“Ai primi sintomi bisogna andarsene, lasciare il campo.
Tanto non va meglio, va peggio e peggio.
Invece la gente non sa.
La gente spera e continua a stare male”
Nessuno si salva da solo – M. MAZZANTINI

Nei precedenti articoli abbiamo esplorato quali dinamiche e vissuti possono entrare in gioco nel rapporto di coppia, dando forma alla relazione.
Nei rapporti sentimentali, soprattutto in quelli stabili, entrano in gioco diversi sistemi motivazionali in grado di orientare i nostri comportamenti (Liotti & Farina, 2011), i principali sono:

  • Sistema motivazionale sessuale, ci spinge a ricercare il contatto fisico e sessuale con l’altro a fini riproduttivi 
  • Sistema motivazionale dell’accudimento, genera la spinta a interessarsi al benessere del partner e a prendersi cura di lui 
  • Sistema motivazionale dell’attaccamento, ci induce a ricercare la prossimità, il supporto e l’aiuto del partner 
  • Sistema motivazionale cooperativo, genera comportamenti finalizzati alla cooperazione per raggiungere obiettivi comuni, alla negoziazione e al raggiungimento di compromessi funzionali 

Eppure, talvolta, un altro sistema può farsi ingombrante sulla scena, prendere molto spazio con prepotenza, fagocitando gli altri, fino ad arrivare a soffocare la relazione: il sistema di rango, ovvero quello competitivo. 

Quando il sistema agonistico di rango ruba la scena a tutti gli altri, assoggettandoli, ecco che il rapporto assume tinte cupe, angoscianti. La relazione non è più fonte di sicurezza, accoglienza, amore, bensì si trasforma in lotta per la supremazia, per la prevaricazione e il dominio sull’altro.
In questi casi le dinamiche divengono fortemente  disfunzionali e si può entrare in una crescente spirale di violenza. 

Le forme di violenza all’interno della coppia

Quando parliamo di violenza siamo portati automaticamente a pensare all’aggressione fisica, alle percosse, eppure esistono forme di maltrattamento che non segnano il corpo in modo evidente.
Le principali sembianze che può assumere la violenza all’interno di una relazione di coppia sono:

  1. Il maltrattamento fisico. Comprende tutte le forme di violenza fisica, come il colpire e il mettere a repentaglio l’integrità fisica dell’altro. Rientrano all’interno di tale categoria anche il danneggiare e il rompere gli oggetti o i beni del partner, oltre che l’attacco diretto agli animali domestici dell’altro.
  2. Abuso sessuale. Si intende qualsiasi atto sessuale imposto con la forza e/o la coercizione. 
  3. Violenza psicologica. Si tratta di una forma di violenza subdola, ma in grado di lasciare profondi solchi nell’anima di chi la subisce.  Offese, continue critiche e svalutazioni, colpevolizzazioni, umiliazioni rientrano in tale forma di abuso. Tali comportamenti feriscono, piegano, annientano il partner, anche se in modo strisciante e non facilmente identificabile, tanto che anche per chi la subisce diviene difficile riconoscere tale forma di violenza. 

Riconoscere la violenza psicologica 

Chi mette in atto dinamiche basate sul maltrattamento psicologico non picchia, non utilizza oggetti per ferire l’altro, non impone rapporti sessuali, non lascia segni visibili. Eppure non per questo la violenza psicologica è meno dolorosa.
Il maltrattamento psicologico è un comportamento attuato in maniera deliberata al fine di svilire, mortificare e assoggettare l’altro, assumendo una posizione di dominio all’interno della relazione. Chi è sottoposto a tale forma di violenza si trova in una posizione di sottomissione, mentre chi la esercita può ottenere controllo e potere sul partner. 

Ma quali possono essere i principali segnali della violenza psicologica?

