L’ESPERIENZA DISSOCIATIVA

 

 

Quello della “dissociazione” è un concetto clinico ancora ad oggi controverso e spesso utilizzato con accezioni differenti dagli stessi professionisti della salute mentale oltre che dai non addetti ai lavori, fatto che contribuisce significativamente ad aumentare la confusione intorno a questo costrutto.

 Per questo motivo, ritengo utile provare a fare un po’ di chiarezza. 

 Comunemente ci si riferisce al temine “dissociazione” per indicare un meccanismo di difesa di tipo psicologico, quindi messo in atto automaticamente dalla nostra psiche, per cui alcuni elementi dei processi mentali rimangono separati, staccati dal resto della nostra coscienza.

 Come suggerisce la definizione “meccanismo di difesa”, la dissociazione è uno (ma ne esistono molteplici) dei processi psicologici innati che si attivano spontaneamente in condizioni di forte stress emotivo, con lo scopo di proteggere la nostra identità personale da contenuti di coscienza percepiti come intollerabili.

 Più in generale si utilizza il termine “dissociazione” anche per descrivere una distorsione, una separazione o una vera e propria perdita dei nessi tra diverse funzioni della coscienza, oppure all’interno di una stessa funzione ma tra elementi distinti: ad esempio si può assistere ad uno scollamento o un’incoerenza fra il pensiero e l’emozione, o fra l’emozione ed il comportamento, o tra la percezione sensoriale ed il pensiero, oppure ancora fra due distinti contenuti di pensiero, e così via.

 Tale condizione si può ritrovare in molti quadri clinici esito di eventi di vita traumatici (ad esempio nel Disturbo Ossessivo Compulsivo, o nel Disturbo da Attacchi di Panico, o nel Disturbo Borderline di Personalità) sotto forma di precisi sintomi quali sono la Derealizzazione (cioè la sensazione di percepire il mondo esterno in maniera distorta), la Depersonalizzazione (cioè la sensazione di percepire un distacco da se stessi) e l’Amnesia Psicogena (cioè la perdita di memoria legata ad eventi traumatici); laddove questi processi mentali si cristallizzano, si generano dei veri e propri disturbi, definiti appunto Disturbi Dissociativi (o DD), costitutivi di un’entità nosografica a se stante; ne è un esempio il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI), condizione clinica in cui l’individuo presenta due o più personalità distinte come esito del fallimento dei processi d’integrazione delle funzioni della memoria, identità e coscienza, associato a gravi traumi (Kluft R. P., 2003).

 Nella sua accezione più “morbida”, di chiara accezione dimensionale piuttosto che categoriale, la dissociazione include anche alcune esperienza di vita quotidiana (Waller N. G. et al, 1996), motivo per cui è possibile parlare di vere e proprie esperienze dissociative, non sintomatiche e per questo non riconducibili a quadri psicopatologici. Ad esempio, a ciascuno di noi è capitato di vivere dei “déjà-vu” (dal francese, “già visto”), cioè di provare un forte senso di famigliarità di fronte ad una situazione del tutto inedita e casuale; ebbene, questo fenomeno che è del tutto comune in quanto dovuto ad un’alterazione transitoria delle funzioni cognitive di attenzione e memoria, è caratterizzato da una vera e propria dissociazione tra memoria, vissuto emotivo e consapevolezza che quanto sta accadendo non sia stato già vissuto.

 Una panoramica esemplificativa delle esperienze dissociative nella vita quotidiana è altresì stata fornita dallo psichiatra scozzese Ronald Laing, il quale ha descritto la dissociazione come:

un’accentuazione dell’insicurezza ontologica comune a tutti gli uomini, per cui anche in circostanze di vita ordinarie, un individuo può sentirsi più irreale che reale, letteralmente più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, così come la sua identità e la sua autonomia sono sempre in questione. Può mancargli la sensazione della continuità temporale; può fargli difetto il senso della propria coerenza o coesione personale. Si può sentire come impalpabile, e incapace di ritenere genuina, buona e di valore la stoffa di cui è fatto. Può sentire il suo Io parzialmente disgiunto dal suo corpo.” (R. Laing, 1969).

 

 LA FUNZIONE DIFENSIVA

Abbiamo quindi definito la dissociazione come un meccanismo di difesa, ora proviamo a descrivere meglio come agisce, in quali occasioni interviene e quali effetti produce.

 Lo scopo della difesa dissociativa è quello di mantenere la mente dell’individuo ben adattata al contesto circostante in risposta ad eventi di vita traumatici, di cui la processazione cosciente ed anche il semplice ricordo provocherebbero nell’individuo un’attivazione emotiva troppo potente ed intollerabilmente angosciante, che pregiudicherebbe la capacità di mantenere una coerenza interna delle proprie rappresentazioni e dei significati personali, nonché la capacità di un adattamento funzionale all’ambiente circostante.

