di Simone Sottocorno

“Quando l’inizio dell’autodistruzione penetra nel cuore, sembra non più grande di un granello di sabbia.”

– John Cheever –

IL VALORE DEL NOSTRO PASSATO

Ciascuno di noi può essere definito come il prodotto dell’interazione tra il proprio patrimonio biologico (codice genetico trasmesso da padre e madre), il proprio assetto psicologico (personalità, comportamento, umore) ed il proprio contesto sociale di appartenenza (società, cultura, economia), così come descritto dal Modello Bio-Psico-Sociale (Santrock J. W., 2007). 

Sul piano psicologico, in particolare, assumono grande rilevanza nella costruzione della nostra personalità e del nostro modo di sentire, pensare ed agire le relazioni significative che abbiamo instaurato nel corso dello sviluppo. E’ a partire dai nostri primi attimi di vita, quando entriamo in contatto e ci rapportiamo con i nostri genitori (o con altre figure vicarie) che si genera un imprinting, cioè un’impronta, che condizionerà il nostro stile relazionale nell’età adulta nonché la costruzione della nostra identità, così come affermato dalla Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby (J. Bowlby, 1982). In seguito è attraverso fratelli e sorelle, gli amici più stretti, gli insegnanti e gli allenatori, i partner a cui abbiamo scelto di legarci a contribuire significativamente nel confermare o modificare l’immagine che abbiamo creato di noi stessi, degli altri e del mondo in generale a partire dai nostri Modelli Operativi Interni (MOI), cioè da schemi previsionali funzionali alla gestione delle relazioni interpersonali, costruitisi durante l’infanzia a partire da scene nucleari prototipiche con le FdA (Figure di Attaccamento). Questi schemi e queste rappresentazioni complesse a propria volta edificano la nostra autostima, plasmano il nostro carattere e quindi il nostro comportamento, ciò che pensiamo e sentiamo in specifiche circostanze, determinano i nostri scopi di vita ed il modo in cui siamo soliti perseguirli, più in generale edificano il nostro . Le vicende famigliari che ci hanno coinvolto, gli avvenimenti storici a cui abbiamo assistito ed anche la nostra cultura di appartenenza hanno tutti contribuito a renderci quello che siamo oggi, e noi oggi quindi siamo il complesso prodotto del nostro passato! 

Stando a quanto riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel rapporto del 2014 (WHO, 2014) questo passato appare, per molte più persone di quanto il buon senso ci porti a ritenere, un luogo in cui si sono verificate esperienze di vita avverse, spesso di natura traumatica. I dati a livello mondiale sono sconcertanti: abusi infantili per circa il 25% degli individui, abusi sessuali per il 20% delle donne, violenze fisiche e/o verbali da parte di un partner nel 30% dei casi, diffusa trascuratezza da parte dei caregiver (cioè colui che si prende cura del minore).

Queste ferite da chi le patisce non di rado vengono nascoste in un angolo della memoria: se ne ricordano solo dei frammenti oppure appaiono come sogni vaghi e indefiniti, della cui realtà fattuale non si riesce a convincersi e di cui spesso per vergogna o sensi di colpa si finisce per non parlare a nessuno. Già, la vergogna e i sensi di colpa, i vissuti di rabbia e tristezza uniti ad un sentimento radicale di impotenza, con immagini, suoni ed odori legati ai ricordi traumatici che intrudono nella coscienza e provocano angoscia e turbamento, a volte irrompendo sotto forma di incubi nel cuore della notte. Questo è ciò che spesso patiscono le vittime di gravi traumi, semplici o complessi. 

A prescindere dalla consapevolezza che se ne può avere – così come ampiamente confermato dalla comunità scientifica – la nostra mente viene profondamente modificata dal trauma: la capacità di regolare le emozioni, la rappresentazione che abbiamo di noi stessi e degli altri, le reazioni neurobiologiche, sono tutte fortemente condizionate dalle esperienze di vita traumatiche vissute. Esistono numerosi studi che correlano, ad esempio, gli abusi sessuali subiti in infanzia con lo sviluppo di un DSPT (Disturbo da Stress Post Traumatico inserire link articolo) o di Disturbi Alimentari (Anoressia, Bulimia, Binge Eating) e/o di Disturbi di Personalità nella vita adulta (van der Kolk, 2005); è altresì noto che condizioni di maltrattamento o trascuratezza in età precoce contribuiscano significativamente allo sviluppo del Disturbo Borderline di Personalità o ad altre condizioni morbose come ad esempio i Disturbi dell’Umore (Widom C. S., 2009). Una categoria diagnostica di recente introduzione nel DSM-V (APA, 2014) è quella dell’Autolesionismo Non Suicidario, (NSSI: Not Suicidary Self-Injury), un comportamento particolarmente diffuso nella popolazione giovanissima quali sono adolescenti e preadolescenti, soprattutto di sesso femminile, che nella precedente edizione del Manuale veniva invece inserito fra i criteri diagnostici con cui definire il Disturbo Borderline di Personalità. 