  • Continue critiche e svalutazioni. Il maltrattatore psicologico svilisce, umilia l’altro. Le critiche sono continue, quotidiane; possono riguardare le iniziative, i successi, l’aspetto fisico, il lavoro, le abilità del partner. Non siamo di fronte a critiche costruttive, bensì svalutazioni che investono la persona nella sua interezza e che ricorrono a generalizzazioni: “Sei proprio un fallimento”, “Possibile tu non sia mai capace di fare nulla?!”, “Sei sempre distratto/a e inutile”, “Persino un bambino di 3 anni saprebbe fare meglio”…
  • Ridicolizzazione e sarcasmo. Quando il sarcasmo e la derisione vengono usate come mezzo pe denigrare l’altro, generando sentimenti di inferiorità: “Capisco questo possa essere un concetto troppo difficile per te da afferrare”, “Effettivamente sei stato/a proprio bravo/a a bruciare la cena, complimenti!” 
  • Isolamento. In maniera graduale, chi esercita la violenza psicologica, tende ad allontanare il partner dagli affetti e dalle persone care, fa sì che l’altro non abbia modo di frequentare persone esterne, amici o parenti, ottenendo così un maggiore controllo sulla persona. “Ti sembra il caso di vedere quella tua amica/quel tuo amico? Non mi è mai piaciuto”, “Non ti rendi conto che quelle persone ti stanno solo usando? Non dovresti dargli tutto quello spazio”…
  • Minacce. Il maltrattatore può minacciare l’altra persona di mettere in atto ripercussioni qualora non soddisfi le sue richieste o non si mostri accondiscendente. Le minacce possono essere rivolte sia direttamente al partner che alla famiglia, rendendo più difficile alla vittima l’interrompere la spirale di soprusi per timore “Me la pagherai”, “Vedrai che te ne farò pentire”…

Purtroppo, questi atteggiamenti, nella maggioranza dei casi, non sono da subito evidenti.
Spesso si insinuano un poco alla volta all’interno della relazione, in modo strisciante, come un rivolo d’acqua che pian piano penetra nella roccia, la plasma, crea la sua strada. Solitamente è difficile accorgersene, tanto più che la violenza è attuata da quella persona che tanto si è mostrata attenta, amorevole, che ci ha fatto sentire visti e accolti. Forse sta proprio qui l’inganno maggiore, la più insidiosa trappola e la fonte di maggiore sofferenza: chi perpetua il maltrattamento è proprio la persona in cui si ricerca protezione e amore, ma non solo, è la stessa persona che a volte ha regalato qualche briciola di affetto e qualche barlume di attenzione.

Il problema è proprio che, nella vita quotidiana, non è possibile categorizzare ciò che ci circonda in “buono” o “cattivo”, “giusto”  o “sbagliato”; pertanto anche le relazioni tossiche non paiono fin da subito identificabili. Ci si trova avvinghiati tra le loro spire quasi all’improvviso, dopo l’ennesimo insulto, l’ennesima minaccia. 

Ma come mai è così difficile accorgersene? 

Le relazioni tossiche sono caratterizzate da una forte ambivalenza. Entrambi i partner coinvolti, sia l’abusante che chi subisce l’abuso, si alternano, assumendo di volta in volta tre ruoli diversi (Verardo, 2020):

  • Persecutore
  • Vittima 
  • Salvatore 

Chi maltratta…

  • È il persecutore nel momento in cui attacca, umilia, disprezza l’altro 
  • È la vittima nel momento in cui chiede perdono, piange, chiede scusa e promette di non farlo più, giura che per amore cambierà, implorando il partner di non lasciarlo: “Ti prego aiutami a cambiare, a diventare una persona migliore”, “Agisco così perché sto tanto male”, “Sono distrutto/a, non abbandonarmi anche tu, solo tu puoi salvarmi”
  • È il salvatore nel momento in cui cessa di essere violento/a ed elargisce cura, attenzioni, si mostra tenero e affettuoso con il partner, andando a lenirne il dolore 

Chi subisce la violenza psicologica…

  • È la vittima nel momento in cui viene maltrattato, denigrato, aggredito 
  • È il persecutore nel momento in cui l’abusante attribuisce lui/lei la responsabilità del suo comportamento violento con frasi come “Sei tu che mi fai andare fuori di testa”, “è colpa tua se ho reazioni così violente, non mi era mai successo prima”, “Se solo tu mi amassi e mi interessassi a me non mi arrabbierei così tanto”
  • È il salvatore nel momento in cui l’abusante chiede aiuto, piange, si dispera per i comportamenti messi in atto e lui si sente l’unico che può aiutarlo  

