema di attaccamento e il sistema di difesa. 

Cosa significa questo?

Solitamente il sistema di difesa e quello di attaccamento agiscono in sinergia. 

  • Il sistema di attaccamento ci spinge a ricercare la vicinanza e la protezione dell’altro. Nel momento in cui noi esseri umani siamo sotto stress, provati fisicamente e/o emotivamente, malati, sconfortati… cerchiamo automaticamente il supporto e l’aiuto di figure a noi vicine guidati dal sistema motivazionale dell’attaccamento.
  • Il sistema di difesa ci spinge a proteggerci dal pericolo attraverso risposte di attacco, fuga o freezing (congelamento). 

Quello che accade normalmente è che l’attivazione del sistema di attaccamento plachi l’attivazione del sistema di difesa: se trovo aiuto e supporto nell’altro, ecco che posso man mano disattivare il sistema di difesa, posso accedere nuovamente ad una sensazione di sicurezza. 

Tuttavia, nel caso dell’attaccamento disorganizzato, la figura che dovrebbe fornire supporto e protezione coincide con una potenziale fonte di pericolo. Ecco che i comportamenti del bambino paiono ora, per quanto incoerenti, comprensibili:

  • Da una parte il piccolo è spinto a ricercare la vicinanza e il contatto per effetto dell’attivazione del sistema di attaccamento. 
  • Dall’altra, siccome la figura di riferimento a cui chiedere aiuto viene letta come potenzialmente minacciosa, l’attivazione del sistema di difesa spinge il bambino a mettere in atto risposte difensive 

Se la fonte di protezione e cura viene a coincidere con la fonte di pericolo, le risposte emotive e i comportamenti sono governati simultaneamente da questi due sistemi motivazionali, senza che l’attaccamento riesca a estinguere le risposte difensive. Anzi, la ricerca di protezione, motivata dal sistema dell’attaccamento, va a enfatizzare le risposte difensive (sistema di difesa), in quanto chi fornisce cura è visto anche come fonte di pericolo.

Al contempo, la fuga attiva ancor di più il sistema di attaccamento, dunque spinge a correre dal caregiver per cercare rifugio. Ecco che il bambino si trova in una situazione in cui, paradossalmente, non può né scappare né calmarsi e rassicurarsi attraverso l’attaccamento e il contatto. Tale stato sperimentato dal bambino viene chiamato “paura senza sbocco” (Liotti & Farina, 2011), perché di fatto per il piccolo sembra non esserci alcuna soluzione. Le emozioni sperimentate saranno dunque di terrore ed estrema impotenza.
In figura 1, viene esemplificato come nell’attaccamento disorganizzato i sistemi falliscano nell’agire in sinergia. 

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Figura 1 – attivazione dei sistemi motivazionali di difesa e di attaccamento nel caso della disorganizzazione dell’attaccamento. 

Ma in quali casi il caregiver rappresenta sia una fonte di cura che una fonte di pericolo? 

Siamo portati a pensare che, se il piccolo possiede una rappresentazione mentale implicita della sua figura di riferimento come potenziale minaccia, allora questa sarà stata apertamente aggressiva nei suoi confronti, maltrattandolo e aggredendolo.
Molto probabilmente i bambini che hanno subito aggressioni e maltrattamenti presenteranno una disorganizzazione dell’attaccamento, ma è importante considerare che la violenza fisica non è l’unico caso in cui si possono riscontrare indici di disorganizzazione. 

In caso di attaccamento disorganizzato, sappiamo che, a fronte di un bambino in difficoltà, troveremo un genitore altrettanto sofferente e traumatizzato. 

Quando i genitori sono portatori di traumi irrisolti (lutti, maltrattamenti, abusi, trascuratezza, malattia…), accade che le loro memorie traumatiche non rielaborate vengano riattivate all’interno del rapporto con il figlio. I pianti, le richieste di vicinanza e supporto, il dolore, la frustrazione dei piccoli possono richiamare vissuti personali delle figure di accudimento, generando profonda sofferenza e reazioni emotive soverchianti. In questo caso, le risposte del caregiver alle richieste di accudimento saranno inadeguate, in quanto dettate dalla riattivazione di esperienze traumatiche non metabolizzate. 

Sono essenzialmente due le modalità con cui le figure di riferimento possono spaventare il bambino, tanto da costituirsi come fonte di minaccia:

  1. Caregiver spaventanti (frightening). A fronte dell’attivazione di suoi vissuti dolorosi, il caregiver è apertamente aggressivo, eccessivamente arrabbiato e disregolato,  minaccioso, fino ad arrivare alla violenza. 
  2. Caregiver spaventati/impotenti (frightened). Figure di riferimento che accudendo il proprio piccolo vengono invase da ricordi spaventosi riguardanti il loro personale vissuto. Assorbiti dalle loro memorie possono mostrare segnali inequivocabili di paura, sconforto e impotenza, mentre interagiscono e cercano di tranquillizzare il loro bambino. Talvolta, sono talmente schiacciati dal peso del loro vissuto che non riescono a sintonizzarsi sul bimbo e sulle sue emozioni. 

