“Se non sai gestire le emozioni, le emozioni gestiranno te.”

  • Doc Childre e Deborah Rozman –

IL FALLIMENTO NELLA REGOLAZIONE DELLE PROPRIE EMOZIONI

La disregolazione emotiva consiste in una difficoltà individuale nel riportare lo stato di arousal (cioè di attivazione emotiva) entro livelli ottimali; il range di attivazione entro il quale l’intensità dell’emozione è sufficientemente regolata prende il nome di “finestra di tolleranza”.

La finestra di tolleranza consiste in uno stato di attivazione fisiologica, frutto di una buona regolazione emotiva, all’interno del quale ci sentiamo al sicuro e possiamo pensare e sentire emozioni allo stesso tempo, quindi agire in modo funzionale.

Quando l’intensità dello stato emotivo eccede questa finestra la persona non riesce a ragionare in maniera lucida e critica, poiché tali funzioni cognitive non sono pienamente accessibili ed è completamente travolta dall’emozione: le regioni cerebrali della corteccia frontale e prefrontale deputate anche all’analisi delle informazioni, al ragionamento ed alla pianificazione, vengono bypassate a vantaggio di una iper-attivazione di regioni cerebrali filogeneticamente più primitive, sotto-corticali, afferenti al sistema limbico e direttamente connesse attraverso circuiti preferenziali ad aree deputate al movimento e funzionali ad organizzare rapidamente comportamenti di attacco o fuga, al fine di garantire la sopravvivenza dell’organismo. La corteccia è “tagliata fuori”, tutto è emozione ed azione.

Nel caso di molti disturbi psicologici si riscontra che la finestra di tolleranza dell’individuo può essere molto ridotta e quindi rendere rapidissimo il passaggio da uno stato di bassa attivazione fisiologica (sentimenti di vuoto, tristezza, rallentamento cognitivo, vergogna e disperazione) ad uno invece di alta attivazione (stato di all’erta, incubi, estrema diffidenza, irritabilità, comportamenti distruttivi), senza che vi sia alcuna possibilità di regolazione. Altresì, ci possono essere difficoltà individuali a realizzare strategie funzionali al riportare lo stato di attivazione fisiologica all’interno della finestra di tolleranza, sia nel caso si sia realizzata una ipo-attivazione che una iper-attivazione fisiologica. Infine, spesso il soggetto difetta nel riconoscimento dei propri stati emotivi, fatto che impedisce alla base di regolarli in maniera efficacie.

Per una regolazione emotiva efficacie è infatti necessario:

  • Essere disponibili a sperimentare stati emotivi sia positivi che negativi;
  • Essere in grado di discriminare, riconoscere ed essere consapevoli delle proprie emozioni e sentimenti;
  • Essere in grado di perseguire i propri obiettivi/scopi anche a fronte di stati d’animo spiacevoli ed in assenza di gratificazioni immediate;
  • Utilizzare strategie di regolazione degli stati emotivi adattive rispetto al contesto ambientale e relazionale contingente.

Come suggerito dalla teoria dell’attaccamento di J. Bowlby (J. Bowlby, 1989), la capacità di regolare i propri stati emotivi interni viene appresa durante l’infanzia grazie al legame con coloro che ci hanno accudito, definiti “figure di attaccamento”. Impariamo a calmarci da soli perché qualcuno ci ha calmato in passato, impariamo a tirarci su il morale perché qualcuno ha saputo farci sorridere quando eravamo tristi.

La qualità di questo legame così edificante del Sé di un individuo ha effetti significativi sullo sviluppo delle capacità di regolazione emotiva: una madre (tipicamente la FdA privilegiata) in grado di regolare adeguatamente i propri stati interni favorirà nel figlio l’acquisizione della medesima competenza; analogamente, una madre emotivamente disregolata rappresenterà un fattore di rischio per il bambino rispetto all’acquisizione di una buona capacità di regolazione emotiva (come in presenza di un attaccamento disorganizzato).

Se a fronte dei segnali di stress emessi dal bambino la madre risponde con ostilità, rabbia o ansia, il piccolo si adatterà attivando strategie di attaccamento insicuro (ambivalente o evitante) e non interiorizzerà progressivamente la capacità di regolare autonomamente i propri stati di arousal, ma anzi risulterà maggiormente eccitabile rispetto alla norma per quanto riguarda ad esempio la rabbia, l’ansia o il senso di solitudine. Analogamente può avvenire nel corso dell’intero sviluppo, ad esempio relativamente alla vergogna o alla tristezza. 

IL CONCETTO DI “AGENCY”

disregolazione emotivaUn fattore che spesso fa soffrire le persone con difficoltà emotive è che, implicitamente alle emozioni che sfuggono al controllo cosciente, c’è una rappresentazione di sé come incapace, inadeguato. Tale impossibilità nell’accedere efficacemente a risorse interne per regolare gli stati mentali in termini comportamentali, emotivi e cognitivi si può definire come una mancanza nella funzione di agency (in italiano “agentività”) .