Ecco che in questa danza disfunzionale si continua a perpetuare il così detto “triangolo drammatico” (Liotti & Farina, 2011) di cui abbiamo parlato nell’articolo “Attaccamento disorganizzato: quando il bisogno d’amore ci fa sentire in pericolo”.  Per la vittima diviene sempre più difficile sganciarsi, anche perché ogni ferita inferta attiva il bisogno di riparazione, di comprensione e sintonizzazione, bisogno che viene appagato dal maltrattante quando cessa il comportamento violento. 

Fattori che rendono ancor più difficile per chi subisce la violenza interrompere le dinamiche disfunzionali:

  • Annientamento dell’autostima. La violenza psicologica agisce a livello identitario, logorando lentamente e inesorabilmente la fiducia in se stessi. Ci si mette in dubbio, ci si sente sempre più delle nullità, immeritevoli di amore e rispetto. Ecco che si diventa così sempre più dipendenti dall’abusante, l’unica persona che di tanto in tanto fornisce attenzioni. 
  • Negazione o minimizzazione delle condotte da parte dell’abusante. Chi perpetua la violenza può arrivare a negare la sua aggressività o affermare che chi subisce sta esagerando: “Suvvia, te la prendi per nulla!” “Stavo solo scherzando, non te la sarai presa?!”. La vittima arriva così a mettere in discussione il suo punto di vista, il suo vissuto, dubitando persino delle sue sensazioni 
  • Convinzione di meritarselo. La vittima si persuade di essere lei la colpevole dei maltrattamenti
  • Vergogna. Nel momento in cui mette a fuoco le dinamiche relazionali, chi subisce maltrattamento psicologico può vergognarsi di chiedere aiuto e di raccontare ciò che sta vivendo.

Cosa è bene tenere a mente…

  • All’interno di una relazione sana, funzionale e appagante nessuno ha il diritto di sminuire, controllare, dominare l’altro. Un rapporto sano prevede reciprocità, ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione in modo assertivo e costruttivo, senza che una parte prevarichi sull’altra. 
  • Il rispetto è un presupposto imprescindibile e le prese in giro irrispettose del vissuto e delle emozioni del partner non sono semplici “scherzi”. Nelle relazioni equilibrate è fondamentale considerare l’impatto che le nostre parole possono avere sull’altro. Se uno dei membri della coppia non mostra interesse verso il vissuto del partner o non si preoccupa di calibrare la comunicazione in modo da non ferirlo, allora non siamo di fronte ad un’interazione sana. 
  • Chi maltratta ha bisogno di aiuto, ma di un aiuto mirato, professionale, non può essere il partner a “salvarlo”. Non basteranno le attenzioni e non sarà sufficiente fare tutto ciò che chiede, essere accondiscendenti. 
  • Se si è vittime di maltrattamenti psicologici si ha il diritto e il dovere di chiedere supporto e aiuto, di tutelarsi. Se l’altro trascura o calpesta i nostri bisogni emotivi, siamo noi a doverli difendere. Non è possibile cambiare il proprio aggressore, non è possibile ottenere (se l’abusante non è disposto a farsi aiutare e cambiare) ottenere  amore “sano” all’interno di quella relazione, ma è possibile cambiare le proprie reazioni e operare scelte che permettano di muoverci verso un maggiore benessere e amore verso di sé. 

BIBLIOGRAFIA

Liotti, G., Farina, B. (2011). Sviluppi Traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina Editore

Verardo, A.– Workshop (2020): “Il legame di attaccamento nelle relazioni sentimentali. Il protocollo EMDR nel trattamento della crisi di coppia”. Associazione EMDR Italia

 

Articolo scritto dalla dott.ssa Verdiana Valagussa psicologa e psicoterapeuta

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