AUTOLESIONISMO IN ADOLESCENZA

La problematica dell’Autolesionismo Non Suicidario, sebbene possa riguardare individuai di qualsiasi età risulta particolarmente diffusa fra gli adolescenti (14 – 18 anni) ed i giovani adulti (18 – 21 anni). Tale comportamento, sebbene non abbia per definizione un diretto fine suicidario, ha un effetto deleterio su colui che ne fa ricorso perché, nel tempo, può dare luogo ad una vera e propria condotta suicidaria, motivo per cui risulta fondamentale intervenire precocemente. 

La condotta autolesionistica più diffusa è sicuramente rappresentata dal procurarsi graffi o tagli superficiali su braccia, gambe o altre parti del corpo; tuttavia in alternativa o in associazione ai tagli spesso si riscontrano anche le bruciature, procurate ad esempio utilizzando sigarette, oppure lo strappo compulsivo di peli/capelli (da non confondere con la Tricotillomania, disturbo dello spettro ossessivo-compulsivo con cui effettuare una diagnosi differenziale). 

Alcuni studi (ad es. Jeftic K, 2015) hanno indagato le funzioni che l’Autolesionismo Non Suicidario assolverebbe e ad oggi la comunità scientifica è concorde nel ritenere tale comportamento principalmente rivolto al soddisfacimento di uno dei seguenti tre scopi

  • lo spostamento dell’attenzione dalla sofferenza emotiva (angoscia, tristezza, rabbia, ansia, ecc.) verso la sofferenza fisica, poiché quest’ultima viene percepita come maggiormente gestibile e sopportabile; 
  • il tentativo di procurare emozioni e sentimenti desiderati o amplificare quelli piacevoli, attraverso il rilascio delle endorfine da parte del sistema nervoso in conseguenza alle lesioni auto-procurate;
  • risolvere una difficoltà interpersonale attraverso un agito che ha lo scopo di innescare nell’altro una reazione desiderata (vicinanza, accudimento, preoccupazione, allarme, ecc.). 

Nei primi due casi si tratta di strategie di regolazione delle emozioni, che si possono facilmente definire come disfunzionali, e che hanno alla base un difetto nella capacità di monitoraggio, valutazione e regolazione degli stati emotivi, i quali vengono vissuti con carattere intollerabile e pertanto vengono velocemente soppressi o evitati anche attraverso il ricorso a questa strategia di coping (cioè di adattamento). I soggetti che ricorrono ad agiti autolesivi sono solitamente individui che presentano un grado di impulsività superiore alla media (Wakaki S. T. et al., 2014). Alla terza categoria vengono ricondotti quei comportamenti che mirano a regolare la distanza relazionale dall’altro significativo, che potremmo definire aventi valore istrionico-captativo, cioè con lo scopo non dichiarato di attirare l’attenzione su di sé oppure alterare una dinamica relazionale fonte di disagio. 

LE TRE CATEGORIE DELL’AUTOLESIONISMO

Volendo considerare i comportamenti di auto-danneggiamento intenzionale (deliberate self-harm) nella loro accezione più ampia risulta utile categorizzarli in tre entità: 

  1. Le condotte di auto-danno, come l’abuso di sostanze psicotrope, la promiscuità sessuale ed il ricorso al gioco d’azzardo; 
  2. Le condotte di auto-avvelenamento, come l’overdose da droghe oppure l’ingestione di sostanze tossiche; 
  3. Le condotte autolesive, come i già citati tagli auto-procurati oppure le bruciature auto-procurate. Queste, a propria volta, si possono distinguere in autolesionismo maggiore (atti gravi come la castrazione o l’enucleazione oculare che possono manifestarsi negli stati di intossicazione acuta da sostanze oppure nelle gravi forme di psicosi), autolesionismo stereotipico (frequente negli individui con ritardo cognitivo moderato o grave, oppure con Sindrome di Tourette, che consistono in comportamenti quali mordersi oppure dare colpi alla testa) e autolesionismo moderato (atti che provocano un lieve danneggiamento dei tessuti, solitamente effettuato con le unghie, con lamette, forbici, rasoi, sigarette e consistono in graffi, tagli e bruciature). 

Agli adolescenti che ricorrono a condotte autolesive di tipo autolesionismo moderato non è raro sentir dire frasi come “Sono un/una cutter”. E’ un modo che il minore utilizza per definire se stesso, per delineare ed affermare la propria identità personale, in un tentativo ripetuto di ancoraggio alla realtà attraverso le ferite; lo scopo, spesso, è quello di stimolare emozioni all’interno di una terrificante anestesia emotiva, tipica degli stati dissociativi che sono conseguenza delle gravi esperienze traumatiche vissute. Il continuo ricorso a tagli superficiali su braccia e gambe, a lungo andare nel tempo, può svilupparsi in una vera e propria forma di dipendenza. 