Chi soffre di insonnia  e trascorre l’intera nottata a rimuginare ha poca agency, così come colui che al termine di ogni giornata lavorativa abusa di alcolici per stordirsi e gestire lo stress; anche coloro che tendono ad eclissarsi dietro ai propri sensi di colpa, alla vergogna o qualsiasi altra emozione. Il risultato è un’inondazione di dolore.

COME AGIRE SULLA DISREGOLAZIONE EMOTIVA

Di fronte alla necessità clinica di intervenire su questo genere di problematica, trasversale a molti disturbi psicologici (dal Disturbo da Attacchi di Panico , al Disturbo Borderline di Personalità , alla Psicosi, ai Disturbi dell’Umore ), intervengono differenti strategie terapeutiche, specifiche a seconda dello stato emotivo che si desidera regolare.

Prendiamo ad esempio alcuni interventi utili nel caso in cui il problema sia una disregolazione della rabbia (una delle emozioni di base, spesso presente in modo problematico nei Disturbi di Personalità):

  • Interventi Comportamentali: acquisizione di nuove modalità di gestione di Sé attraverso un piano di azione preciso e strutturato, che preveda ad esempio l’allontanamento dalla situazione stressante fino a quando l’attivazione emotiva non sia rientrata all’interno della finestra di tolleranza, oppure lo sfogo della tensione muscolare in maniera non distruttiva (salire e scendere le scale di corsa, oppure fare delle flessioni), o anche l’utilizzo di acqua ghiacciata per raffreddare il viso (questo ha un effetto fisiologico immediato sul sistema nervoso autonomo, favorendone l’attivazione della componente parasimpatica);
  • Interventi Corporei: un training di rilassamento può promuovere una minore reattività emotiva di base, ampliando di fatto la finestra di tolleranza, attraverso la realizzazione di un rilassamento muscolare incompatibile con uno stato di iper-arousal;
  • Interventi Chimici: l’utilizzo di una farmacoterapia può riequilibrare i livelli neurochimici alterati, favorendo una migliore stabilità emotiva ed una generale riduzione dello stato di attivazione fisiologica;
  • Interventi Cognitivi: alcuni interventi come l’ABC, la disputa socratica e la moviola agiscono favorendo una ricategorizzazione cognitiva dei contenuti disfunzionali di pensiero, promuovendo capacità critica, razionalità e possibilità di esplicitare i collegamenti tra le proprie rappresentazioni mentali e le reazioni emotive. Interventi che agiscono invece sui processi di pensiero sono invece la Mindfulness  e la Terapia Metacognitiva (Wells A., 2018), efficaci nel ridurre significativamente la tendenza al rimuginio ed alla ruminazione.

Quando la regolazione emotiva è un problema e l’individuo – perché scarsamente o per nulla consapevole delle proprie difficoltà psicologiche – ricerca soluzioni fai-da-te al fine di trovare sollievo da stati di vuoto o angoscia disregolati, ansia e rabbia disfunzionali, si generano nel tempo problematiche secondarie e di fatto si mantengono o peggiorano le proprie difficoltà emotive di base. Le modalità adottate, spesso intuitivamente, per intervenire in maniera autonoma sul problema ricalcano le aree sopradescritte entro cui sono applicati gli efficaci interventi psicoterapici. Si osserva che gli individui ricorrono frequentemente a:

  • Strategie Disfunzionali Comportamentali: agire comportamenti eteroaggressivi, scaricando la propria collera su altre persone, o anche avere promiscuità sessuale;
  • Strategie Disfunzionali Corporee: attuare comportamenti autolesivi e abbuffate di cibo al fine di regolare sentimenti di vuoto o angoscia
  • Strategie Disfunzionali Chimiche: utilizzare sostanze stupefacenti o alcool per lisare stati ansiosi o sentimenti depressivi;
  • Strategie Disfunzionali Cognitive: ricorrere ad un processo mentale rimuginatorio per gestire l’ansia.

UN APPROFONDIMENTO SUI MECCANISMI D’AZIONE DELLE TECNICHE COGNITIVE

LA RICATEGORIZZAZIONE COGNITIVA

Secondo gli studiosi J. J. Gross e R. A. Thompson (2007) la ricategorizzazione cognitiva genera un reale cambiamento nella capacità di regolazione dell’individuo se tale modalità di ragionamento viene interiorizzata ed utilizzata autonomamente nel corso del tempo. Nel momento in cui l’individuo modifica la propria significazione dell’evento, che inizialmente ad esempio può essere di carattere persecutorio, attraverso il dialogo aperto e strategicamente orientato dal terapeuta approda ad una rappresentazione più complessa, razionale ed articolata di Sé, dell’altro e della relazione con l’altro. Questo nuovo assetto rappresentazionale prepara a sua volta ad una nuova modulazione della risposta fisiologica e comportamentale connessa con l’evento oggetto di discussione, rimandando ad una differente espressione o repressione dell’emozione.

