I temi del transessualismo e della varianza di genere sono attualmente sempre più trattati e dibattuti, se ne parla nei programmi televisivi, sui social e in politica. Ma cosa sappiamo veramente del transessualismo? Chi è una persona transessuale?

Per rispondere è necessario fare chiarezza rispetto ad alcuni termini che vengono ancora spesso usati in modo intercambiabile, ma è importante sottolinearne la differenza perché fanno riferimento a caratteristiche della persona che, nella maggioranza dei casi coincidono, ma non è sempre così.

 Il concetto di “identità di genere” indica un continuo e persistente senso di sé prevalentemente come uomo o come donna. Il processo di acquisizione dell’identità di genere è il risultato dell’interazione tra maturazione biologica e aspetti socioculturali. Il concetto di “ruolo di genere” indica invece l’espressione esteriore dell’identità di genere e rappresenta tutto ciò che una persona fa o dice per indicare a se stesso e agli altri il grado della sua mascolinità, femminilità o ambivalenza. Con “orientamento sessuale” ci si riferisce alla modalità di risposta di una persona ai vari stimoli sessuali e trova la sua dimensione principale nel sesso del partner, che definisce una persona eterosessuale, bisessuale, omosessuale.

Secondo le definizioni prevalenti, nella nostra cultura possono esserci solo due generi, corrispondenti ai due sessi biologici. Questa categorizzazione avviene alla nascita, quando viene assegnato al bambino il sesso di maschio o di femmina e le persone si comportano nei confronti del soggetto secondo le regole sociali e le aspettative congruenti al genere attribuito (Bandini et al., 2009).

Da sempre però si sono verificate deviazioni da questo percorso precostituito, ritenuto rigidamente l’unico possibile e soprattutto il solo considerato nella norma. Non è vero quindi che si aprono unicamente due vie, ma ne esistono diverse che non necessariamente portano a una svolta in direzione rigidamente maschile o femminile (Dèttore, 2005).

Nel 1971 venne introdotto per la prima volta il termine “disforia di genere” per comprendere tutti i soggetti con problemi legati all’identità sessuale, una condizione di disagio profondo verso le caratteristiche sessuali del proprio corpo, sentito come estraneo.

Le persone transessuali si sentono uomini in un corpo femminile o donne in un corpo maschile. Questa condizione procura una profonda confusione: generalmente ci si aspetta che all’interno del corpo maschile ci sia un uomo e nel corpo femminile ci sia una donna. La persona transessuale vive una condizione di profondo disagio perché sente che qualcosa in questo meccanismo di associazione automatica non funziona, fatica a capirlo e una volta che lo ha compreso, fa ancora più fatica a spiegarlo agli altri.

In genere quando riesce a superare la confusione e la paura, intraprende un percorso di transizione verso il genere desiderato, che in alcuni casi può giungere alla trasformazione chirurgica delle caratteristiche anatomiche sessuali.

Quando si parla di “scelta transessuale” ci si riferisce al momento in cui la persona decide di manifestare all’esterno ciò che in realtà vive dentro di sé da tempo: non attua una scelta nel senso intenzionale o volontario del termine, ma intraprende questa strada perché  nessun’altra vita risulta sopportabile (www.onig.it).

In genere i transessuali vengono considerati una sottocategoria dei transgender. Il sostantivo transgender costituisce un termine “ombrello” che include tutte le persone varianti rispetto al genere. Coniato all’interno del Movimento di Liberazione Transgender, esso “trascende le categorie esistenti di identità di genere e comprende la vasta complessità delle manifestazioni di genere” (Pfaefflin e Colemann, 1997).

Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5,APA, 2013), rientra nella categoria diagnostica “Disforia di genere”. Tale termine si riferisce al disagio affettivo e cognitivo in relazione al genere assegnato.

La diagnosi di Disforia di genere interessa gli individui che mostrano una marcata incongruenza tra il genere che è stato loro assegnato alla nascita e il genere da loro esperito e deve esserci evidenza di una sofferenza legata a questa discrepanza. La disforia di genere si manifesta in modo differente nelle diverse fasce di età; negli adulti, in particolare, può esserci un desiderio di liberarsi delle caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie, e/o un forte desiderio di acquisire le caratteristiche sessuali del genere opposto. Si sentono a disagio se devono comportarsi come membri del genere che è stato loro assegnato e possono adottare a vari livelli il comportamento, l’abbigliamento e i manierismi del genere esperito.

La Disforia di genere può riguardare sia i soggetti di sesso femminile (female to male, FtM) che quelli di sesso maschile (male to female, MtF) ma è più frequente nella forma MtF (Bandini, 2009). 

Nello specifico i criteri diagnostici per adolescenti e adulti sono:

  1. Una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno due dei seguenti criteri:
  1. Una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (in giovani adolescenti le caratteristiche sessuali attese).
  2. Un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa di una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso di un individuo (nei giovani adolescenti un desiderio di impedirne lo sviluppo).
  3. Un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere opposto.
  4. Un forte desiderio di appartenere al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato).
  5. Un forte desiderio di essere trattato come appartenente al genere opposto.
  6. Una forte convinzione di avere i sentimenti e le reazioni tipici del genere opposto.
  1. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Articolo scritto dalla dott.ssa Federica Ferrari psicologa e psicoterapeuta riceve presso la sede di Monza