di Simone Sottocorno

COS’E’ IL TRAUMA

Nel DSM-V viene definito come “evento traumatico” (cioè critico) una situazione in cui il soggetto ha provato, assistito o si è trovato di fronte ad un evento potenzialmente mortale, con effettivo pericolo di morte o di riportare gravi ferite, oppure ha dovuto fronteggiare una minaccia alla propria integrità fisica o a quella degli altri. La risposta del soggetto all’evento comprende paura, vulnerabilità o orrore intensi (“Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – V Edizione”, American Psychiatric Association, R. Cortina Ed., 2014). Si tratta di una situazione che si connota come improvvisa ed inaspettata, in grado di elicitare nel soggetto un senso di impotenza dovuto alla percezione di una mancanza di controllo sull’evento stesso e nel quale si sperimenta un sentimento intenso di minaccia alla propria incolumità, che permangono anche dopo che l’evento è terminato. 

La risposta dell’organismo alla percezione di una minaccia è definita “risposta da stress” ed implica uno stato di eccitazione fisiologica chiamato arousal (attivazione del Sistema Nervoso Autonomo) e di eccitazione psicologica (emozioni intense di paura e dolore, senso di vulnerabilità, senso di perdita del controllo). Alcune situazioni particolarmente stressanti, e quindi potenzialmente traumatiche, possono essere rappresentate ad esempio dalla perdita improvvisa di una persona cara, da violenze subite, da abusi, dal vivere gravi incidenti, dal fare esperienza di calamità naturali, ma anche dalla perdita di un lavoro o da un divorzio. 

E’ ad oggi opinione diffusa nella comunità scientifica che i traumi possano talvolta riguardare anche esperienze molto comuni, ma che possono incidere in modo particolare sull’immagine che si ha di se stessi, a partire dal senso di valore personale, di sicurezza e sull’autoefficacia percepita (D’Ambrosio C., 2004). Tali circostanze riguardano tipicamente esperienze di trascuratezza da parte delle figure parentali, oppure l’essere stati esposti ad ambienti famigliari altamente conflittuali e caratterizzati da elevati tassi di aggressività espressa (verbale o fisica), oppure aver subìto la rottura di un legame affettivo importante, o ancora essere stati vittime di atti di bullismo (Annese P. M. et al., 2004). Questi accadimenti, di cui spesso nella vita adulta si mantengono solo vaghi ricordi, possono contribuire al successivo sviluppo di alcune condizioni cliniche piuttosto comuni quali attacchi di panico, depressione, somatizzazioni, oppure ad un più generale e diffuso senso di insoddisfazione o di solitudine e abbandono, ma anche ad una maggiore reattività emotiva, senso di nervosismo ed agitazione costante.

DISTURBO DA STRESS POST-TRAUMATICO: I FATTORI DI RISCHIO

A fronte di uno o più eventi traumatici vissuti dal soggetto è possibile individuare tre ordini di fattori di rischio per lo sviluppo del Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT), o Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) tradotto in inglese (Cheli M., 2012). 

Innanzitutto esistono i cosiddetti fattori di rischio pre-traumatici, che consistono in: 

  • Precoce età dell’individuo al momento dell’esposizione all’evento traumatico (fino ai 16 anni d’età si considera una fase di sviluppo “a rischio”); 
  • Avere sperimentato ulteriori esperienze traumatiche precedenti (ad es. esperienze di perdita, lutti complicati, incidenti gravi, etc.); 
  • Essere cresciuti con figure di attaccamento (solitamente i genitori) che avevano problemi emotivi o psichiatrici. Tale circostanza infatti solitamente implica la trasmissione di strategie di regolazione emotiva non efficaci all’elaborazione dell’evento potenzialmente traumatico. 

Esistono inoltre i cosiddetti fattori di rischio peri-traumatici, che sono sostanzialmente ascrivibili a:

  • Ritrovarsi per un lungo tempo all’interno di una situazione di pericolo senza ricevere soccorso; 
  • Tutto ciò che può accadere di negativo all’individuo durante il lasso di tempo in cui si trova nella situazione di elevata attivazione emotiva scatenata dall’evento.

Infine, vi sono fattori di rischio post-traumatici, riconducibili in buona sostanza alla complessità dell’evento/situazione in sé, la quale rende più difficile al soggetto la naturale elaborazione di quanto accaduto (Fernandez I., 2002). 

IL DISTURBO POST-TRAUMATICO COME REAZIONE CRONICA DA STRESS

A seguito dell’evento traumatico l’individuo sperimenta tipicamente una reazione fisiologica di allarme (sensazioni fisiche), uno stato di shock o disorganizzazione mentale (stato cognitivo) ed una reazione emotiva intensa e prolungata. Se tali modificazioni psico-fisiche non si riducono spontaneamente dopo alcuni giorni dall’evento ed i tentativi dell’individuo di affrontarli e comprenderli non si rivelano efficaci – quindi l’individuo non riesce di fatto a giungere all’accettazione dell’evento occorso ed alla risoluzione dell’attivazione emotiva – si può parlare di reazione da “stress post-traumatico”. Tale reazione psico-fisica è costituita da reazioni continue e prolungate ad eventi passati da molto tempo, comportando una compromissione significativa della qualità e delle abitudini di vita del soggetto. Se tali compromissioni durano per un periodo di tempo di almeno sei mesi e costituiscono una differenza significativa rispetto al passato, e non sono spiegati da un’altra condizione medica generale ne dovuti all’effetto di sostanze ne ad altri disturbi, si può parlare allora di Disturbo da Stress Post-Traumatico. Tale disturbo, caratterizzato si è detto da una risposta cronica da stress, si caratterizza per sintomi quali:



