Nel vaglio delle molteplici tipologie di paure che affliggono l’essere umano, ve ne è anche una che, ai più, può risultare sconosciuta. Si tratta dell’Emetofobia.

Questo è il nome che richiama la paura vissuta in maniera eccessiva, e quasi sempre ingiustificata, di vomitare. E’ una dimostrazione emotiva che nasce, pertanto, a prescindere dalla presenza attuale di un malessere fisico (come ad esempio nausea a seguito di un’eccessiva nutrizione, difficile digestione o situazione legata ad una gravidanza).

Per chi non conosce questa forma di paura, il problema può apparire di poca importanza o di facile risoluzione. In realtà, chi ne è afflitto, subisce un disagio molto importante, che incide in maniera più o meno significativa sulla vita di tutti i giorni, in quanto può ingenerare stati ansiosi, che possono tradursi, in particolare, in ansia sociale, agorafobia, attacchi di panico o anoressia nervosa.

Risulta, inoltre, difficile da diagnosticare proprio per la possibilità di confonderne la sintomatologia con altri disturbi, come quelli appena citati; oltre al fatto che, spesso, è una condizione poco conosciuta dal personale sanitario che non abbia specializzazione in merito. 

L’origine di questo disturbo emotivo può verificarsi tanto in tenera età, quanto in età adulta. Nel primo caso, laddove non si affronti il problema con trattamenti specifici, c’è la possibilità che il problema si cronicizzi.  Quando si palesa in età adulta, è spesso collegata ad eventi traumatici (come, ad esempio la perdita di una persona cara) o, comunque, da eventi negativi collegati a problematiche di salute (come, ad esempio, episodi di intossicazione alimentare o successivamente a situazioni di malessere conclusosi con forte vomito). 

Una delle caratteristiche dell’Emetofobia è data dalla sua irrazionalità che va a pesare sui comportamenti quotidiani. Ciò si traduce spesso nella volontaria eliminazione di determinate attività o luoghi perché creatori di timori, sino ad incidere sulle abitudini alimentari dell’individuo: invero, spesso, chi è afflitto da questa fobia tende a mangiare molto meno per la paura di vomitare successivamente. Questo porta, come sopra richiamato, alla nascita di problematiche alimentari come l’anoressia. 

Oltre a ciò, questa fobia può esser suscitata anche dal solo vedere un altro soggetto rimettere del cibo o dalla visione del vomito medesimo.

Nell’immaginario comune, questo tipo di problema è poco avvertito anche, e soprattutto, perché è poco conosciuto dalla generalità delle persone (anche da parte di chi ne soffre) ed è stato poco oggetto di studi scientifici che abbiano approfondito la materia. 

Nonostante questo, l’Emetofobia è più diffusa di quello che si possa immaginare. Si stima che ne soffra, seppur nella sua espressione più lieve, fino al 3% degli uomini e fino al 7% delle donne.

Le conseguenze che si possono riscontrare nella vita quotidiana attengono al tipo di comportamento tenuto da chi ne soffre. Ci si riferisce ad atteggiamenti dell’individuo emetofobico tendenti al controllo ed all’ipervigilanza dovuti al fatto che tale soggetto ha il timore di perdere la gestione della situazione. Nella pratica, ciò si traduce in comportamenti volti a ridurre, o credere di diminuire, le possibilità di vomitare. Ad esempio: eccessiva cottura di cibi nella convinzione che così possano esser decontaminati da qualcosa che possa causare un rigurgito; non mangiare oltre una certa quantità di cibo, o non cibarsi del tutto, nella convinzione che sia più difficoltoso subire stimoli di rigetto di quanto ingerito (con conseguente serio rischio di sottonutrizione fino ad arrivare all’anoressia); evitare di frequentare luoghi in cui ci sia consumazione ed odori di cibo (come ristoranti e bar); mangiare lentamente o mangiare da soli a casa; eccessivo lavaggio delle mani, piatti o altri oggetti utilizzati per preparare o consumare i cibi.

Tutto il complesso di circostanze come quelle appena enunciate, portano gli emetofobici a sviluppare una spiccata sensibilità al disgusto. Infatti, un’accentuata sensazione di disgusto porta ad una superiore sensibilità che, a sua volta, riconduce ad un aumento del rischio di percepire la sensazione di vomito.

Chi è afflitto da questa fobia, vede notevolmente compromessa, o quanto meno difficoltosa, la propria vita sociale, ma anche quella di coppia o lavorativa sino ad arrivare, nelle donne, ad un rifiuto totale, o ad un ritardo, della possibilità di avere una gravidanza. 

Le cure di questa problematica possono avere più o meno efficacia in base a quando interviene la diagnosi. Se questa è tempestiva, naturalmente, aumentano le possibilità di esito positivo. Qualora fosse eccessivamente tardiva, il probabile insuccesso è determinato dal verificarsi di un alto numero di abbandoni della terapia.

Per questo motivo, è altamente consigliato rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta non appena si palesino i primi sintomi, così da poter inquadrare la situazione nel miglior modo possibile e, qualora si trattasse di emetofobia, iniziare il percorso di cura più adeguato al caso concreto.

Vi sono, ad esempio, trattamenti dedicati quali: la psicoterapia cognitivo comportamentale (CBT), la Terapia Breve Strategica, la Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso Movimenti Oculari (EMDR).