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IL LAVORO PSICOTERAPEUTICO CON SOGGETTI TRANSESSUALI

Articolo di Federica Ferrari

9 Giu 21

La pianificazione del trattamento di problemi legati al genere dipende da numerosi fattori tra cui la fase di sviluppo dell’identità transessuale, la conoscenza che il paziente ha delle diverse opzioni di gestione del problema e la presenza di eventuale comorbilità o problemi psicosociali.  E’ importante infatti che, prima di trattare le questioni relative all’identità transessuale, si affrontino eventuali condizioni più urgenti  che possano in qualche modo ostacolare il corretto svolgimento del trattamento della Disforia di genere (Bockting, Knudson e Goldberg, 2006).

Secondo Bocking e Coleman (1993) il miglior modello di trattamento dovrebbe comprendere cinque compiti fondamentali: assessment; management della comorbilità; facilitazione della formazione dell’identità; management dell’identità sessuale; valutazione dopo la cura. 

La letteratura disponibile (Green e Fleming, 1990; Michel et al., 2002; Pfafflin e Junge, 1998) indica che un’adeguata psicoterapia prima dell’intervento della chirurgia è predittiva di un positivo esito post-chirurgico.

Alcuni transessuali richiedono assistenza psicoterapeutica volontariamente, ad altri può essere raccomandata in previsione di una  terapia ormonale o RCS, anche se bisogna ricordare che negli Standards of Care della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) la psicoterapia non è considerata un requisito necessario per ottenere l’intervento chirurgico (Meyer e coll., 2011).

Bockting et al. (2007) offrono degli spunti per la valutazione e  il trattamento dei problemi di genere e  delle difficoltà psicologiche associate. Le loro osservazioni si basano su un modello di “approccio transgender-affermativo, cura centrata sul cliente e riduzione del danno”.

Secondo la letteratura disponibile, non vi sarebbe un modello psicoterapeutico migliore rispetto ad un altro per il lavoro con pazienti transessuali; comunque è possibile identificare le questioni verso cui si deve indirizzare la terapia. 

I professionisti della salute mentale, in base al loro orientamento teorico, possono usare diversi approcci terapeutici (Fraser, 2005) con lo scopo non di curare il transessualismo, ma di accompagnare il transessuale nell’esplorazione della propria identità (Fenelli e Volpi, 1997), per garantirgli uno stile di vita stabile a lungo termine con probabilità realistiche di successo nelle relazioni interpersonali, nel lavoro e nell’espressione dell’identità di genere (Dèttore, 2005). Fondamentale è che il terapeuta sappia stabilire una relazione autentica in cui la persona possa sentirsi compresa e non giudicata (Bockting, Knudson e Goldberg, 2006).

All’interno del percorso terapeutico viene data particolare rilevanza all’esplorazione della storia di genere e dello sviluppo dell’identità transessuale per dare l’opportunità al soggetto di ristrutturare cognitivamente eventi significativi, validare le sue emozioni e rafforzare il senso di Sé. In alcuni casi il transessuale può chiedere di coinvolgere la famiglia nella terapia per esplorare e risolvere conflitti sorti in infanzia (Bockting, Coleman, Huang et al., 2006).

Un’altra area su cui è bene focalizzarsi in terapia è la transfobia interiorizzata, cioè quell’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi che una persona può provare nei confronti della propria transessualità. Le caratteristiche associate alla transfobia interiorizzata sono scarsa accettazione e stima di sé, sentimenti di inferiorità, vergogna, senso di colpa e l’identificazione con gli stereotipi denigratori. In questi casi l’obiettivo del terapeuta è rendere il paziente consapevole e promuovere l’accettazione di sé (Lingiardi e Nardelli, 2013).

Una volta che sono stati trattati questi aspetti e che il cliente ha deciso come gestire la sua disforia e la sua espressione di genere, la terapia si focalizza sul supporto dell’individuo nell’attuazione del suo progetto.

