L’attacco di panico e la differenza con il Disturbo di Panico

terapia attacchi di panicoCos’è un attacco di panico?

Chi ha provato il panico almeno una volta nella vita, non ha bisogno di definizioni scientifiche, lo sa. Se vogliamo descriverlo a parole, un attacco di panico si ha quando una persona diventa in poco tempo molto spaventata, molto in ansia o molto a disagio, in una situazione in cui la maggior parte delle persone non proverebbe paura. La paura principale è quella di morire o di diventare pazzi.

L’attacco di panico è molto diffuso e molto antico. Si stima che più di una persona su dieci ha sperimentato almeno una volta nella vita un attacco di panico, con percentutali diverse a seconda degli studi e delle variabili prese in considerazione (ad esempio, uno studio italiano ha evidenziato che uno studente su tre ha avuto un attacco di panico nel corso della sua esperienza scolastica). Il panico non è una novità del mondo moderno, fin dai tempi dell’antica Grecia si conosceva questa paura irragionevole che veniva chiamata “agorafobia”, ma solo negli ultimi 20 anni è stato studiato e sono stati elaborati protocolli per trattare il Disturbo in modo efficace.

C’è una distinzione importante da fare: non tutti coloro che hanno avuto un attacco di panico hanno un Disturbo di Panico. Il Disturbo di panico infatti si ha quando la persona ha attacchi di panico frequenti o passa buona parte del suo tempo in preda alla paura di avere un attacco di panico. È la paura della paura.

I sintomi dell’attacco di panico

Durante un attacco di panico si possono avere i seguenti sintomi:

  • Respiro affannoso
  • Aumento del battito cardiaco
  • Paura di morire o perdere il controllo
  • Sensazione di soffocamento
  • Vertigini
  • Sudorazione
  • Formicolio alle mani o ai piedi
  • Sentirsi svenire
  • Nausea
  • Visione annebbiata
  • Aumento della sudorazione
  • Tremori
  • Dolore al torace
  • Sensazione di avere la testa “leggera”
  • paura di impazzire

Il circolo vizioso del Panico

In una persona che soffre di disturbo di panico, l’attacco di panico è il risultato di una interpretazione catastrofica di un evento fisico (come l’aumento del battito cardiaco) o di un evento mentale (avere un leggero stato di accavallamente di pensieri) che vengono considerati segno di un disastro imminente, come un infarto, il diventare pazzo, svenire e via dicendo.

Questa interpretazione porta ad un aumento dell’ansia, che porta ovviamente a un peggioramento dei sintomi iniziali, innescando il circolo vizioso. Ad esempio, una persona può avere un aumento dei battiti cardiaci per svariati motivi, se soffre di Disturbo di Panico può pensare:”Oddio, sto per avere un infarto!”; questo pensiero fa aumentare l’ansia, con la conseguente modficazione corporea: l’aumento dei battiti cardiaci. A questo punto, per la persona è una conferma del pensiero iniziale:”Allora è vero che sto per avere un infarto!”, l’ansia aumenta, il circolo è ormai attivo e si autoalimenta. Non importa qual è la sensazione iniziale che fa scattare il panico, possono essere sensazioni associate a cali fisiologici di zuccheri, cambiamenti nella postura, stanchezza, sbalzi di pressione, e via dicendo, quello che che crea e mantiene il circolo vizioso è il pensiero che la persona fa in quel momento.

I fattori di mantenimento del Disturbo di panico

In particolare, dopo che sono avvenuti i primi attacchi, ci sono tre fattori che contribuiscono a mantenere il disturbo:

  1. l’attenzione selettiva
  2. i comportamenti protettivi
  3. l’evitamento

Una storia zen spiega bene cos’è l‘attenzione selettiva.

Un millepiedi viveva sereno e tranquillo. Finché un rospo un giorno non disse per scherzo:”In che ordine metti i piedi l’uno dietro l’altro?” Il millepiedi incominciò a lambiccarsi il cervello e a fare innumerevoli prove. Il risultato fu che da quel momento non riuscì più a muoversi.

Prestare troppa attenzione ai fenomeni del proprio corpo e mettere il focus della propria attenzione su di essi porta a ingigantire quelle sensazioni che normalmente abbiamo, ma su cui non ci soffermiamo perchè non ci facciamo caso. La persona avverte la sensazione in maniera molto più intensa, predisponendolo in modo maggiore ad attivare il circolo vizioso dell’interpretazione catastrofica.

I comportamenti protettivi sono tutte quelle azioni che mettiamo in pratica per evitare che succeda qualcosa. Il chè va bene, se c’è un perioclo reale o se non abbiamo paura di qualcosa, diventa un problema se l’origine è nella nostra interpretazione erronea della realtà. Il comportamento protettivo è ben spiegato da una storia sufi. Un vicino chiese a Nasrudin:”Perchè spargi il sale intorno alla tua casa?” Nasrudin rispose:”Per tenere lontane le tigri”. “Ma non ci sono tigri in questa zona!”. “Esattamente” replicò Nasrudin.

