Perfezionismo ed evitamento: come immagini una persona perfezionista? Come, invece, descriveresti una persona che tende ad evitare gli adempimenti, i problemi o le situazioni “più faticose”?

Spesso tendiamo a rappresentarci i costrutti psicologici in modo ben definito. La persona molto perfezionista è colui che è dedita al lavoro, molto performante, che tende a fare tutto bene, a raggiungere non solo i massimi risultati ma anche con precisione e puntualità. Al contrario, spesso chi evita viene definito come “il pigro”, colui che “è bravo ma non si applica”, che ha poca voglia di fare e non vuole fare fatica.

Molto spesso queste idee sono riduzioniste e ci permettono di dare una valutazione superficiale.

Cosa si intende per perfezionismo?

È identificabile come la tendenza a richiedere da sé e dagli altri un’ottima performance, anche maggiore rispetto alla richiesta oggettiva data dalla situazione.

Questo atteggiamento, facendo aumentare sempre di più la richiesta verso sé stessi, può portare a ipercriticismo e all’aumento dell’ansia (Hamacheck, 1978).

Tipologie di perfezionismo

Non bisogna identificare tale costrutto come necessariamente negativo: bisogna differenziare il perfezionismo patologico da un perfezionismo normale.

Il perfezionismo normale si identifica con il desiderio di fare le cose bene all’interno del quale l’errore non è visto in modo catastrofico ma al contrario come motivo di crescita, quindi il giudizio dell’altro acquista un valore relativo. Al contrario, nel perfezionismo patologico vi è una forte paura del fallimento, un maggior focus sugli errori piuttosto che sui risultati raggiunti e la tendenza a credere che l’approvazione degli altri dipenda dalla propria performance e dal raggiungimento di standard elevati.

Perfezionismo e disturbi alimentari

Il perfezionismo è transdiagnostico, è quindi un aspetto chiave che sottende a diversi tipi di disturbi psicopatologici. È un fattore presente nei Disturbi Ossessivi Compulsivi, dove molti pazienti dichiarano di aver bisogno di perfezione (Goodman et al. 1989) e compiono numerosi sforzi nel tentativo di avere controllo.

Sicuramente tale aspetto è presente nei Disturbi Alimentari, maggiormente nell’Anoressia Nervosa. L’insoddisfazione corporea e la ricerca di perfezione sono tipici di questo disturbo e spesso quest’ultimo lo mantiene ed alimenta.

Safran, Cooper e Fairbun (1999) inoltre, hanno avanzato una definizione cognitivo comportamentale del perfezionismo descrivendolo come: “l’eccessiva dipendenza della valutazione di sé dalla risoluta ricerca di standard personali particolarmente esigenti ed auto-imposti in almeno un dominio altamente saliente, nonostante le conseguenze avverse”. Tra le conseguenze avverse inseriscono la depressione, l’ansia, l’isolamento sociale, l’insonnia, la ridotta concentrazione etc.

Come possiamo gestire un alto perfezionismo?

Le alte richieste di perfezione che poniamo a noi stessi portano a uno stato ansioso e spesso, a seguito di numerose autocritiche e invalidazioni, a uno stato depressivo.

Solitamente per arrivare a standard alti si cerca di applicare un alto controllo e livello di rigidità. Ad esempio, cerchiamo di studiare di più, di rivedere più volte il lavoro che dobbiamo consegnare, di impegnarci allo sfinimento in qualcosa.

Perfezionismo ed evitamento

Tuttavia, chi ha un perfezionismo patologico può ricorrere anche a una strategia alternativa: l’evitamento. Infatti, per il rischio di non raggiungere gli standard elevati che ci si prefigge si potrebbe decidere di non esporsi e di “rinunciare”.

Ad esempio, all’interno del percorso universitario, un soggetto con perfezionismo patologico potrebbe procrastinare lo studio, evitare di fare gli esami che gli piacciono maggiormente, di richiedere la tesi al professore che stima maggiormente oppure procrastinare la scelta di studio specialistico proprio perchè non vuole mettersi alla prova e la possibilità di non raggiungere le sue alte richieste.

Cosa si intende per evitamento?

Evitare, o procrastinare, è una strategia messa in atto per allontanarsi dalla situazione temuta, cioè eventi che suscitano emozioni negative quando si affrontano. Questa strategia fa sperimentare un immediato sollievo, tuttavia, se è troppo rigida, può risultare svantaggiosa: infatti, se rimando il momento dello studio, inizialmente mi sento meglio, ma nel tempo potrei arrivare impreparato all’esame (Sassaroli et al., 2006).

 

Come intervenire?

Il trattamento cognitivo comportamentale risulta un approccio molto efficace nella cura dei disturbi d’ansia e nel lavoro sul perfezionismo patologico. Tale approccio permetterà inoltre di cogliere la correlazione sottile tra tali fattori e i comportamenti che vengono messi in atto, come l’evitamento. 

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Dott.ssa Giada Sera – Psicologa Psicoterapeuta

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