LA MINDFULNESS

La pratica meditativa della Mindfulness rimanda invece al concetto di “ripercezione” (Shapiro S. L. et al., 2006), che invita ad osservare gli eventi con curiosità anziché immergerci completamente in essi. Tale atteggiamento curioso si concretizza in un’intenzione ad esplorare l’esperienza vissuta e non necessariamente all’autoregolazione, dirigendo l’attenzione verso l’interno di se stessi ed anche all’esterno, momento dopo momento, in maniera non giudicante e non interpretativa, lasciando scorrere le cose per quello che sono. Tale atteggiamento pone l’individuo in una posizione agentiva (con riferimento al concetto di agency) perché il cambiamento nella capacità di regolazione emotiva si realizza qui attraverso una osservazione attiva e soggettiva della propria esperienza, accettando le proprie emozioni e non agendo sulla base di esse (R. Chambers, E. Gullone, N.B. Allen, 2009).

LA DIALECTICAL BEHAVIOURAL THERAPY (DBT)

Accettare la sofferenza rappresenta una postura in grado di consentirci di non essere sopraffatti dalle emozioni negative così come dall’impulsività, cioè dalla tendenza all’agito, che spesso peggiora il nostro dolore. Accettare la sofferenza è quindi uno scopo importante nella vita di qualsiasi individuo e soprattutto di chi, nel momento in cui provi emozioni intense e spiacevoli, tende ad agire impulsivamente, finendo per peggiorare di fatto situazioni che in quel momento sono già di per se stesse dolorose. Il dolore e la sofferenza fanno naturalmente parte dell’esistenza umana e per questo sono ineliminabili.

Marsha Linehan, specializzata nel trattamento di pazienti con Disturbo Borderline di Personalità, ha ampiamente analizzato questo tema ed ideato un programma di allenamento di alcune competenze di base che prende il nome di Dialectical Behavioural Therapy (DBT), che si è dimostrato particolarmente efficacie nel trattamento di queste problematiche (Linehan M., 2017). Durante questo training Linehan presenta il tema dell’accettazione della realtà quando gli eventi risultano dolorosi e non possono essere cambiati. L’accettazione della realtà consente di vivere una vita presente migliore di quella che si vivrebbe continuando ad ostinarsi nel voler modificare tale realtà; è necessario smettere di combatterla e lasciar andare l’amarezza e la sofferenza. L’accettazione è dunque l’opposto dell’ostinazione. Accettare tuttavia non significa essere passivi di fronte alla realtà, e nemmeno evitare ciò che ci fa soffrire, bensì consiste nel prendere graduale consapevolezza delle proprie emozioni, smettendo di ostinarsi. 

L’ACCEPTANCE AND COMMITTMENT THERAPY (ACT)

Accettare la propria realtà è l’obiettivo fondamentale anche di un altro approccio terapeutico alla sofferenza: l’Acceptance and Committment Therapy (Hayes S. C. et al., 1986). Anche in essa è sostenuta l’idea che la sofferenza faccia parte della vita e non la si possa completamente evitare, pertanto è funzionale incarnare tre principi fondamentali:

  • Accettare l’esperienza e combattere l’evitamento di essa e delle emozioni associate;
  • Praticare la Mindfulness;
  • Impegnarsi a vivere la propria vita in base ai propri valori.

BIBLIOGRAFIA

  • American Psychiatric Association, 2014, “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – V Edizione”, R. Cortina Ed., Milano;
  • Bowlby J., 1989, “Una base sicura”, Raffaello Cortina, Milano;
  • Chambers R., Gullone E., Allen N. B., 2009, “Mindful emotion regulation: an integrative revew”, Clinical Psychology Review;
  • Gross J. J., Thompson R. A., 2007, “Emotion regulation: conceptual foundations”, Psycnet.apa.org;
  • Hayes S. C. et al. 1986, “Rule governed behaviour and sensitivity to changing consequences of responding”, Journal of the Experimental Analysis of Behaviour;
  • Linehan M., 2017, “Introduzione alla DBT. Il trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline”, Raffello Cortina, Milano;
  • Shapiro S. L., Carlson L. E. et al., 2006, “Mechanisms of mindfulness”, Journal of Clinical Psychology;
  • Wells A., 2018, “Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione”, Erikson.

Articolo Scritto dal dott. Simone Sottocorno psicologo e psicoterapeuta

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