Secondo un’indagine della Società Italiana di Pediatria il 15% degli adolescenti (cioè dei ragazzi e delle ragazze fra i 14 e i 18 anni) è ricorso almeno una volta alla pratica dell’autolesionismo. Questo dato risulta allarmante, soprattutto se messo in relazione al fenomeno del Blue Whale balzato agli onori delle cronache nel 2016 e che ha condotto diversi adolescenti al suicidio (Di Agostino C. et al., 2016); il Blue Whale è un “gioco” nato sul web e strutturato secondo delle prove da sostenere, che si dispiegano nell’arco di 50 giorni e che prevedono una graduale messa in atto di NSSI (cioè comportamenti autolesivi), e che mira a condurre chi vi si sottopone ad un esito fatale: il suicidio.

QUALE TRATTAMENTO?

Alla luce di quanto esposto, il trattamento psicologico che si configura come il più indicato nei confronti dell’Autolesionismo Non Suicidario è rappresentata da una terapia che innanzitutto privilegia il potenziamento della capacità di regolare le proprie emozioni attraverso la scoperta congiunta di strategie di coping alternative, maggiormente adattive; riveste una particolare  importanza in queste situazioni il saper creare una relazione terapeutica improntata sul senso di sicurezza e di fiducia, nella quale poter sperimentare in seduta, forse per la prima volta, emozioni positive che possono essere coltivate in sentimenti duraturi. La creazione di un linguaggio condiviso tra terapeuta e cliente, ad esempio attraverso il riconoscimento e la denominazione dei diversi stati mentali, può favorire una riduzione dell’impatto delle emozioni negative vissute dal cliente ed una migliore tolleranza delle stesse senza ricorrere ai comportamenti autolesivi. Questo insieme di fattori, unitamente al ricorso ad ulteriori interventi e dispositivi terapeutici specifici può promuovere nel tempo una migliore capacità di autoregolazione emotiva. 

Risulta tuttavia fondamentale lavorare sulle esperienze traumatiche che sono state vissute dal soggetto, come ad esempio abusi, violenze, atti di bullismo o altro, che hanno verosimilmente generato nel tempo una dissociazione di tipo strutturale; è attraverso l’efficace tecnica dell’EMDR che si può positivamente perseguire questo scopo terapeutico (inserire link articolo). Questa tipologia di lavoro sulle memorie traumatiche consente infatti di ridurre significativamente la frequenza e la durata degli stati mentali a rischio che riguardano il soggetto ed in relazione ai quali egli agisce le condotte autolesive, ottenendo una graduale riduzione dei processi dissociativi cronici che inducono frammentazione nell’attenzione, nella memoria e nella coscienza, e promuovendo invece una sana integrazione strutturale. 

Esistono inoltre dei protocolli specifici scientificamente avvalorati per intervenire su queste strategie di coping disadattive, soprattutto quando si inseriscono in quadri clinici caratterizzati da disturbi di personalità: il più celebre e maggiormente validato scientificamente è il protocollo DBT, cioè Dialectical Behavioural Therapy, di M. Linehan (2017). Quando invece il comportamento autolesivo si associa ad altre patologie quali ad esempio la depressione o i disturbi della condotta alimentare, la TCC (Terapia Cognitivo-Comportamentale) si rivela uno strumento di elevata efficacia clinica ed empiricamente supportato. 

 

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Link al video sul PTSD

Link al video sull’EMDR

BIBLIOGRAFIA

  • American Psychiatric Association, 2014, “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – V Edizione”, R. Cortina Ed., Milano; 

  • Bowlby J., 1982, “Costruzione e rottura dei legami affettivi”, Raffaello Cortina Editore, Milano; 

  • Di Agostino C. et al., 2016, “Autolesionismo. Quando la pelle è colpevole”, L’Asino d’Oro ed.; 

  • Jeftic K., 2015 “L’autolesionismo nei pazienti affetti da disturbo di personalità di tipo borderline: risorsa o pericolo?”, Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI); 

  • Linehan M. M. et al., 2006, “Two years randomized controlled trial and follow-up of dialectical behavioural therapy vs therapy by experts for siucidial behaviors and borderline personality disorders”, Arch. Gen. Psychiatry, Jul., 63(7): 757 – 766; 

  • Santrock J. W., 2007, “A topical approach to human life-span development”, 3rd edn. St. Louis, MO: McGraw-Hill; 

  • Van der Kolk B. A., 2005, “Developmental Trauma Disorder; towards a rational diagnosis for children with complex trauma histories”, Psychiatric Annals, 5: 401 – 408; 

  • Wakai S. T. et al., 2014, “Impulsività e aggressività”, Valutazione e Gestione della Violenza, Springer, pp. 189 – 209; 

  • Widom C. S., 2009, “A prospective investigation for Borderline Personality Disorder in abused and neglected children followed up into adulthood”, Jornal of Personality Disorder, Vol. 23, Iss. 5; 

  • World Health Organization, 2014, “Valutazione globale e regionale della violenza contro le donne: diffusione e conseguenze sulla salute degli abusi sessuali da parte di un partner intimo o da sconosciuti”. 

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