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Atelofobia: la Paura di non essere abbastanza

Articolo di Elisa Bezze

4 Ott 22

In psicologia esiste una definizione specifica per definire la preoccupazione di “non sentirsi abbastanza”: si tratta dell’atelofobia.

L’etimologia di “atelofobia” deriva dal greco atelophobia, una parola composta da atelés (che significa imperfetto, incompleto) e phóbos (paura, fobia) e rappresenta la paura dell’imperfezione.

Si tratta di un disturbo ansioso definibile come persistente ed eccessivo timore di non essere abbastanza, di fare qualcosa di sbagliato ed irrimediabile, di essere imperfetto su qualsiasi aspetto della propria vita.

 La persona atelofobica è sempre preoccupata dal fatto che, qualsiasi cosa faccia:

  • non sia giusta;
  • presenti degli errori con conseguenze disastrose;
  • non sia perfetta.

Le persone che soffrono di atelofobia presentano: impotenza, ansia, vergogna, paura di sbagliare, rifiuto delle sfide, perdita di controllo, rabbia, irritabilità, mancanza di concentrazione, paura del rifiuto e comportamenti volti ad evitare le situazioni stressogene. Si verificano, in associazione, anche sintomi fisici come eccessiva sudorazione, iperventilazione e sensazione di soffocamento, aumento del battito cardiaco e palpitazioni, mal di testa, tensioni muscolari, nausea, secchezza delle fauci, tremori e disturbi del sonno.

Un atelofobico, di solito, si pone obiettivi irrealistici che poi evita di intraprendere o di portare a termine. Parla ossessivamente degli errori che ha commesso in passato e di quelli che potrebbero commettere in futuro, facendo emergere una certa mania del controllo che lo paralizza a tal punto da “immobilizzarlo” e provocare, in certi casi, anche attacchi di panico. 

 Le frasi tipiche possono essere:

  • “non posso permettermi di sbagliare”;
  • “ci saranno delle conseguenze gravissime per la mia incapacità”;
  • “non ho speranze di arrivare dove voglio”;
  • “qualcosa ostacolerà sicuramente il mio cammino, indipendentemente dalla mia volontà”.

Fare una telefonata, scrivere una mail o parlare di fronte a un gruppo, sono compiti che possono diventare difficoltosi, o persino impossibili, per chi soffre di atelofobia. Questi soggetti non si mettono mai in competizione con gli altri, convinti a priori di non avere mezzi per poter riuscire nei propri obiettivi e, sentendosi sempre svalutati, arrivano a non sentirsi all’altezza sul lavoro, rifiutando incarichi lavorativi e aumenti di livello. Ciò provoca la ripetizione dello stesso compito alla ricerca della perfezione e a scapito della propria produttività e creatività. Così facendo, la persona atelofobica viene enormemente penalizzata, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a una “paralisi” che può condurre alla perdita del lavoro.

Chi soffre di atelofobia implicitamente aspira alla perfezione ma, essendo questo un obiettivo irraggiungibile, si sperimenta costantemente come inefficace, inutile, fallimentare, schiacciato dal peso e dall’ineluttabilità del pensiero della propria imperfezione e inadeguatezza. Con il passare del tempo, si sviluppano bassa autostima e depressione, dovute all’enorme divario tra le proprie aspettative su di sé e la realtà sperimentata. Oltre alla depressione, il disturbo può presentarsi in associazione al disturbo ossessivo-compulsivo e alla dipendenza da sostanze.

Le cause che possono convergere nello sviluppo di questo disturbo sono:

  • la predisposizione genetica;
  • l’aver subito un evento traumatico (generalmente i primi segnali di tale disturbo si mostrano nell’infanzia o adolescenza).

Gli atelofobici possono aver fatto esperienze con genitori o insegnanti molto severi e richiedenti, con aspettative elevate e la pretesa della perfezione. Questo potrebbe spiegare la paura del fallimento, il pensiero ricorrente di non essere abbastanza bravi e meritevoli, il valore “vitale” che la perfezione assume per questi soggetti e la bassa autostima nelle relazioni sentimentali, rendendo le personalità ipersensibili alle critiche, molto attente alle opinioni degli altri e inclini al giudizio.

La psicoterapia può rappresentare un valido aiuto per affiancare e sostenere il soggetto su diversi fronti. Sarà importante:

  • familiarizzare con l’imperfezione (intesa come caratteristica umana ineliminabile) per poterne ridimensionare l’impatto sul soggetto;
  • esplorare il significato profondo che la perfezione riveste, a quale parte vitale è collegata e quale funzione passata, probabilmente protettiva, può aver risposto per scatenare la reazione atelofobica.

Curare l’atelofobia è possibile, lavorando sulla consapevolezza che sono proprio i nostri limiti a rendere ancora più straordinarie le nostre capacità e che il benessere sta in ciò che è meglio per noi, piuttosto che nella perfezione.

Articolo a cura della dott.ssa Elisa Bezze psicologa e psicoterapeuta presso la sede di Saronno

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