Premessa

I Centri Interapia insieme ai propri professionisti ritiene opportuno offrire ai visitatori del blog di psicologia degli argomenti che possano informare in maniera corretta e non allarmistica alcuni degli effetti psicologici che l’attuale cronaca sta portando alla ribalta a livello mondiale. Riflettiamo insieme su questi comportamenti per offrire ai nostri utenti degli strumenti di analisi puntuali e che possano offrire un supporto per affrontare in maniera più consapevole i recenti accadimenti

IL VALORE ADATTIVO DELLA PAURA

La paura è una delle emozioni umane di base, una risposta fisiologica selezionata nel corso dell’evoluzione al fine di garantire la sopravvivenza della specie; senza questa emozione l’essere umano infatti si sarebbe estinto ormai da millenni.

La paura si connota come un vero e proprio campanello d’allarme, in grado di informarci quando siamo in presenza di una minaccia, predisponendo uno stato di all’erta fisiologica che ci pone in un assetto comportamentale del tipo “attacco – fuga”: il corpo si attiva secondo diversi parametri, quali l’aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, aumento della tensione muscolare, aumento della sudorazione, dilatazione delle pupille, aumento della frequenza respiratoria, pilo-erezione, ecc., correlati fisiologici questi che ci pongono nelle migliori condizioni psico-fisiche per fronteggiare il pericolo, lottando oppure allontanandoci da esso.

E’ evidente quindi che la paura sia un’emozione adattiva (come tutte le emozioni!), funzionale alla nostra sopravvivenza. Talvolta però può accadere che la risposta individuale di fronte alla minaccia risulti esagerata rispetto all’oggettiva pericolosità della situazione. Questo genere di reazione dipende dal significato che il soggetto attribuisce all’evento-minaccia, cioè alla valutazione soggettiva del rischio che sta correndo in quel preciso momento. Tale attribuzione arbitraria di significato è determinata da numerosi e complessi fattori di ordine psicologico. 

La soggettiva percezione del rischio non è qualcosa di stabile ed immutabile, né può considerarsi come qualcosa di oggettivo in quanto frutto di una valutazione subitanea; essa è influenzata da molteplici variabili di natura soggettiva, che hanno a che fare con le modalità individuali di percezione della realtà e di giudizio e che, proprio in quanto processi squisitamente personali, si prestano a distorsioni cognitive e difetti di ragionamento (magari basati sulle cosiddette “euristiche”, cioè una sorta di scorciatoie mentali che spesso comportano sostanziali salti logici nel ragionamento, rendendolo fallace).

 

LA PAURA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

paura e corna virusRiferendoci al caso del Coronavirus, se pensiamo a questa minaccia come a qualcosa di invisibile ed al contempo potenzialmente mortale, la nostra percezione del rischio ad esso associata risulterà più elevata rispetto a quella connessa alla possibilità di ferirci maneggiando un coltello oppure di essere derubati camminando per strada. Un virus che sembra essere in grado di contagiare migliaia di persone e che si diffonde come una normale influenza può invece sollecitare una percezione del rischio certamente maggiore, dando luogo a sentimenti di ansia e paura che può sfociare in un vero e proprio panico.

E’ altresì significativo sottolineare anche come gli studi scientifici di Psicologia Sociale (Vermigli P. et al, 2009) dimostrino che i rischi “nuovi” vengono vissuti come maggiormente pericolosi rispetto ad altri rischi già conosciuti. Il Coronavirus rappresenta per ciascuno di noi una nuova minaccia su scala mondiale, al punto da indurre più timori di un contagio dall’ormai noto virus HIV, oppure dei virus influenzali che fronteggiamo normalmente ogni stagione.

E’ stato studiato (Cristofori C., 2013) anche come la percezione soggettiva del rischio sia maggiore quando riguarda noi stessi, cioè quando la minaccia invade la nostra quotidianità, mentre risulta minore quando la concepiamo come da noi distante; basti pensare al virus Ebola, che viene percepito come meno pericoloso del Coronavirus semplicemente perché ha colpito in zone geografiche a noi distanti, pur avendo un effettivo tasso di mortalità intorno al 50%, quindi oggettivamente molto elevato. 

Un ulteriore aspetto che aumenta la percezione del rischio è il fatto di non avere senso di padronanza sulla minaccia. Da questo punto di vista appare evidente come un virus rappresenti una minaccia invisibile ad occhio nudo, a differenza dello scippatore su cui esemplificavo prima, e quindi venga percepito come maggiormente pericoloso. Analogamente, viene considerato meno probabile un arresto cardiaco piuttosto che venire contagiati dal Coronavirus, nonostante il nostro stile di vita ci predisponga maggiormente alla prima eventualità.

E’ ormai noto, grazie a numerosi studi in materia di Psicologia Sociale (Castelli L., 2014), che la diffusione di notizie su un pericolo può modificare la nostra percezione del rischio ad esso associata, aumentandola: più l’attenzione viene incanalata dai media su uno specifico tema connotato come una minaccia mortale concreta, come nel caso del Coronavirus, attraverso bollettini quotidiani e programmi televisivi di approfondimento dedicati, più si alimentano sentimenti di ansia e paura.

Teniamo presente, infatti, che anche il linguaggio e il tono pessimistico e allarmante utilizzato da alcuni commenti incrementa notevolmente la nostra apprensione, alterando le nostre percezioni e portandoci erroneamente a pensare che se molti ne parlano in maniera catastrofica allora significa che è vero. Questo fatto, unitamente a quello che viene definito “contagio emotivo” può favorire il panico: basti pensare, per farsi un’idea, al panico generale che si scatena all’interno di un ambiente chiuso nel momento in cui una persona prende ad urlare e correre. Anche se siamo ignari di cosa stia avvenendo, istintivamente, le persone presenti iniziano ad urlare a propria volta e cercare una via di fuga (reazione di fuga, appunto), per altro creando spesso in questo modo una reale situazione di pericolo.

In sintesi, i fattori che innalzano il livello di allarme negli individui sono:

  • Novità;
  • Vicinanza;
  • Senso di bassa padronanza;
  • Quantità delle notizie in merito e loro qualità.

Naturalmente ciò non significa ridurre la portata di un virus potenzialmente letale, né banalizzare la paura o pretendere che i mezzi di informazioni tacciano a riguardo oppure che noi dobbiamo ignorare tali informazioni. Il Coronavirus genera negli esseri umani paure ancestrali, riattivando l’angoscia di morte ed imponendoci di confrontarci quotidianamente con questo tema – che per sua stessa natura è “faticoso” da affrontare e foriero di sentimenti di ansia e paura fisiologiche -.

E’ tuttavia doveroso proteggersi dall’eccesso di paura ed evitare che ciò lasci il posto al panico collettivo, con il rischio di condurre ad una identificazione del “nemico” untore nella popolazione cinese anziché nel Covid-19 stesso.

BIBLIOGRAFIA

  • Castelli L., 2014, “Psicologia sociale cognitiva: un’introduzione”, Ed. Laterza;
  • Cristofori C., 2013, “La percezione dell’ambiente e del rischio nel tempo della crisi”, Ed. Franco Angeli;
  • Vermigli P et al., 2009, “Gravità e probabilità nella percezione del rischio: influenza delle caratteristiche individuali sesso, genitorialità ed expertise”, Giornale di Psicologia.

Articolo scritto da Simone Sottocorno

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