Ora è più chiaro come vi possa essere disorganizzazione dell’attaccamento anche in assenza di evidenti maltrattamenti. Varie ricerche dimostrano come un caregiver spaventato e fragile generi nel piccolo risposte di allarme tanto quanto un caregiver violento. Il piccolo è biologicamente orientato a ricercare la vicinanza di una persona competente e padrona di sé per crescere in sicurezza; pertanto non stupisce che se la figura che si prende cura di lui pare confusa e terrorizzata il bambino si senta vulnerabile e in balia. 

Attaccamento disorganizzato e relazioni di coppia

Abbiamo visto l’influenza che gli altri stili di attaccamento possono avere sulle relazioni in età adulta, in particolare nelle relazioni di coppia. 

Ma come può tradursi la disorganizzazione dell’attaccamento nei rapporti successivi? 

Per comprendere quali sono le influenze della disorganizzazione nei rapporti successivi, è importante approfondire quali rappresentazioni (modelli operativi interni) di sé e dell’altro si formano all’interno di queste interazioni disfunzionali. 

Le persone che presentano una disorganizzazione dell’attaccamento possiedono una rappresentazione frammentata e incoerente di sé e dell’altro:

  • l’altro è colui che può mostrarmi affetto e che può proteggermi, “salvatore”, ma al contempo è colui che mi spaventa, “persecutore” o che pare estremamente spaventato da me, dunque l’altro è anche “vittima” 
  • Io sono in pericolo, impotente, “vittima”, e anche cattivo e colpevole, perché spavento o genero reazioni emotive travolgenti di rabbia o paura nel mio caregiver, dunque sono anche “persecutore”. Inoltre, io posso anche costituirmi come “salvatore” quando cerco di farmi carico dei vissuti emotivi pervasivi del mio caregiver

Questi aspetti faticano a venir integrati in un’immagine di sé e dell’altro unitaria, rendendo le interazioni fortemente instabili.

Quello che accade è che in età adulta, le relazioni risveglino nella persona irrisolta sensazioni di estrema vulnerabilità. I rapporti sono fortemente desiderati, ma al contempo temuti. Il bisogno di vicinanza è difficile da accettare e tollerare, poiché genera allarme e terrore.

Ecco che i comportamenti all’interno delle relazioni sentimentali appariranno confusi, proprio a causa dell’oscillazione tra la ricerca di quella vicinanza calda e rassicurante tanto agognata e l’attivazione di risposte difensive aggressive o di evitamento. Infatti, proprio nel momento in cui ci si apre all’altro, in cui si stabilisce un contatto profondo e intimo, ecco che ci si sente estremamente vulnerabili, non al sicuro, dunque ci si deve proteggere.

Da adulto, le relazioni di chi ha avuto un attaccamento disorganizzato, saranno solitamente caratterizzate da alti tassi di emotività e da una forte fatica nello stabilire connessioni.

Le persone irrisolte si coinvolgono di frequente in relazioni abusanti e maltrattanti, perché non hanno avuto la possibilità di sperimentare modelli più funzionali di interazione. È facile che emettano comportamenti aggressivi, disorientati, violenti o che accettino di rimanere in relazioni in cui vengono maltrattati, svalutati, umiliati. 

Si assiste spesso proprio alla riattivazione delle immagini non integrate di sé e dell’altro come “vittima”, “persecutore” e “salvatore”, in un’alternanza drammatica di ruoli che alimenta la disfunzionalità nella relazione. 

Nel prossimo articolo, ci concentreremo su una forma di violenza relazionale subdola, spesso difficile da identificare, che è strettamente connessa con la disorganizzazione dell’attaccamento: l’abuso psicologico. 

Nel frattempo teniamo sempre ben a mente questo: è sempre possibile interrompere i cicli disfunzionali che ci portano a sentirci come ci siamo sentiti in passato, che ci spingono a scegliere ciò che ci è familiare anche quando fa male.  

BIBLIOGRAFIA

Liotti, G., Farina, B. (2011). Sviluppi Traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina Editore

Main, M., Solomon, J. (1986). Discovery of a new insecure-disorganized/disoriented attachment pattern: Procedures, findings and implications for the classification of behaviour. In T.B. Brazelton e M. Yogman (a cura di), Affective development in infancy. Norwood, N.J.: Ablex.

Main, M., Solomon, J. (1990). Procedure for identifying infants as disorganized/disoriented during the Ainsworth Strange Situation. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti e E.M. Cummings (a cura di), Attachment in the preschool years.Theory, Research and Intervention. Chicago, IL: University of Chicago Press.

 

Articolo Scritto dalla dott.ssa Verdiana Valagussa Psicologa psicoterapeuta

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