Il benessere psicologico dopo il trapianto di cuore

La salute fisica e la salute mentale, ormai si sa, sono strettamente correlate; ma spesso succede che un evento che ci permette di riacquisire la salute fisica, possa poi influenzare negativamente il benessere psicologico.

E’ il caso del trapianto di cuore, in alcuni casi l’unica soluzione in caso di patologie caridache gravi.

Il trapianto di organi è un intervento chirurgico invasivo e molto delicato, non solo a livello medico ma anche per gli importanti risvolti psicologici.

In Italia dal 2010 al 2015 sono stati eseguiti 1474 trapianti di cuore. Di tutti i pazienti in lista d’attesa, quelli per trapianto di cuore sono il 7.8% : il tempo medio in lista è di 2.8 anni, con una mortalità in lista del 7.2.

Perché un paziente cardiopatico venga inserito in lista d’attesa serve un’accurata valutazione della gravità della patologia, del rischio di vita e della non funzionalità di un diverso trattamento: cardiomiopatia ischemica e dilatativa costituiscono, attualmente, le più comuni indicazioni al trapianto. Il protocollo di inserimento in lista d’attesa prevede anche una valutazione psichiatrica con l’obiettivo di escludere l’esistenza di patologie che possano in qualche modo pregiudicare la collaborazione del paziente alle complesse e impegnative procedure post-operatorie (dipendenze o abuso di alcol e droghe, schizofrenia in fase attiva, storia di numerosi tentativi di suicidio, attuale ideazione suicidaria e demenze).

I pazienti che sopravvivono grazie ad un trapianto di cuore vengono definiti dalla medicina survivors, e si trovano così a dover affrontare lo stress di insolite condizioni di vita.

E’ possibile suddividere in 3 fasi il percorso che porta al trapianto di cuore:

-la prima fase è quella “pre-trapianto”, cioè il momento in cui viene comunicata la diagnosi al paziente e inizia l’attesa dell’organo; in questo periodo le difficoltà maggiori sono legate ai disturbi fisici della malattia cardiologica ingravescente, oltre al senso di incertezza e di minaccia per la vita. Questa condizione è complicata dalla permanenza in lista di attesa, con la duplice prospettiva di morte e di vita, e con l’ansia che l’organo non arrivi in tempo: questo viene descritto da molti pazienti come il periodo più stressante mai sperimentato. Inoltre l’attesa di un organo ed il desiderio di sopravvivenza causano spesso sentimenti di colpa.

E’ proprio per fronteggiare emozioni così forti in modo funzionale che si pone come necessario un intervento di sostegno psicologico e/o di psicoterapia in fase pre- trapianto: per la gestione di sintomi di ansia o depressione, ma anche per aumentare il grado di informazione e di consapevolezza del paziente (e dei familiari) sulla realtà clinica del trapianto di cuore, sulla sua portata e sul programma terapeutico successivo, e di accertarne le motivazioni, sia a livello cognitivo che emotivo.

-la seconda fase è quella “post-trapianto” a breve termine, in cu il paziente si trova ancora ricoverato in terapia intensiva, in condizione di precarietà fisica: i postumi dello shock biologico e dello stress dell’intervento, il dolore, le condizioni di regressione e fragilità psichica, la perdita dei ritmi fisiologici, l’isolamento e la deprivazione sensoriale, rappresentano un periodo di forte sofferenza.

Generalmente, se non si presentano complicazioni post-operatorie, dopo circa una settimana il paziente trapiantato esce dall’UTI per essere seguito nel reparto di cardiologia; in questa fase l’assistenza psicologica assume una più incisiva azione psicoterapeutica, con i seguenti obiettivi: favorire la ripresa dell’autonomia e delle funzioni vitali (sonno, alimentazione); agevolare l’espressione di emozioni e vissuti, sostenere il paziente a livello emotivo e cognitivo durante le possibili complicazioni, favorire comportamenti di accettazione e di compliance, sostenere la comprensione reciproca all’interno della famiglia.

Nella fase immediatamente successiva all’intervento in alcuni pazienti si ha quella che alcuni autori definiscono “luna di miele”, ovvero una sensazione transitoria di rinascita che può assumere le caratteristiche di uno stato di ipomaniacalità: sentimenti di liberazione, di emotività intensa, talora di vera euforia, per essere sopravvissuti, fanno percepire l’evento del trapianto come una rinascita. Anche questa fase non è però libera da cognizioni negative e sintomi disfunzionali al benessere psicologico del paziente: la paura del rigetto, delle complicazioni, del futuro, creano una condizione di incertezza esistenziale. Inoltre in questa fase sono particolarmente attivi pensieri e fantasie sulla persona del donatore, con sentimenti compositi di gratitudine e di colpa.

-la terza fase è relativa all’adattamento nel lungo periodo alle nuove condizioni di vita, periodo in cui gli studi mostrano l’importanza di valutazioni dello stato di salute psicologica (a distanza di 3-6 mesi e poi di un anno) che riguardino la compliance alle cure, il funzionamento dal punto di vista emotivo, familiare, sociale e la percezione della qualità della vita.

Diversamente dalle aspettative comuni, il trapianto d’organo sembra essere ben accettato psicologicamente dai pazienti (soprattutto dalle donne): il 99% di loro considera infatti il nuovo organo come parte integrante del loro corpo.

Con la dimissione però spesso i pazienti si sentono privati della protezione dell’ospedale e sperimentano sentimenti di abbandono e di insicurezza, mentre sono esposti all’ansia di un riadattamento al mondo esterno; sperimentano inoltre delusioni nelle aspettative di “guarigione”, che trasformano l’euforia del periodo post-operatorio in crisi emotive di ansia e di depressione, con la progressiva consapevolezza della propria incertezza esistenziale e della permanenza nella condizione “di malato”.

Per i medici l’obiettivo finale è l’immagine di un paziente in discreto equilibrio fisico-psichico e con buona compliance a terapie e controlli; per i familiari è spesso il desiderio di un ritorno alla vita “di prima”, cioè senza la presenza della malattia; i pazienti invece incontrano numerosi fattori di ostacolo ad una normalizzazione dell’esistenza: si presentano spesso insonnia, ansia e depressione (rigetto, continui controlli medici), effetti collaterlai dei farmaci, nuove abitudini (nutrizione, infezioni, protocolli terapeutici), nuove abitudini di coppia e redifinizione dei ruoli in famiglia.

L’intervento psicologico sui pazienti che sono stati sottoposti al trapianto si sviluppa quindi con due obiettivi: fare prevenzione, attraverso l’assessment psicologico e l’intervento psicoterapeutico precedente all’intervento; favorire il miglioramento della qualità della vita e di prevenzione di complicazioni post-trapianto.

La sintomatologia ansiosa, depressiva e post-traumatica possono essere efficacemente gestite attraverso l’utilizzo della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale; in particolare la metodologia EMDR si è rivelata di successo sui pazienti sopravvissuti ad eventi cardiaci gravi come il trapianto.

Bibliografia

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  • Politi, P.L. (2002). Un punto di vista psicologico sul trapianto cardiaco: fra identità e cambiamento. Psicoanalisi e Metodo. Pavia: La Goliardica Pavese.
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Trapianto di cuore e benessere psicologico
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