  • Rievocazione dell’evento attraverso immagini, pensieri, percezioni ricorrenti e intrusive, incubi notturni, sensazione di rivivere l’esperienza (illusioni, allucinazioni, flashback). Nei bambini questo può esprimersi attraverso giochi ripetitivi in cui vengono espressi temi o aspetti riguardanti il trauma, disegni e/o sogni spaventosi senza un contenuto riconoscibile.
  • Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento: pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi o persone che evocano ricordi legati al trauma.
  • Attenuazione della reattività generale (anestesia emotiva): diminuito interesse per gli altri, senso di distacco e di estraneità, affettività ridotta, sentimenti di diminuzione delle prospettive future, riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività che prima dell’evento procuravano piacere.
  • Aumento dell’attivazione nervosa, con difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi notturni, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme.
  • Reattività fisiologica intensa all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o che assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico (luoghi, odori, persone, etc.). La persona presenta costante ansia e aumento dell’arousal (eccitabilità, non riuscire a stare fermo, tachicardia, etc.)
  • Alterazione delle funzioni cognitive ed emotive: sensazione di tristezza, ansia, difficoltà nella concentrazione, a ricordare episodi significativi legati all’evento traumatico, convinzioni o aspettative negative su se stessi, sugli altri e sul mondo “sono cattivo”, “non ci si può fidare di nessuno”.
  • Irritabilità, scoppi di collera, aggressività, e/o gesti autolesivi

 (DSM-V, 2004). 

IL TRATTAMENTO: TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE ED EMDR

Le linee guida internazionali al trattamento del Disturbo da Stress Post-Traumatico (Forbes D. et al., 2010) suggeriscono come massimamente efficaci il trattamento con Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC), specificatamente attraverso procedure di esposizione (flooding) immaginativa o in vivo, tecniche di rilassamento e ristrutturazione cognitiva ed il trattamento con EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) ovvero desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

L’EMDR è una tecnica terapeutica riconosciuta scientificamente a livello internazionale, che consente di trattare con successo i disturbi causati da esperienze traumatiche, favorendone l’elaborazione dei ricordi (cognitivi, emotivi e sensoriali) attraverso la stimolazione di un processo neurofisiologico adattivo ed innato (Adaptive Information Processing) del nostro sistema nervoso centrale, in grado di modificare i circuiti neurali responsabili dei sintomi connessi al ricordo del trauma attraverso stimolazioni bilaterali visive o tattili (Gunter R. W. et al., 2009).  

Si può descrivere il meccanismo d’azione dell’EMDR altresì come un processo di desensibilizzazione dei ricordi disturbanti, che perdono gradualmente la propria connotazione spiacevole: il ricordo spesso si modifica nel contenuto e nella forma con cui veniva inizialmente rievocato ed i pensieri intrusivi generalmente si riducono o cessano del tutto, così come le sensazioni fisiche e le reazioni emotive intense ed automatiche.

Ad oggi esistono quindi risposte terapeutiche efficaci al Disturbo da Stress Post-Traumatico, che tipicamente nel caso di traumi singoli richiedono trattamenti di breve durata, mentre laddove siano presenti cosiddetti traumi complessi cioè microtraumi ripetuti nel tempo, le tempistiche di trattamento possono richiedere un numero maggiore di sedute, sebbene la prognosi sia comunque fausta. 

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • American Psychiatric Association, 2014, “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – V Edizione”, R. Cortina Ed., Milano; 

  • Annese P.M., Bossini L., Calossi S., Castrogiovanni P., Lombardelli A., Pieraccini F., Traverso S., 2004, “Il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Rapporti tra life events e patologia psichiatrica”, 215-238;

  • Cheli M., Camperi M. et al., 2012 “Esperienze traumatiche in età evolutiva e fattori di rischio familiari: un’indagine sugli esiti nello sviluppo”, Maltrattamento e Abuso all’infanzia, F. Angeli Ed; 

  • D’Ambrosio C., 2004, “Psicologia delle punizioni fisiche. I danni delle relazioni educative aggressive” Ed. Erickson, Trento;

  • Fernandez I., 2002, “I disturbi post-traumatici da stress. Fattori di rischio, aspetti diagnostici e trattamento con l’EMDR”, Link – Rivista Scientifica di Psicologia, Dic. 02, AUPI; 

  • Forbes D., Creamer M. et al, 2010, “A guide to guidelines for the treatment of PTSD and related conditions”, Journal of Traumatic Stress, Wiley; 

  • Gunter R. W. et al., 2009, “EMDR works… But how? Recent progress in the search for treatment mechanisms”, Journal of EMDR Practice and Research, 3(3), 161 – 168. 

 

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