Ha suscitato grande clamore la sentenza della Cassazione sulla cannabis light emessa il 30 maggio 2019, secondo cui non sarà più  possibile la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis, come l’olio, le foglie, le infiorescenze e la resina: 

«Integrano il reato previsto dal Testo unico sulle droghe (articolo 73, commi 1 e 4, dpr 309/1990) le condotte di cessione, di vendita, e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante».

Perché LIGHT? 

La Cannabis light si ottiene dalle infiorescenze femminili della Canapa Sativa e in particolare vengono selezionate quelle parti della pianta che presentano concentrazioni di THC entro il limite dello 0,6% e contengono al contempo elevate concentrazioni di CBD.

Il THC, o tetraidrocannabinolo, è infatti la molecola della cannabis che provoca effetti psicoattivi e il limite dello 0.6% serve appunto ad evitare che si verifichi questo tipo di effetti, come alterazione dello stato di coscienza, euforia o enfasi emozionale in genere, ma anche depressione, ansia, aggressività o stati psicotici se la quantità assunta è molto elevata.

L’altra molecola contenuta nella cannabis è il cannabidiolo (CBD), molecola che non ha limiti quantitativi perché, a differenza del THC, non ha effetti psicoattivi ma anzi produce effetti benefici (antinfiammatori, analgesici, antinausea, antipsicotici, ansiolitici, antidepressivi e antiepilettici).

Dunque il punto di forza della cannabis light, oltre che motivo per cui era stata legalizzata secondo la legge 242 del 2016, consiste nella sua capacità di indurre una sensazione di benefico rilassamento senza gli effetti psicotropi tipici della cannabis con alti livelli di THC.

Effetti della cannabis light 

Come abbiamo visto, il cannabidiolo presenta diverse qualità benefiche (Patel, 2017; Blessing, 2015), motivo per cui questo principio attivo è presente nella cosiddetta cannabis terapeutica che viene impiegata, in supporto ai trattamenti standard, per la cura di diverse patologie sia fisiche (in genere quelle che causano dolore cronico) che psicologiche (ansia, depressione, psicosi, demenza).

Ma mettendo da parte l’uso terapeutico del CBD (che non è comunque scevro da effetti collaterali quali stanchezza, diarrea e variazioni di peso e appetito), anche chi fuma semplicemente uno spinello avverte gli affetti positivi di tale principio attivo.

Dunque, senza voler creare falsi nessi causali dicendo che chi fuma cannabis light ha una psicopatologia, è plausibile affermare che all’interno della popolazione di consumatori di tale prodotto c’è chi cerca di autocurare disagi emotivi provocati da una sindrome ansiosa o depressiva. È vero infatti che il CBD attenua in maniera efficace i sintomi di psicopatologie quali depressione, bipolarismo, attacchi di panico, fobie, ansia generalizzata.

Tuttavia è anche vero che il sollievo emotivo causato dal CBD è dovuto all’azione chimica del principio attivo a livello neurocerebrale, proprio come qualsiasi psicofarmaco. Per cui è sempre auspicabile associare al trattamento farmacologico anche un trattamento di psicoterapia che, oltre alla riduzione del sintomo, aiuti anche a comprenderne le cause e le ragioni, provocando un cambiamento a livello più profondo e, per questo, più duraturo e stabile nel tempo.

A maggior ragione adesso che, sospendendo il giudizio rispetto alla giustezza o meno della sopracitata sentenza della Cassazione, la cannabis light non sarà più legale.

Blessing E.M., Steenkamp M.M., Manzanares J., Marmar C.R. (2015). Cannabidiol as a Potential Treatment for Anxiety Disorders. Neurotherapeutics, 12(4):825-36.

Patel S., Hill M.N., Cheer J.F., Wotjac C.T., Holmes A. (2017). The endocannabinoid system as a target for novel anxiolytic drugs. Neurosci Biobehav Rev., 76(Pt A):56-66.

Articolo scritto dalla dr.ssa Annarita Scarola Psicologa e Psicoterapeuta

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