 La mente quindi attraverso questa esclusione del contenuto intollerabile (pensieri, immagini, vissuti emotivi, sensazioni) tenta di proteggere ciò che di massimamente prezioso possiede: il nostro , o anche definito come Identità Personale, cioè il nucleo psicologico della nostra personalità deputato al mantenimento di un senso di continuità e coerenza dell’esperienza di vita, senza il quale non sarebbe di fatto possibile alcuna forma di esperienza cosciente (Guidano V., 1988).

 Quindi, a seguito di un grave trauma vissuto, le immagini ed i percetti esperiti come intollerabili relativi all’evento vengono dissociati e riposti in una zona separata della coscienza. Come succede nel Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT) queste immagini e questi percetti torneranno però a palesarsi nella mente dell’individuo sotto forma ad esempio di immagini intrusive (i cosiddetti flashback) o di stati emotivi intensi e fortemente disturbanti, costringendo il soggetto a ricorrere a strategie di gestione dei sintomi: autolesionismo (Guarda il video), uso di sostanze, altri sintomi. 

uso di sostanze e psicosi

 L’uso di sostanze psicotrope è spesso una strategia utilizzata per generare volontariamente sintomi dissociativi, quali derealizzazione o depersonalizzazione, per modulare stati d’animo spiacevoli, oppure per regolare processi cognitivi disturbanti (rimuginìo, flashback, pensieri intrusivi, ecc..), cioè per stimolare meccanismi di difesa volti al produrre sollievo da sintomi di natura post-traumatica (video sul DSPT) (Compton M., 2017).

I sintomi dissociativi rappresentano l’esito del fallimento della mente nel tenere separati i contenuti di coscienza che non riesce ad integrare (fallimento della funzione metacognitiva di integrazione).

Per usare una metafora, è come se la stiva di una nave (la coscienza) in occasione di un allagamento (il trauma) chiudesse l’acqua in compartimenti stagni (la dissociazione) al fine di evitare che l’intera nave si allaghi e quindi affondi (gravi psicosi).

 

GLI ULTIMI STUDI SULLA DISSOCIAZIONE

 

Lanius e Frewen (2017) descrivono un modello a quattro dimensioni (tempo, pensieri, corpo, emozioni) per descrivere le diverse tipologie di sintomi dissociativi. I due autori sostengono che esista un vero e proprio continuum, cioè una continuità tra l’esperienza dissociativa ed i sintomi di natura post-traumatica, secondo un differente gradiente di dissociazione che determina di fatto la gravità del DSPT.

 

 psicosi

 

 

Secondo gli autori, quindi, a diversi livelli di gravità corrispondono sintomi post-traumatici diversificati; ad esempio per quanto riguarda la dimensione del “tempo” si passa dai semplici pensieri negativi rivolti a se stessi, al sentire voci che provengono da dentro di sé; oppure, relativamente alla dimensione del “corpo”, si passa dal semplice stato di attivazione fisiologica alla depersonalizzazione (cioè la percezione di un senso di distacco dal proprio corpo) oppure ai sintomi da conversione.

Questo modello offre una nuova possibilità di descrivere e quindi trattare il DSPT, anche delineandone dei veri e propri sottotipi clinici.

In generale, le forme della dissociazione che si ritrovano in molteplici disturbi psicologici, essendo chiaramente riconducibili ad esiti di eventi di vita traumatici, giovano di un trattamento psicoterapico incentrato sulla rielaborazione delle esperienze di vita avverse di natura traumatica quale ad esempio l’EMDR , in associazione ad una Terapia Cognitivo-Comportamentale volta alla gestione ed alla risoluzione dei sintomi nel qui ed ora; sono altresì indicati protocolli specifici basati sulla Mindfulness , anche laddove integrati all’interno di modelli terapeutici disturbo-specifici come la Dialectical Behavioural Therapy (DBT) per il Disturbo Borderline di Personalità o l’Acceptance and Committment Therapy (ACT).

BIBLIOGRAFIA

  • Compton M., 2017, “Marijuana e salute mentale”, Edra;
  • Greco F. et al., 2016, “La dissociazione. Fenomenologia clinica, sviluppi psicopatologici e implicazioni per la psicoterapia”, Maddali e Bruni; 
  • Guidano V., 1988, “La complessità del Sé”, Bollati Boringhieri;
  • Kluft R. P., 2003, “Current issues in Dissociative Identity Disorder”, Bridging Eastern and Western Psychiatry, vol. 1, n°1;
  • Laing R., 1969, “L’Io diviso”, pag. 50, Torino, Einaudi;
  • Lanius R., Frewen P., 2017, “La cura del Sé traumatizzato”, Fioriti Editore;
  • Waller N. G. et al., 1996, “Types of dissociation and dissociative types: a taxonometric analysis of dissociative experiences”, Psychological Methods, vol. 1, pag. 300-321.

Scritto dal dott. Simone Sottocorno psicologo psicoterapeuta pressa la sede di Saronno del centro di psicologia Interapia

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