Alcuni decidono di non rendere pubblica agli altri la loro identità transessuale, per altri rivelarsi pienamente alla famiglia, agli amici e al resto della comunità è un passo fondamentale (Bockting, Knudson e Goldberg, 2006). 

Molti individui transessuali potrebbero temere di dichiararsi apertamente perché ferirebbero le persone che amano e per i gravi rischi che potrebbero correre: i familiari potrebbero ridicolizzarli o allontanarli, potrebbero perdere il lavoro, gli amici (Ellis e Eriksen, 2002) e metterebbero in pericolo la loro sicurezza (Lantz, 1999).

Nonostante i potenziali rischi, frequentemente i transessuali si dichiarano pubblicamente tali perché, come scrive Alexander (1999), il silenzio è come la morte.

Il “coming out” dei transessuali è spesso considerato analogo a quello di gay, lesbiche e bisessuali, ma i due processi non sono identici (Brown e Rounsley, 1996). Mentre entrambi i processi implicano la rivelazione di un segreto che può suscitare reazioni negative negli altri, l’esistenza dell’omosessualità e della bisessualità è generalmente riconosciuta; al contrario, il transessualismo non è ampiamente riconosciuto e compreso, e le credenze popolari sulla sessualità e sul genere disorientano gli individui non-transessuali. 

Inoltre, se per gay e lesbiche c’è la possibilità, qualora lo vogliano, di nascondere a tempo illimitato i loro desideri, i loro comportamenti e il loro stile di vita, le persone transessuali che modificano il loro corpo per sentirsi meglio, devono per forza avviare un processo di transizione pubblico con tutte le conseguenze correlate (Lev, 2004).

Il clinico è tenuto a incoraggiare il cliente a considerare i possibili rischi della rivelazione del segreto (Bockting e Coleman, 2001), supportarlo nelle decisioni e aiutarlo ad affrontare tutte le fasi della transizione.

I risultati riportati da uno studio di Rachlin (2002) presentano cambiamenti positivi in seguito alla psicoterapia nell’87% dei soggetti intervistati; inoltre il livello di soddisfazione dopo il processo di transizione è migliore nel caso in cui la persona presenti una buona vita professionale, buone relazioni familiari, supporti sociali e stabilità emotiva.

Ci sono poi molti transessuali che, al fine di ottenere l’approvazione per iniziare la terapia ormonale e gli interventi chirurgici, necessitano della lettera di invio di un clinico psicoterapeuta. In molti casi tali clienti non sono interessati al counseling terapeutico, ma devono passare da un “controllore” che gli permetta di accedere ai vari interventi medici (Lev, 2004).

Sviluppare una relazione terapeutica con transessuali può essere molto difficoltoso, poiché essi vedono il terapeuta come un ulteriore ostacolo sul loro percorso di transizione e sono terrorizzati dalla diagnosi. La priorità in questi casi è riformulare il ruolo del clinico da “controllore” a uno più adeguato all’alleanza terapeutica, per permettere al cliente di riporre le armi e farsi aiutare (Lev, 2004).

Carroll (1999) ha identificato quattro possibili esiti del trattamento psicologico: nessuna risoluzione; accettazione del proprio genere biologico; impegno nel ruolo di genere opposto a tempo parziale; adozione definitiva del ruolo di genere opposto.

Schaefer, Wheeler e Futterweit (1995), tra gli obiettivi del lavoro terapeutico con le persone transessuali, inclusero l’acquisizione della consapevolezza che la loro identità di genere non rappresentasse una malattia, che non ci fossero cure e che essere transessuali non fosse una  colpa. Inoltre aggiunsero la necessità di trovare modalità ragionevoli e sicure di vivere la loro identità e le loro relazioni

 

Articolo scritto dalla dott.ssa Federica Ferrari psicologa e psicoterapeuta presso il centro di psicologia di Monza

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