Continuare a mettere in atto un certo comportamento (sensato o non sensato come nella storia di Nasrudin) non permette di provare quella che è la prova finale: la realtà. Se ogni volta che mi batte forte il cuore mi siedo perchè ho paura che mi verrà un infarto, non sperimenterò mai sulla mia pelle che posso avere un aumento delle pulsazioni cardiache ma non avere alcun infarto.

L’evitamento è collegato ai comportamenti protettivi e consiste nell’evitare le situazioni temute per evitare di sperimentare ansia. In questo caso il focus è sull’evitare di provare l’emozione dell’ansia. L’ansia è un’emozione e in quanto tale va bene provarla, se una persona evita tutte le situazione in cui potrebbe sperimentarla, limita la sua possibilità di scoprire che non porta alla catastrofe.

Il trattamento del Disturbo di Panico

Il programma di trattamento lavora sul circolo vizioso che abbiamo identificato sopra, incentrandosi sul modo di pensare e di reagire della persona che soffre del Disturbo di Panico.

Fondamentalmente, il trattamento è strutturato in quattro fasi.

  1. Durante la prima fase, la persona è accompagnata a scoprire la natura del panico e le modificazioni che provoca nel corpo: come in tutte le cose, conoscere qualcosa è il primo passo per combatterla. Inoltre, molte volte le persone scoprono che il diavolo è meno brutto di come lo si dipinge: l’ansia fa stare molto male, comprendendone i meccanismi, la persona ne capisce il funzionamento e l’ansia diminuisce. Molte volte durante l’attacco di panico la persona ha l’impressione di non riuscire a respirare perché le manca l’aria, quando in realtà sta facendo proprio il contrario, ossia respirando troppo. L’iperventilazione è una delle cause principali delle sensazioni del panico.
  2. La seconda fase è incentrata sull’identificare i pensieri che la persona ha prima, dopo e durante l’attacco di panico. Noi pensiamo di essere consapevoli dei nostri pensieri, ma in realtà non è sempre così, abbiamo un insieme di pensieri veloci e automatici di cui facciamo fatica ad accorgerci, ma che ci provocano un forte aumento dell’ansia. Prima si impara a identificare questi pensieri automatici, dopo a metterli in discussione e connfutarli.
  3. La terza fase è dedicata all’esposizione. Dopo aver compreso i sintomi fisici del panico e aver capito i pensieri che provocano l’aumento dell’ansia (e aver scoperto che si reggono su convinzioni erronee), la persona è invitata a esporsi alle situazioni temute. L’esposizione è graduale, in modo che chi soffre del disturbo possa sperimentare progressivamente il nuovo modo di gestire le interpretazioni erronee. Vedendo che nelle situazioni temute non accade niente, la persona inizia ad avere più fiducia nelle proprie capacità, a trovare conferma nel nuovo modo di pensare e, di conseguenza, ad avere meno ansia. In questo modo si attiva un circolo virtuoso opposto al circolo vizioso del panico, in cui la persona sperimenta, grazie alle tecniche acquisite, riesca ad affrontare le situazioni temute con meno ansia, sperimentando così un’ansia minore nelle esperienze successive, rinforzando l’efficacia delle stesse tecniche.
  4. Nella quarta fase si lavora con il paziente sui fattori che portano all’aumento dell’ansia in generale. In questa fase, dopo che si è lavorato a fondo sui contenuti dei pensieri della persona che gerano ansia (“Oddio non riuscirò a controllarmi”), ci si concentra sul processo del pensiero che porta a sperimentare emozioni in modo troppo intenso (come ad esempio focalizzare la propria attenzione su una parte piuttosto che sul tutto).

Per controllare il panico è necessario la pratica e l’impegno. Il successo del trattamento dipende più dalla motivazione a cambiare e dall’impegno che dalla gravità del panico o dall’età della persona.

Perché iniziare un trattamento per gli attacchi di panico

terapia attacchi di panicoIl circolo  è difficile che si interrompa da solo, perché è basato sull’evitamento, che porta sollievo nel breve periodo, ma aggrava il problema nel medio e lungo termine. Un trattamento di psicoterapia cognitiva lavora proprio nel verso contrario dei fattori di mantenimento del disturbo, fornendo alla persona degli strumenti pratici e concreti per affrontare il panico. Anche nel caso una persona soffra il disturbo di panico

Alcune persone che soffrono di Disturbo di Panico da anni pensano che, giunti a una certa età, sia inutile affrontare il disturbo e iniziare il trattamento, che avrebbero dovuto farlo anni prima. Non è vero. Come dice il proverbio cinese:”Qual è il momento migliore per piantare un albero? Vent’anni fa. Qual è il secondo momento migliore per piantare un albero? Ora”. Chiedere aiuto è un atto di coraggio che può portare dei notevoli miglioramenti nella vita delle persone che soffrono di attacchi panico.

Il panico è molto invalidante per la persona che lo prova, i Centri InTerapia aiutano le persone che soffrono di questo disturbo a trovare strategie efficaci per stare meglio, superando l’intesa paura che spesso accompagna questi stati e dall’idea di diventare pazzi che spesso è collegata a questa tipologia di disturbo.

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